Una patrimoniale europea

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FUTURO ITALIANO

Da qualche mese ormai guardiamo con incertezza il nostro domani. Grandi economisti come Mario Draghi, ex governatore della BCE, sono intervenuti spronando gli stati dell’Unione e non solo, a indebitarsi per far fronte all’emergenza, prima sanitaria e poi economica. Un provvedimento opportuno potrebbe essere la patrimoniale. E’ importante però sottolineare come il governo italiano sia riuscito ad agire velocemente e ad affrontare le varie difficoltà con sicurezza e determinazione. Era prevedibile, però, che due mesi di chiusura forzata di ogni attività giudicata non essenziale avrebbero inevitabilmente portato ad un crisi economica e sociale.

Il sistema più utilizzato dalla maggior parte dei paesi dell’Unione per reagire alla recessione è stato sicuramente quello delle garanzie sui prestiti. Ma se fosse una patrimoniale a mettere a posto le cose?

EUROPA

La risposta dell’Europa è stata significativa. Al contrario del 2008, infatti, l’azione europea è stata congiunta ed efficace. La Commissione ha attivato le cosiddette “clausole di salvaguardia al Patto di Stabilità e Crescita”, consentendo di sforare il tetto massimo del 3% di deficit annuo. Inoltre, la BCE continua a finanziare un enorme piano di acquisto titoli denominato PEPP da 1350 miliardi complessivi. Insomma, un nuovo quantitative easing che non finirà “finché la BCE non giudicherà che la crisi del Covid-19 è finita, ma in ogni caso non terminerà prima di fine anno”. Ci sono altri importanti provvedimenti, come gli Eurobond e la creazione di una linea di credito senza condizionalità dal Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), molto criticati in Italia.

GLI EFFETTI DEL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

Sarebbe sciocco affermare che tali misure siano state superflue. Per certo, sono idonee ad affrontare la crisi da Coronavirus nel breve periodo. È  necessario, però, preparare l’Europa e l’Italia ad una ripresa programmata  e mirata attraverso importanti piani di lungo periodo.

Una soluzione potrebbe essere una tassa patrimoniale: in altre parole un’imposta che colpisce il patrimonio sia mobile che immobile (denaro, case, azioni, valori preziosi, obbligazioni). Fino ad oggi si è ricorso al debito per finanziare ogni tipo di iniziativa anti-Covid. Ciò significa che un paese come il nostro, già bloccato da un debito pubblico molto alto (134,8% del Pil nazionale prima della pandemia), deve necessariamente incrementarlo per poter rispondere adeguatamente alla crisi. Questo espone l’Italia a grandi rischi finanziari e “ipoteca” il futuro di noi giovani già obbligati a ripagare i debiti delle politiche troppo spendaccione degli anni ’80 e ’90.

Dunque è giusto ricorrere ad una tassa patrimoniale che possa aiutare la nostra economia? Per rispondere ci siamo fatti aiutare dal Dott. Alessandro Bellocchi, economista e ricercatore laureato in Economia e Management presso l’Università di Urbino “Carlo Bo”.

Il Dott. Bellocchi ci spiega come effettivamente in Italia oggi non esista una vera e propria tassa patrimoniale. «L’avversione ad una tassazione dei patrimoni è una tendenza che ha riguardato, a partire dagli anni ’90, un po’ tutte le economie avanzate del mondo. Nel nostro paese però è forse ancora più forte. E’ rimasta nella memoria collettiva strettamente collegata al prelievo forzoso del 1992 e quindi all’immagine dello stato-vampiro che mette le mani direttamente “nelle tasche degli italiani”.».

Questo però, secondo Bellocchi, «ha gravemente minato il nostro sistema fiscale: lo ha anche reso meno progressivo e più ingiusto, in diretta contraddizione con l’articolo 53 della Costituzione, a scapito del funzionamento dinamico dell’intero sistema economico.».

IL PRELIEVO FORZOSO DEL 1992

Gli anni di Tangentopoli e l’inizio della Seconda Repubblica hanno profondamente segnato il nostro paese. E’ fondamentale partire da questo punto per capire il ruolo che potrebbe avere una tassa patrimoniale oggi.

Il panorama europeo non era dei migliori. Come ci spiega Bellocchi, il 7 febbraio 1992 si fissarono le direttive per l’ingresso dei Paesi nell’Unione Economica e Monetaria Europea (i cosiddetti “Trattati di Maastricht”), congiuntamente alla rincorsa del Franco, costretto per orgoglio nazionale a mantenere un determinato tasso di cambio, verso il più forte Marco tedesco.

In questo scenario, l’Italia arrivò debole e divisa. Il governo Amato, insediatosi poco dopo (il 28 giugno), dovette affrontare circostanze più che complicate. «Si trattava di uno dei periodi più instabili e turbolenti della nostra storia e ciò non poteva che ripercuotersi sulla forza della nostra moneta, presa di mira dagli speculatori a tal punto da rischiare di scivolare (e poi effettivamente finire) fuori dai parametri del Sistema monetario europeo (SME), che ci vincolava al mantenimento di una parità di cambio prefissata.” – continua Bellocchi – “La lira soffriva gli alti tassi di interesse e un cambio forte che restringeva l’accesso al credito. Una svalutazione era dunque all’orizzonte, anche se mal si conciliava con un debito pubblico già molto alto.».

