Referendum: nessun problema per la rappresentatività

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Il 21 settembre è passato, non è più possibile entrare nei seggi elettorali e il popolo italiano ha espresso la sua preferenza. Il Referendum sul quale il popolo italiano è stato chiamato ad esprimersi è breve e coinciso. Sono stati cambiati i numeri dei seggi in ogni camera. Si è passati da 945 parlamentari, dei quali 630 nella Camera dei Deputati e 315 in Senato, a 600 parlamentari, 400 nella Camera dei Deputati e 200 in Senato.

Come detto è una riforma breve, ma ciò non vuol dire che sia semplice. Innanzitutto, è pur sempre una riforma che tocca la carta su cui si basa l’ordinamento italiano, la Costituzione, e ciò richiede un occhio di riguardo. Inoltre, le ragioni del no, così come quelle del sì, trovano le loro basi al di fuori del testo della riforma in sé. Spesso le ragioni di una e l’altra parte sono la visione diametralmente opposta dello stesso punto. Si ricordano le questioni del maggior potere nella selezione da parte dei vertici del partito, della rappresentanza territoriale e della rappresentatività democratica. Analizzerò proprio il fattore della rappresentatività, in quanto essa include in sé le radici del nostro stesso ordinamento politico: una democrazia rappresentativa, per l’appunto.

Premessa: il fattore economico

Il risparmio economico, va da sé, è un motivo irrisorio. Esso non dovrebbe essere un criterio di scelta da entrambe le parti. Per i sostenitori del sì non doveva essere considerato, così come i sostenitori del no non dovevano fermarsi all’idea che ‘tagliare seggi al parlamento per risparmiare è una riforma che tocca la pancia dei cittadini’. Insomma, era auspicabile che le ragioni per un’eventuale scelta (qualunque essa fosse) trovassero ragioni più profonde.

Il problema della rappresentatività democratica

Questo è un punto importante per cui invece vale la pena soffermarsi. I sostenitori del no hanno puntato molto sulla rappresentatività come pilastro della democrazia che verrebbe messo in pericolo da un taglio parlamentare così importante. Infatti, con un taglio dei parlamentari si crea un effetto maggioritario: meno posti disponibili, più difficile accedervi per i partiti piccoli. Di conseguenza, per una parte della popolazione sarà più difficile far arrivare le proprie preferenze in seno all’assemblea nazionale. La rappresentatività è certo importante e va difesa, non a caso la nostra è una democrazia rappresentativa. Ma non si può prendere in questione solo il significato stretto del termine.

Rappresentatività come responsabilità

La rappresentatività non è solamente la possibilità di dar voce e spazio ai propri interessi (intesi come individuali e/o collettivi, di una certa comunità) all’interno del Parlamento, e nemmeno può essere ridotta ad un rapporto numerico tra numero di rappresentanti e rappresentati. La rappresentanza democratica, infatti, include anche il concetto di responsabilità. La responsabilità politica dei rappresentanti è il dover rispondere delle proprie scelte e decisioni difronte agli elettori. La cosiddetta accountability. È quindi anche una responsabilità funzionale, ovvero la responsabilità di dover esercitare la propria qualifica di rappresentato con prestazioni efficienti. La responsabilità, in altri termini, è quel filo conduttore che permette una continuità di rapporto e vincolo tra rappresentati e rappresentanti, e che termina al momento delle elezioni. È ciò che rende il rappresentante tale per tutto l’arco del suo mandato, e non solo nel momento del voto. Il piano più alto in cui tale responsabilità viene giudicata dai cittadini è quello del governo.

Ma cosa succede se i governi sono tali da non rendere chiaro di chi sia la responsabilità? Cosa succede alla rappresentanza se non c’è un sufficiente tasso di governabilità?

Rappresentatività e Governabilità

La rappresentatività e la governabilità sono gli aghi della bilancia che determinano assetti democratici differenti. Se si vuol favorire il principio di rappresentatività si opta, generalmente, per un sistema elettorale proporzionale, il quale permette di esprimere, all’interno del Parlamento, la pluralità di posizione politiche della popolazione e, a volte, la polarizzazione di tali posizioni politiche. Ciò però non avviene senza conseguenze. Un parlamento pluralista e polarizzato tende a creare maggioranze di coalizione che risultano in governi deboli e mutevoli e, quindi, con responsabilità depotenziata. Infatti, in Italia abbiamo un problema enorme di responsabilità politica. I continui cambiamenti di governo, di coalizioni e la cortina fumogena prodotta dalle alchimie parlamentari rendono difficile da parte della popolazione l’individuazione di responsabilità politiche di un individuo, o gruppo, rispetto all’altro. Tale confusione vanifica anche lo strumento degli elettori per far valere tale responsabilità: le elezioni.

