Recovery Fund e bilancio UE: l’accordo da 92 ore

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Il 21 luglio all’alba si è finalmente conclusa la riunione straordinaria del Consiglio Europeo – l’istituzione che riunisce i capi di Stato e di governo degli Stati Membri dell’Unione Europea – durata 4 giorni e 4 notti. Dopo un lungo e difficile negoziato, i capi di Stato e governo hanno raggiunto un accordo sul Recovery Fund e sul Bilancio UE.

I negoziati

Sono stati negoziati ampiamente discussi anche dall’opinione pubblica e molto difficili, come si capisce anche dalla durata quasi record del Consiglio.

È iniziato alle 9:45 del 17 luglio e si è concluso alle 5:30 del 21, per un totale che sfiora le 92 ore. Una durata seconda solo al Consiglio di Nizza del 2000, durato circa mezz’ora in più.

Il Presidente del Consiglio Europeo annuncia il raggiungimento dell’accordo

Fazioni e punti chiave

Abbiamo visto opporsi due fazioni: la prima composta da paesi come Italia, Spagna e Francia. Dall’altra i cosiddetti “frugali”: Olanda, Danimarca, Austria, Svezia e Finlandia, guidati dal premier olandese Mark Rutte.

I capi di Stato e di governo dei paesi “frugali”. Da sinistra: il premier olandese Mark Rutte; il cancelliere federale austriaco Sebastian Kurz; la premier finlandese Sanna Marin; il primo ministro svedese Stefan Löfven e la premier danese Mette Frederiksen.

I punti principali di discussione riguardavano il Next Generation EU, il pacchetto di aiuti specifico per fronteggiare le conseguenze economiche della pandemia (dopo vedremo di cosa si tratta) ed erano:

  • La ripartizione tra sovvenzioni e prestiti: da una parte gli Stati del Sud facevano pressione per una maggiore quantità di sovvenzioni, mentre i frugali volevano che fossero per la maggior parte prestiti.
  • La governance: i paesi frugali chiedevano che la valutazione di adeguatezza dei piani presentati dagli Stati Membri, dunque l’approvazione per l’erogazione dei fondi, fosse decisa all’unanimità dal Consiglio, in modo tale da dare potere di veto a ogni Stato sui piani degli altri. Invece, i paesi del Sud chiedevano un metodo meno intergovernativo, con decisioni da prendere a maggioranza qualificata.
  • Stato di diritto come condizione. Qui il problema era per gli stati del blocco di Visegrad, guidati dal premier ungherese Orban; infatti si sono fortemente opposti a che il rispetto dello stato di diritto fosse una condizione necessaria per l’accesso ai fondi.

E la Germania? Forte del suo enorme peso (demografico, geografico, economico e politico) all’interno dell’Unione Europea, ha scelto di porsi come mediatore tra le parti.

La Germania è appena entrata nel suo semestre di presidenza del Consiglio dell’UE (diverso dal Consiglio Europeo!). Nel suo programma ha chiaramente espresso la volontà di affrontare la pandemia, senza dimenticare gli obiettivi del futuro (clima e transizione digitale) e rafforzare l’Unione. Per Angela Merkel è un semestre importante, molto probabilmente l’ultimo alla presidenza del Consiglio Unione Europea, dunque vuole lasciare il segno e portare avanti il progetto europeo.

Da sinistra: il premier italiano Giuseppe Conte; il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez; la cancelliera tedesca Angela Merkel; il presidente francese Emmanuel Macron e la presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen. (Foto Palazzo Chigi)

Buoni vs cattivi? Decisamente no.

Molti hanno provato a fornire una narrazione di questi negoziati come una lotta tra buoni e cattivi, ma questo tipo di analisi è superficiale ed errata.

Quello a cui abbiamo assistito è stato uno scontro tra interessi nazionali e leader miopi. Si sono mostrati incapaci di considerare il bene dell’intera Unione Europea e di capire come trovare un compromesso.

