Esser donna nel 2020

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In un mondo pieno di stereotipi, la nascita di una bambina è il primo passo verso una vita già decisa: un fiocco rosa, la scuola, la laurea (se c’è), il matrimonio, i figli. Così l’immaginario collettivo schematizza il tipico ciclo vitale della donna.

Fortunatamente, l’essere umano è capace di reinventarsi e reinventare i limiti del possibile. Lo dimostrano Gertrude Stein, Mary Wollstonecraft, Amelia Earhart, Rita Levi – Montalcini, Margherita Hack e, più vicina a noi, Samantha Cristoforetti, la nostra AstroSamantha; pochi nomi per una sola domanda.

Sono o no innumerevoli le donne che, andando contro ad una vita già decisa per loro, hanno rotto gli schemi? Ma c’è un prezzo.

Vivere serenamente, se esci dalla “via predefinita”, non è sempre rose e fiori. Così come non lo è vivere e basta in un corpo femminile, quando si desidera la stessa normalità che, magari, si presenta ad un uomo.

Potrebbe sembrare assurdo che, nel 2020, si debba ancora parlare di discriminazioni quando si tratta di donne. Basta invece una qualsiasi proposta legislativa che avvantaggi le donne. Come ad esempio la riduzione dell’iva agli assorbenti. Oppure che, peggio, tocchi i vantaggi ormai acquisiti maschili, per assistere ad una levata di scudi.

Situazione lavoro

Partiamo dal lavoro, uno dei tasti più dolenti. L’Italia è penultima in Europa per partecipazione femminile al mercato del lavoro. Peggio di noi fa solo la Grecia. Solo una donna su due in età lavorativa è attiva. Inoltre, le donne lasciano il lavoro all’arrivo di un figlio, cosa che non succede agli uomini.

Secondo l’analisi Censis ,in Italia ci sono più laureate che laureati (sono 4.277.599, pari al 56% degli oltre 7,6 milioni di laureati). Un dato in aumento negli ultimi cinque anni. Le donne sono la maggioranza anche negli studi post-laurea, con ben il 59,3% degli iscritti a dottorati di ricerca, corsi di specializzazione o master.

Così pure nei risultati il genere femminile risulta più brillante: alle scuole secondarie di primo grado il 5,5% delle ragazze si licenzia con 10 e lode contro il 2,5% dei ragazzi. Il voto medio di maturità è 79/100 per le ragazze, mentre per i ragazzi è di 76/100. All’università il 55,5% delle studentesse si laurea in corso. Il 24,9% delle femmine si laurea con 110 e lode, contro il 19,6% degli uomini. E il voto medio conseguito alla laurea è pari a 103,7 per le donne e a 101,9 per i maschi.

Ma tutta questa preparazione a quanto pare serve a poco.

Basti pensare che il 73% delle dimissioni volontarie, rassegnate nel 2017, sono state di lavoratrici madri. Principalmente dichiarano l’incompatibilità tra carriera lavorativa e lavoro di cura della prole.

Per le donne che rimangono nel mercato del lavoro, inoltre, sorgono altri due problemi: gap salariale e segregazione sia orizzontale che verticale.

Com’è possibile che nel XXI secolo si debba parlare di parità di stipendi? Non siamo tutti uguali sul fronte lavorativo? Pare di no. Difatti, sembrano guadagnare meno degli uomini a parità di mansioni. Tutto ciò, lavorando prevalentemente in ambiti meno prestigiosi e meno retribuiti. Verticalmente perché è raro trovare donne nelle posizioni apicali.

E, se sei di sesso femminile ed occupi una posizione di prestigio, nella maggior parte delle persone sorge l’idea che quella posizione sia dovuta a ben altre qualità.

Fonte: Istat

Quando camminare diventa una sfida

Ancora più lampante, la differenza tra donna e uomo sorge dai piccoli gesti quotidiani. Per esempio, un semplice giro in centro.

Come fa un’azione normalissima, come camminare per strada, a diventare una sfida giornaliera? Perché, essere donna e fare una passeggiata, o ancora recarsi a piedi da una parte all’altra della città, è letteralmente esporsi agli sguardi, ai giudizi e, infine, alle molestie delle persone più disparate. E, se è già difficile camminare sole di giorno, figuriamoci di notte.

Ogni donna ha ricevuto almeno una volta nella propria vita un fischio, una molestia, delle mani sbagliate nel posto sbagliato, insulti di vario genere per essere come si è.

Secondo Istat, gli stereotipi sui ruoli di genere più comuni sono: “per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro” (32,5%), “gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche” (31,5%), “è l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia” (27,9%).

Quello meno diffuso è “spetta all’uomo prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia” (8,8%).

Statistiche e pregiudizi

Persiste il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita. Addirittura il 39,3% della popolazione ritiene che una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. Anche la percentuale di chi pensa che le donne possano provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire è elevata (23,9%). Il 15,1%, inoltre, è dell’opinione che una donna che subisce violenza sessuale quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile.

Per il 10,3% della popolazione spesso le accuse di violenza sessuale sono false (più uomini, 12,7%, che donne, 7,9%); per il 7,2% “di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono no ma in realtà intendono sì”, per il 6,2% le donne serie non vengono violentate. Solo l’1,9% ritiene che non si tratta di violenza se un uomo obbliga la propria moglie/compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.

Statistiche Istat datate 2019, ma ancora attuali

Come promuovere la parità di genere?

Le donne sono quindi ancora oggi un passo indietro. La parità di opportunità non si è verificata, in un contesto sociale, quello italiano, che su molti fronti è ancora ben lontano dal concepire i ruoli del maschile e del femminile come bilanciati.

Lavoro, famiglia, istruzione, violenza, e recentemente anche nuove tecnologie, sono tutti ambiti in cui vanno intraprese azioni positive per la parità. Queste azioni devono andare in una duplice direzione: da una parte servono riforme strutturali, dall’altra un grande cambiamento culturale.

Per le riforme strutturali, il pensiero va subito, ad esempio, agli incentivi alla fruizione del congedo parentale da parte degli uomini, all’allungamento del periodo di paternità obbligatorio, ma anche all’incremento dei servizi di cura ai bambini sin dall’infanzia a prezzi accessibili, che favoriscano la conciliazione lavoro-famiglia.

Dal punto di vista culturale, le pari opportunità vanno insegnate come un valore sin dalla prima infanzia. La letteratura scientifica ha più volte confermato che le principali differenze di genere sono prettamente sociali.

Agire sulla cultura della parità dei più giovani non può che avere un risvolto positivo per tutte e tutti.

Verrà un giorno…

Non è vero che siamo tutti uguali, in fin dei conti.

Occorre però ricordare che non si deve mai guardare solo da un lato, perché da vittime si rischia di diventare anche carnefici: così come non vogliamo essere giudicate, non dobbiamo essere le prime a giudicare.

Non sono le statistiche che fermeranno la violenza e la disparità di genere. Neanche gli eventi culturali annuali. L’unica cosa che può farlo, è un cambiamento radicale della cultura e della società.

Fino a quel momento, noi donne continueremo a lottare per quel giorno in cui potremo essere come ci sentiamo di essere. Quel nuovo giorno in cui saremo noi ad aver paura, perché ci sentiremo di averla. E, finalmente, non sarà più la paura ad avere noi.

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Alice Mauri, gradarese, nata nel 1997. Sebbene le mie passioni siano la letteratura e la filosofia, sono laureanda in Informatica Applicata all'Università di Urbino Carlo Bo. Scrivo nella sezione di filosofia per Sistema Critico. Sfogo la mia passione per la scrittura e la poesia su un piccolo blog personale.

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