Se è invece il principio di governabilità a voler essere risaltato, la scelta è, solitamente, quella di un sistema elettorale maggioritario. Ciò significa ridurre la pluralità del parlamento favorendo l’aggregazione dei partiti, permettendo una maggioranza parlamentare solida e, di conseguenza, un governo stabile. È bene sottolineare che, comunque, la governabilità non dipende unicamente dal sistema elettorale.

In altri termini, per concludere, si potrebbe dire che nei sistemi maggioritari la rappresentanza nelle camere è meno fedele, ma arriva più in alto, al governo, e con essa anche la responsabilità. In sistemi proporzionali la rappresentanza delle camere è più fedele ma arriva solo all’assemblea, in quanto i governi che si creano non sono espressione delle preferenze della popolazione e la loro debolezza e mutamento rendono le azioni di governo meno efficienti e il rintracciamento della responsabilità di governo più difficile. Di conseguenza, la rappresentatività di un sistema proporzionale così descritto, che racchiude anche il caso italiano, è sviscerata dal suo connotato di responsabilità. È sì una rappresentatività di quantità, ma non di qualità. Il sì al referendum non ha minato la rappresentatività del parlamento italiano. O almeno, non in tutta la sua accezione. Ci saranno meno seggi, e quindi una minor rappresentanza di quantità, ma il taglio dei parlamentari, con il suo impulso maggioritario, permetterà una maggior rappresentanza di qualità.

Il problema della rappresentanza territoriale

Altra argomentazione dei sostenitori del no al Referendum è quella per cui la diminuzione dei seggi parlamentari comporterebbe un aumento del rapporto tra elettori ed eletti, in particolare per quanto riguarda il Senato, minando la rappresentanza territoriale. Ebbene, anche se è vero che i seggi elettorali sono divisi per circoscrizione e, quindi, si può parlare di elezioni a base territoriale, è di tutt’altro discorso la rappresentanza. La rappresentanza, infatti, non è su base territoriale (regionale o provinciale che sia), ma su base nazionale. Ciò è espresso chiaramente nell’articolo 67 Costituzione. Un senatore o un deputato non rappresenta la circoscrizione da cui è stato eletto. Esso rappresenta la nazione. Ma in fondo ciò è chiaro a ciascuno al momento del voto. Non si vota perché quel determinato candidato è quello in cui più ci si rispecchia per rappresentare la propria circoscrizione. Il voto è indirizzato a colui/coloro in cui ci si rispecchia per rappresentare la propria proiezione di nazione. Viene da sé che, quindi, la rappresentanza territoriale, non essendoci, non può essere minata dal referendum. Il paradosso è che la rappresentanza territoriale si potrà avere da riforme che seguiranno l’onda riformatrice del Referendum. Infatti, con questo taglio parlamentare è auspicabile, da parte delle forze politiche al governo, una riforma costituzionale del Parlamento. Togliendo il bicameralismo ridondante del Parlamento italiano si potrà avere un Senato di rappresentanza territoriale, espressa attraverso il voto delle regionali. Le due Camere avranno funzioni differenti. Il Senato preposto ad una funzione di controllo e di rappresentanza delle istanze regionali. La Camera dei Deputati manterrà la funzione legislativa. In questo modo non si avrà il doppio passaggio dalle Camere e il procedimento legislativo sarà presumibilmente più breve.

La rappresentatività parrebbe quindi salva. Ma il taglio dei parlamentari in sé non è sufficiente.

La riforma per cui siamo stati chiamati al referendum si inserisce in un quadro più ampio di riforme ancora non ben definite dal governo. A causa di un governo di coalizione che deve scendere a compromessi su ogni punto, non si ha certezza di quale strada riformatrice verrà presa. È auspicabile che le riforme che verranno seguano l’effetto intrinseco maggioritario del taglio parlamentare. Nonostante ciò, il Partito Democratico vuole presentare il Brescellum come nuova legge elettorale, che prevede l’eliminazione della quota maggioritaria rendendo la distribuzione dei seggi completamente proporzionale. Nonostante la soglia di sbarramento alzata dal 3% al 5%, questa proposta di legge elettorale pare in contraddizione con il taglio parlamentare. Il rischio è quello di vanificare una prima spinta verso un sistema maggioritario e, quindi, di miglioramento della qualità della rappresentatività democratica.

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About Author

Carlo Sapienza

Classe 1998. Nato nella bassa modenese, nel paesino di San Felice sul Panaro, dove la nebbia mi ha insegnato ad osservare al meglio le cose, e la pianura a spaziare con la mente. Sono iscritto al corso Studi internazionali nella facoltà di Sociologia di Trento. Scrivo per il blog Piazza del Mercato, e dal 2020, per Sistema Critico.

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