La preoccupazione dei “frugali” per come sarebbero stati spesi quei soldi era comprensibile. Questo perché erano finanziamenti destinati soprattutto a paesi che tradizionalmente non hanno i conti in ordine e tendono a sperperare il denaro in maniera poco strategica e produttiva. Il problema, però, è che questa preoccupazione era gonfiata dalla paura di giustificare al proprio elettorato perché avevano usato le loro tasse per finanziare bonus e privilegi. L’esempio più noto è quota 100, dal momento che i loro cittadini vanno mediamente in pensione più tardi e dopo più anni di lavoro degli italiani.

Per contro, la richiesta di ottenere molte più sovvenzioni che prestiti o di ottenere questi soldi senza condizioni, pareva esagerata. L’Unione, in questo caso, serve ad aiutare i paesi a riprendersi e rimettersi in forza sulle proprie gambe, non a fare l’elemosina. Non dovrebbe servire nemmeno come capro espiatorio su cui gettare le colpe, come fanno alcuni politici per non assumersi le proprie responsabilità.

Anche in questo caso ciò che spingeva gli Stati membri a richieste tanto significative era l’interesse nazionale. Infatti, alcuni Stati, in condizioni economiche più precarie a causa di scelte politiche avventate, hanno visto la possibilità non prendersi la responsabilità di tali decisioni sfruttando eccessivamente i conti altrui.

Quello che è imperdonabile è di vincolare i fondi a una approvazione data dal consiglio all’unanimità. Vediamo da anni quanto questo meccanismo crei blocchi e malfunzionamenti, in questa situazione di emergenza non servono situazioni di stallo. Non può ogni singolo paese avere il veto sui piani di tutti, altrimenti il fondo si troverebbe presto bloccato e inutilizzabile.

L’accordo

Dopo tante discussioni, il Consiglio Europeo ha raggiunto un accordo da 1824,3 mld di euro, suddivisi tra:

  • Next Generation EU per 750 mld
  • Quadro finanziario pluriennale (QFP) per i restanti 1074,3 mld

Next Generation EU

Questo piano è quello dedicato esclusivamente alla risposta alla crisi economica generata dalla pandemia.

Definito dal consiglio stesso come notevole perché di ampia portata; mirato, per via del suo scopo specifico e la destinazione ai settori più colpiti e limitato nel tempo, ha un arco temporale più ristretto destinato a rispondere al Covid. La maggior parte del lavoro europeo rimarrà sotto il quadro finanziario pluriennale, che ha durata maggiore.

Questo piano introduce una grande innovazione: sarà finanziato tramite prestiti contratti dalla Commissione Europea. Si tratta di un passo molto importante per la costruzione dell’Unione Europea perchè la prima volta verranno contratti debiti comuni tra gli Stati membri.

La maggior parte dei fondi di Next Generation EU, per un ammontare di 672,5 mld di euro, andranno al capitolo per la ripresa (recovery) e resilienza; i restanti, invece, verranno divisi in vari programmi dell’UE.

360 mld del fondo per la ripresa saranno concessi sottoforma di prestiti, mentre i restanti 312,5 mld sottoforma di sovvenzioni.

Il Consiglio Europeo riunito a discutere l'accordo
Il Consiglio Europeo riunito (Foto: European Union)

Condizioni e governance

Fortunatamente si è evitato il ricorso all’unanimità, dunque nessun paese avrà potere di veto sui fondi da concedere agli altri. In ogni caso il Consiglio ha accordato un sistema di controllo su come andranno elargiti i fondi, in modo da cercare assicurare che il debito contratto comunemente da tutti gli Stati (tramite la Commissione) e, dunque, da tutti i cittadini, venga speso in modo responsabile.

Ogni Stato per accedere al fondo dovrà presentare un piano per la ripresa e la resilienza. Questo piano deve venire valutato dalla Commissione entro due mesi, verificando che sia coerente con gli obiettivi e le raccomandazioni specifiche per paese; con gli obiettivi di transizione verde e digitale e promuovano la crescita e la creazione di posti di lavoro. Su proposta della commissione il piano dovrà essere approvato anche dal Consiglio, entro quattro settimane, a maggioranza qualificata.

