Il genocidio culturale degli uiguri

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Mentre l’attenzione mondiale è rivolta al Covid 19, in Cina sta avvenendo ormai da due anni, un vero e proprio genocidio culturale e demografico. Le vittime in questione sono gli uiguri, una minoranza musulmana di lingua turca, che vive nella regione autonoma dello Xinjiang, a nord-ovest della Repubblica Popolare Cinese. La comunità è in pericolo e se non si attuano rapidamente provvedimenti a livello internazionale, questo popolo rischia di sparire nel giro di pochi anni.

Tuttavia sembra essere questo l’obiettivo del Partito Comunista Cinese che, attraverso il pretesto del terrorismo, è riuscito ad arrestare e privare della propria libertà più di un milione di uiguri (secondo la stima delle Nazioni Unite). Il Consorzio del giornalismo d’inchiesta internazionale (ICIJ) è riuscito ad entrare in possesso di documenti, dove viene spiegato come indottrinare i detenuti ed evitare che scappino dai campi e come mantenere il segreto di questi affari.

Le notizie riguardo la condizione degli uiguri in Cina sono poche e frammentate nel tempo. Ai giornalisti stranieri non è permesso avvicinarsi ai campi di “rieducazione” (così li definisce Pechino), dove sono detenuti gli uiguri. Se tentano di farlo, possono essere addirittura arrestati.

Nella regione di Xinjiang si vive nel terrore e le persone hanno paura di parlare di quello che accade, perché temono di essere internati loro stessi, proprio come amici e parenti. Gli unici testimoni dell’orrore dei campi si trovano attualmente al sicuro in altri Paesi.

La negazione; poi l’ammissione della Cina:

Nonostante gli sforzi del Partito Comunista Cinese di insabbiare la notizia, è sempre più noto che a nord della regione del Xinjiang sorgano centinaia di campi di concentramento. Dopo una prima negazione della presenza di questi ultimi, il governo ha poi dovuto ammettere la loro esistenza.

Per giustificare il suo operato ha parlato di “rieducazione”. Negli ultimi anni, infatti, ci sono state diverse rivolte popolari e anche alcuni attentati a opera di gruppi estremisti musulmani, come il Movimento Islamico del Turkestan Orientale e l’Organizzazione di Liberazione del Turkestan Orientale. Prendendo questi casi isolati come norma, la Cina ha vietato l’utilizzo del Corano e di veli per coprire il capo. Molte moschee sono state distrutte, lasciando spazio alla desolazione di interi quartieri svuotati dei propri cittadini, resi di fatto prigionieri.

Dopo aver ammesso l’esistenza di questi campi di internamento, la Cina ha trasmesso un reportage che inscenava un simpatico teatrino scolaresco, dove le persone studiano sorridenti e lavorano per acquisire conoscenze, utili per un futuro lavorativo.

Tuttavia questo video sembra non convincere i media internazionali. Ragion per cui, durante un’intervista all’ambasciatore cinese nel Regno Unito, Liu Xiaoming, la BBC ha deciso di mostrare in diretta un video di uiguri bendati e legati. Nonostante l’evidenza dei fatti, l’ambasciatore nega tutto, additandolo come fake news.

Uiguri a scuola
Un frame estrapolato dal documentario cinese riguardante la condizione degli uiguri.

La verità sui campi di “rieducazione”:

La realtà sembra essere un’altra. I testimoni che escono dai campi di detenzione raccontano, infatti, di continui abusi come la privazione della possibilità di bere e mangiare, la condivisione di spazi minimi per più persone, la prigionia forzata senza un apparente motivo logico, la sterilizzazione delle donne… Si potrebbe continuare all’infinito, dal momento che le barbarie compiute sono documentate da più di un paio di testimoni e non possono essere considerate, dunque, episodi singoli.

Del resto è difficile sorprendersi davanti a questi fatti, se si pensa alla condizione in cui vivono oggi gli uiguri “in libertà”. La regione di Xinjiang può essere considerata, infatti, un vero e proprio Stato di Polizia. I cittadini possono uscire di casa ma sono costantemente controllati da telecamere a circuito chiuso poste nelle strade. Sono, inoltre, soggetti a diversi controlli quotidiani e la polizia può piombare all’improvviso nella propria dimora, a qualsiasi ora del giorno e della notte.

