Perché “lo potevo fare anche io” in arte non regge

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L’arte è indubbiamente cambiata dal tempo di Leonardo e Michelangelo, ed è diventato sempre più difficile comprendere ciò che abbiamo davanti. Questa incomprensione dell’opera, della sua forma, del suo senso, porta il pubblico a dare un giudizio negativo e spesso affrettato.

Fino a qualche secolo fa, in particolare durante il Rinascimento, delle opere si apprezzavano la resa delle forme, la prospettiva, i colori. I soggetti erano soprattutto religiosi, le composizioni equilibrate, la tecnica era sopraffina, e non a caso quell’età è ricordata come una delle più fortunate della storia dell’Arte.

L’inizio dell’età contemporanea

Ora è chiaro che i tempi di Raffaello sono finiti.
La maggior parte degli studiosi tende a dare inizio all’età contemporanea con l’Impressionismo, per poi proseguire con l’Astrattismo di Kandinskij e il Cubismo di Picasso.
Il vero punto di svolta fu la progressiva scomparsa della figura umana, iniziata nei primi anni del Novecento con i movimenti avanguardistici, l’Astrattismo in primis. La figura non c’è più, oppure è difficilmente riconoscibile (come nel Cubismo o nel Surrealismo di Mirò).

Pablo Picasso, Ma Jolie (1911). Ritratto cubista dell’amante del pittore, Marcelle (fonte moma.org)

Si cominciarono poi ad utilizzare superfici mai usate prima: plastica, plexiglas, materiali di scarto, oppure nuovi colori, come vernici o acrilici; si voleva superare la distinzione canonica di pittura e scultura.
Da questo momento le arti visive assunsero un nuovo ruolo: iniziarono a rappresentare non solo immagini, ma anche concetti. L’arte non si apprezzava più per la bellezza esteriore, ma per il messaggio di cui si faceva portatrice. Questo è il punto focale dell’arte contemporanea.

Oltre la fisicità

“Oggi non basta più saper dipingere realisticamente una mela, ma occorre saper rendere quel che di invisibile ha dentro”

Francesco Bonami, critico d’arte

Saper quindi usare anche una banale mela per esprimere emozioni e concetti.
A partire dal secolo scorso l’arte è diventata concettuale. Ha deciso di fare a meno del realismo, dell’idea di “bello” e ha scavalcato l’opera fisica (pittura, scultura, installazione o video che sia). Il messaggio finale ed il gesto artistico hanno preso il suo posto, in una progressiva riduzione della stessa. Si è giunti addirittura a farne a meno: per esempio l’italiano Claudio Parmiggiani nel 1988 arrivò a sotterrare la sua opera “Terra” perché il gesto del sottrarla alla vista era la sua opera.

Esiste però un punto di non ritorno su cui tutti gli studiosi si trovano d’accordo.
È il 1917, Marcel Duchamp si trovava a New York. Dopo aver acquistato un comune orinatoio, averlo capovolto e firmato con R. Mutt 1917, lo mandò all’esposizione della Society of Independent Artists. Il pezzo venne fatto sparire immediatamente (non ne rimane che una fotografia), ma ciò non impedì comunque che sorgessero polemiche, attacchi sulla stampa, indignazione tra le persone. Ma era proprio quello che Duchamp cercava: l’orinatoio presentato come creazione artistica fece scalpore e questo bastò per convincere critici e acquirenti che quella era un’opera d’arte.
L’arte contemporanea comincia proprio con quelle discussioni.

L’arte oggi: “…bene o male, l’importante è che se ne parli

Nel XXI secolo l’arte è cambiata ancora, anche se resta sempre lo “shock” quello che si deve suscitare nello spettatore. Si vuole espressamente provocare, superare ogni tipo di limite.
Per esempio, nel 2002 l’artista inglese Damien Hirst espose su una tela un intero tappeto di mosche vere. Oggi non serve più disegnare una mosca, a quello ci pensa la fotografia; quello che l’artista vuole fare è suscitare una sensazione di ribrezzo, in questo caso con una mosca attaccata alla tela.

Black Ritual (2008) di Damien Hirst è l’ultima delle circa 16 opere della serie “Fly Paintings and Sculptures” (dal sito dell’artista www.damienhirst.com).

All’artista contemporaneo serve soprattutto uno spettatore che, tramite il suo giudizio critico, concorre a dare senso all’opera. In passato il ruolo dello spettatore era notevolmente minore, quasi passivo; oggi il suo ruolo è imprescindibile, le sue reazioni sono l’essenza dell’opera stessa. Il vero “prodotto” quindi non è tanto l’oggetto in sé, ma l’effetto che questo crea nell’osservatore (emozioni, domande, discussioni e anche repulsione).

Una banalità apparente

La prima domanda che tutti si pongono davanti ad un’opera di arte contemporanea è di solito questa: “Ma questa è arte?”, oppure “Lo potevo fare anche io”.
Si pensi alle tele tagliate dell’italo-argentino Lucio Fontana. Può senza dubbio essere considerata una stupidaggine, ma in realtà rappresenta una vera e propria rivoluzione: il taglio sulla tela è la conquista dello spazio, della terza dimensione. Mostra una superficie che altrimenti sarebbe rimasta invisibile. Tagliare una tela è effettivamente un’azione alla portata di tutti, ma ciò che conta è farlo per primo e, soprattutto, il pensiero di fondo. È arte concettuale perché esprime un’idea ed è arte perché nessuno l’aveva fatto prima.

Le tradizionali categorie bello/brutto con l’arte contemporanea quindi non valgono più, non possono più avere un riscontro. Si può apprezza quest’arte nella sua bellezza nascosta, capendo qual è il messaggio che dietro vi si nasconde.

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About Author

Caterina Costa

Bellunese a Bologna, con una passione per l’arte nata tra i banchi di scuola e proseguita tra quelli universitari. Nata nel 1996, frequento il corso magistrale di Arti Visive. Appena sbarcata su Sistema Critico, la scrittura è un’esperienza nuova che mi piacerebbe coltivare.

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