Successivamente la richiesta di pagamento sarà subordinata al rispetto degli obiettivi indicati. La valutazione sul rispetto delle tabelle di marcia e degli obiettivi fissati per l’attuazione dei piani nazionali sarà affidata al Comitato economico e finanziario. Se qualche paese dovesse ritenere che ci siano particolari problemi può chiedere un rinvio della questione al Consiglio Europeo, che risponderà entro tre mesi. Questo sistema, chiamato freno di emergenza, è stato particolarmente discusso ed è frutto del compromesso tra le richieste di Rutte e di Conte.

Questo sistema garantisce tempi di valutazione rapidi e nessuno stallo causato da veti.

Merita di essere notato anche il fatto che l’accordo prevede che il 30% dei fondi dovrà essere destinato a progetti legati al clima.

Tempi

Oltre a garantire tempi rapidi di valutazione, il Consiglio ha anche previsto i tempi in cui questi fondi dovranno essere elargiti.

Il 70% dovrà essere speso tra il 2021 e il 2022, mentre il 30% nel 2023.

L’Italia?

Visto quanto duramente è stata colpita l’Italia dalla pandemia, le sarà destinata una grossa fetta di Next Generation EU, per un totale di circa 209 miliardi di euro. Di questi, circa 81 miliardi saranno sottoforma di sovvenzioni, mentre i restanti 127 saranno erogati sottoforma di prestiti.

Conte, in conferenza stampa, riconosce l’importanza del traguardo, definendo questo “un momento storico per L’Europa e per l’Italia”, e si mostra soddisfatto del risultato. Dice: “abbiamo approvato un piano di rilancio ambizioso e adeguato alla crisi che stiamo vivendo”.

Il premier italiano Giuseppe Conte annuncia soddisfatto il raggiungimento dell’accordo

Quadro Finanziario Pluriennale (QFP)

Dal 1988 l’azione dell’Unione Europea funziona secondo questi quadri, si tratta di bilanci a lungo termine che delimitano i limiti di spesa dell’Unione. I singoli bilanci annuali, poi, sono stabiliti di volta in volta sempre all’interno dei QFP.

Per approvare i regolamenti sui QFP serve l’accordo unanime del Consiglio e l’approvazione del Parlamento Europeo.

Attualmente si sta preparando il quadro finanziario pluriennale relativo al periodo 2021-2027. L’accordo che stiamo discutendo rivede la proposta avanzata dalla Commissione a febbraio per adattarla ai cambiamenti dovuti al Covid. In questo Consiglio si è finalmente raggiunto un accordo, per un budget totale di 1.074,3 miliardi di euro. Questi saranno poi suddivisi in 7 rubriche:

  • Mercato unico, innovazione e agenda digitale
  • Coesione, resilienza e valori
  • Risorse naturali e ambiente
  • Migrazione e gestione delle frontiere
  • Sicurezza e difesa
  • Vicinato e resto del mondo
  • Pubblica amministrazione europea

Risorse

Un punto particolarmente importante di questo accordo è l’introduzione di una nuova risorsa propria dell’Unione Europea e la definizione di una roadmap per la presentazione di proposte per altre risorse proprie.

Quella già inserita è un prelievo sui rifiuti di imballaggio di plastica non riciclata, per 0,80 euro/kg, da applicare a partire dal 1° gennaio 2021.

Le altre, sui la Commissione dovrà presentare una proposta che andrà discussa, sono un prelievo digitale e un meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera; ma c’è anche l’invito a discutere il meccanismo di scambio quote di emissione (per estenderlo anche al settore aereo e marittimo) ed eventualmente un’imposta sulle transazioni finanziarie.

Inoltre, il testo accorda una revisione del contributo annuo basato sul reddito nazionale lordo per Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Austria e Svezia.

Flessibilità del sistema

Nell’accordo il Consiglio ha previsto anche la creazione di alcuni fondi che consentano maggior flessibilità di azione e, dunque, garantire la possibilità di rispondere prontamente a degli imprevisti. Sono tre i fondi:

  • una riserva di solidarietà e per gli aiuti d’urgenza;
  • una riserva di adeguamento alla Brexit;
  • un fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione, per aiutare settori e lavoratori che si trovino in difficoltà a causa di cambiamenti legati alla globalizzazione.
La presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen e il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel durante una conferenza stampa sull'accordo.
Da sinistra: la presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen e il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel. (Foto: European Union)

La risposta del Parlamento Europeo all’accordo

Il testo dell’accordo è stato poi trasmesso al Parlamento Europeo (PE), che l’ha discusso il 23 Luglio riunito in sessione plenaria straordinaria.