A raccontare cosa succede veramente dentro i campi di “rieducazione” è Gulbahar Jelilova, una dei testimoni intervistati nel reportage di ARTE (“Associazione relativa alla televisione europea”).

“Ci facevano delle punture una volta a settimana. C’era un’apertura nella porta, in cui mettevamo il braccio. Poi abbiamo notato che con la puntura non ci veniva più il ciclo. Non pensavamo a nulla, neanche a parenti o famiglia. Non sapevo più neanche dove fossi nata. Era come se fossi sempre stata in quel campo. Ci sentivamo carne senza vita, scaricata lì.

Gulbahar Jelilova, uigura internata per un anno, tre mesi e dieci giorni in un campo in Cina occidentale.
Uiguri imprigionati

“La ciliegina sulla torta”:

Disney decide di girare il film tanto atteso Mulan, proprio vicino ai campi di internamento, in cui sono intrappolate migliaia di persone.

«Questo film è stato realizzato con l’assistenza della polizia cinese mentre allo stesso tempo questa stessa polizia commetteva crimini contro la popolazione uiguri a Turpan». 

Tahir Imin, attivista uiguro esiliato a Washington.

La decisione della casa produttrice desta non poco malcontento da parte del pubblico, tanto da far partire l’hashtag BoycottMulan. A provocare tutta questa rabbia è sopratutto il ringraziamento alla Cina, presente nei titoli di coda.

Preannunciato come un grande successo, probabilmente questo film avrebbe fatto meglio a non uscire, dal momento che aveva già scatenato polemiche a causa della sua protagonista. Liu Yifei aveva, infatti, palesato il suo appoggio alle politiche di Pechino nei confronti delle rivolte avvenute ad Hong Kong lo scorso anno.

La reazione europea e statunitense:

Gli Stati Uniti usano il braccio di ferro con la Cina e Donald Trump promette ingenti sanzioni. Del resto i rapporti tra Cina e Stati Uniti non sono mai stati dei migliori e questo è solo uno dei tanti pretesti per fare guerra commerciale ed economica.

Ad essere più cauta è invece l’Europa che, come al solito, cerca sempre la via più diplomatica possibile. Nel luglio 2019 è stata inviata una lettera, da parte di 22 nazioni, al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC) che chiedeva la chiusura dei campi di internamento. In questa lettera l’Italia non ha apposto la sua firma; al contrario ha preferito siglare l’accordo per la Via della Seta con la Cina.

L’impegno che ha preso Pechino con l’Italia, tuttavia, può solo peggiorare la situazione degli uiguri. Lo Xinjiang, infatti, oltre a possedere numerose risorse petrolifere, vanta anche una posizione strategica, che sarà fondamentale per le nuove Vie della Seta. Sembra questo uno dei motivi per cui il governo cinese stia facendo di tutto per appropriarsi della regione.

La storia si ripete…

La storia si ripete e ancora oggi facciamo poco e niente perché questo non accada. Adesso, come allora, gli accordi politici ed economici sembrano più importanti della libertà di milioni di persone.

Ad intensificare la distanza oggi c’è la tecnologia, che ci permette di documentarci su tutto ciò che desideriamo; ma allo stesso tempo ci fa sentire ancora più distanti dalla realtà. Inebetiti davanti a degli schermi e abituati a vedere ogni giorno continue violenze, ci abbandoniamo al disfattismo.

Amareggiati e pieni di sconforto, ci sentiamo impotenti e speriamo in qualche intervento divino che cambi la situazione. Non proviamo nemmeno dolore davanti alla promessa, che avevamo fatto settantacinque anni fa, di non ripetere gli stessi errori.

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Sara Albertini, marchigiana, classe 1999. Positiva, sognatrice, ostinata; la musica di Einaudi accompagna il flusso dei miei pensieri. Sono iscritta al corso di laurea “Culture letterarie europee” presso l’Università di Lettere e Beni Culturali di Bologna. Scrivo di costume e società per il blog di Sistema Critico con l’illusione che la scrittura possa migliorare il mondo in cui viviamo.

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