Sappiamo tutti com’è finita. Nella notte tra il 10 e l’11 luglio 1992, per salvare la nostra moneta da una svalutazione senza precedenti, il governo Amato preparò in segreto una delle misure più controverse della storia della nostra Repubblica. Gli italiani videro prelevare dai propri conti correnti una somma pari al 6 per mille: somma che avrebbe poi permesso di rispettare i patti europei grazie ad una manovra da 30 miliardi di lire.

QUANTO SIAMO VICINI ALLA PATRIMONIALE?

Secondo il Dott. Bellocchi è molto difficile immaginare delle similitudini tra allora e oggi, se non per l’ormai alto debito pubblico. In generale ci tiene a spiegare come effettivamente una manovra simile a quella del 1992 sia oggi del tutto improbabile per almeno 3 motivi: «(1) Quello politico: un prelievo forzoso sui conti richiederebbe un’approvazione a maggioranza parlamentare, che ad oggi non c’è. (2) Quello tecnico: un prelievo generalizzato (una tantum) a quota variabile, ma comunque con un’aliquota fissa che si aggiri attorno allo 0,6%, porterebbe nelle casse dello stato meno di 10 miliardi di euro (prendendo a riferimento i 1371 miliardi liquidi “parcheggiati” sui conti correnti). (3) Una misura di questo tipo, non progressiva e non orientata verso i percentili più ricchi della popolazione, risulterebbe essere fortemente regressiva, difficile da gestire e potenzialmente in grado di causare un grosso effetto sfiducia nel Paese.».

Il Covid-19 colpisce tutti indistintamente, senza guardare chi sarà il prossimo infetto. Il medesimo discorso, però, non vale quando si parla delle conseguenze economiche causate dalla pandemia. Il lockdown ha senza dubbio sfavorito le classi più povere del nostro paese e ha aggravato la già difficile situazione di molte famiglie italiane. Per questo motivo sarebbe più efficace tassare di più quella piccola parte di cittadini con i patrimoni più alti. Insomma, come specifica anche il Dott. Bellocchi, un’imposta progressiva sul patrimonio che favorisca chi è in difficoltà.

UN PROGETTO EUROPEO

Sarebbe logico pensare che una patrimoniale sottragga denaro dalle tasche degli italiani riducendo la spesa per consumi. In realtà non è così. Bellocchi commenta sostenendo come «Un’imposta sui patrimoni di qualsiasi tipo non sottrae risorse all’economia reale se queste risorse vengono poi utilizzate per finanziare investimenti pubblici.». Dunque, le difficoltà sono tutte qui. Sostenere un provvedimento come quello del 1992 sarebbe del tutto azzardato e controproducente. Colpire indistintamente proprietari di conti correnti ad un’aliquota fissa (come venne fatto dal Governo Amato) danneggerebbe i redditi più bassi e diventerebbe, a tutti gli effetti, una misura ingiusta e punitiva.

Dunque, la soluzione potrebbe essere la tanto discussa patrimoniale diretta specificamente verso i patrimoni più ricchi. Questo, allora, diventerebbe un indiscusso segno di “riscatto sociale”, nonché un importante segnale politico che non danneggerebbe ulteriormente la crescita. Infatti, secondo Bellocchi, «con un debito pubblico proiettato al 160% i margini fiscali dell’Italia sono estremamente limitati. Un’imposta patrimoniale limitata nel tempo funziona come un prelievo sul capitale: si tassa l’accumulazione del passato ma i rendimenti degli investimenti attuali e l’innovazione non ne risentono.».

Naturalmente, d’accordo con Bellocchi, sarebbe auspicabile attuare un’imposta patrimoniale a livello europeo. In effetti con questo tipo di tassa «la migrazione dei contribuenti ricchi all’interno dell’Unione Europea diventerebbe del tutto irrilevante e l’applicazione sarebbe facilitata dalla già consolidata cooperazione transfrontaliera tra banche e amministrazioni fiscali.» Questo sarebbe un ulteriore concreto passo verso quell’Europa tanto sognata dai nostri padri costituenti e che forse un giorno vedremo brillare tra le grandi potenzi mondiali. Sarà così? Non ci resta che stare a guardare.

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Pierdomenico Ottomano

Sogna, insegui, vinci! Questo sono io. Pugliese fuori sede, sono ormai due lunghi anni che seguo lezioni di economia all'università di Urbino. Musicista mancato, credo in quel futuro che saremo in grado di costruire grazie alla competenza, alla cultura, all'educazione e all'umiltà. Prendiamo in mano la nostra vita e realizziamo i nostri sogni!

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