L’accordo non ha completamento soddisfatto molti parlamentari, i quali, pur riconoscendo la sua importanza, hanno messo in luce le criticità di quanto negoziato in Consiglio.

Il Parlamento, nella risoluzione conclusiva di questa riunione, dichiara di non essere disposto ad accettare il quadro finanziario pluriennale 2021-2027 così com’è. Anche in questa sede si è messo in luce come gli interessi nazionali che abbiamo visto prevalere nei negoziati, vadano a minare l’interesse dell’intera comunità.

Per quanto soddisfatti dell’accordo sul programma speciale per la ripresa, il Next Generation EU, il PE si definisce preoccupato per i tagli di lungo termine apportati al quadro finanziario pluriennale. In particolare, per quei programmi particolarmente importanti per il futuro, come la transizione digitale, clima, gioventù.

Inoltre, il PE si è espresso, ancora una volta, con a sfavore delle correzioni applicate al contributo annuo basato sul reddito nazionale lordo. Sempre sulle risorse dell’Unione, ha definito insufficiente l’introduzione del prelievo sui rifiuti di plastica non riciclata. Afferma, dunque, la necessità che la Commissione elabori un calendario per l’introduzione di altre risorse.

Molto importante è stata l’attenzione alla questione del rispetto dello stato di diritto, uno dei valori fondanti dell’UE, come sancito all’art 2 del TUE. Attualmente questo valore è a rischio o già compromesso in alcuni stati come l’Ungheria o la Polonia. Nel testo elaborato dal Consiglio il richiamo a questo valore è presente, ma in maniera molto debole. Per questo il PE chiede che venga portato avanti il meccanismo proposto dalla commissione per poter vincolare i fondi al rispetto di questo valore.

Il PE, inoltre, non è soddisfatto del sistema di governance di next generation EU. Lo ritiene un metodo eccessivamente intergovernativo, con il rischio di complicare il meccanismo. Ancora più importante ritiene errato escludere il PE da tale sistema, perchè questo è l’unico organo eletto direttamente dai cittadini dell’Unione Europea.

Alla luce di queste problematico il PE è pronto a negoziare con le altre istituzioni i cambiamenti necessari. Qualora l’accordo non venisse migliorato, il PE è disposto a opporsi e negare il consenso al quadro finanziario pluriennale.

Abbiamo un primo accordo, ora cosa ci aspetta?

L’accordo raggiunto è qualcosa di grande e importante, sicuramente un accordo storico. Per questo motivo è importante analizzarlo e conoscerlo.

Proprio per via della sua grande portata ha richiesto lunghi e difficili negoziati, ma alla fine ne sono valsi la pena. Nonostante il grande lavoro che ha richiesto, presenta ancora delle criticità, come ha messo in luce il Parlamento Europeo.

L’ultima parola, comunque, non è ancora detta. Seguiranno certamente altri negoziati prima di arrivare a una versione che metta d’accordo tutte le istituzioni (dunque tutti gli Stati).

A noi rimane la fortuna di poter osservare mentre viene fatta la storia e assistere a un grande passo nella strada della costruzione dell’Unione Europea.

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Sistema Critico è un gruppo di studenti universitari che cerca di raccontare la realtà in modo critico, giovanile e pop. Raccontiamo il mondo con gli occhi dei giovani, in uno spazio per la partecipazione ed il confronto.

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About Author

Andrea Giulia Rossoni

Classe 1996, nata nella provincia novarese, diplomata a Biella, laureata a Pavia in scienze politiche e delle relazioni internazionali, Erasmus a Bamberg. Oggi studio Relazioni Internazionali, indirizzo China and Global Studies, all'università di Torino. Innamorata del sogno europeo, affascinata dal mondo asiatico, ma curiosa di quello che succede in tutto il mondo.

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