World Food Programme: Un Premio Nobel d’allarme

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Il Premio Nobel per la Pace 2020 è stato assegnato al World Food Programme, agenzia dell’Onu con sede a Roma. Ma quest’anno non si può considerare un semplice riconoscimento. L’assegnazione del Nobel per la pace, per la ventottesima volta ad un’organizzazione, è anche un segnale d’allarme legato all’emergenza alimentare.

“L’epidemia di Covid-19 rende più urgente la lotta alla fame”, si legge nel comunicato che si occupa di assegnare il premio. Anche per questo motivo Il Nobel per la pace 2020 è andato al World Food Programme, un’agenzia dell’ONU che si occupa di promuovere la sicurezza alimentare nel mondo, cioè di garantire che non ci siano intere popolazioni a soffrire la fame – per conflitti o crisi di altro tipo – e che la mancanza di cibo non venga usata come arma di guerra.

Finanziato attraverso donazioni volontarie di governi e privati – sostiene di fornire mediamente assistenza alimentare a 91,4 milioni di persone all’anno. Premiato per «i suoi sforzi nel combattere la fame, per i suoi contributi nel migliorare le condizioni della pace in aree di conflitto e per la sua azione nel prevenire l’uso della fame come arma per promuovere guerre e conflitti».

Premio Nobel per la pace al World Food Programme

È un Premio Nobel che ha il valore di un allarme. Assegnato qualche giorno prima della Giornata mondiale dell’alimentazione e della Giornata Internazionale per l’eliminazione della povertà. Nel frattempo il coronavirus sta pesando sui poveri della terra, non solo come calamità sanitaria, anche la depressione economica globale uccide. Lo stesso World Food Programme sostiene che tra le conseguenze indirette della pandemia il numero di persone che soffrono di denutrizione acuta potrà salire da 135 a 250 milioni entro la fine dell’anno. Le vittime della denutrizione saranno superiori ai decessi per il Covid.

Quello del rapporto tra emergenza sanitaria ed economica è un tema delicato per i suoi risvolti politici e per il modo in cui è stato strumentalizzato. Più volte è stato utilizzato come argomento chiave di chi ha tentato, assecondando bias cognitivi molto comuni, di sostenere che l’emergenza sanitaria non fosse così grave.

L’emergenza alimentare è una realtà quotidiana nell’emisfero sud, i lockdown mondiali l’hanno aggravata, ma quando la fame avanza perfino nella nazione più ricca della terra scattano dei campanelli d’allarme più rumorosi. Un quarto dei residenti del Mississipi, un terzo dei bambini in Louisiana, stanno attraversando una situazione di “insicurezza alimentare”.

Negli ultimi anni l’agenzia fondata nel 1961, con sede a Roma, si è occupata in modo particolare delle crisi provocate dalle guerre in Siria e in Yemen.  il WFP distribuisce aiuti “cash-for-food”, “soldi-per-cibo”, soldi con cui le persone in difficoltà sono poi in grado di comprarsi il cibo.

Il Wfp è diretto da un Consiglio d’Amministrazione di 36 membri. Lavora a stretto contatto con le due organizzazioni con mandato affine aventi sede a Roma, l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Fao) e il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (Ifad).

World Food Programme in azione

Sicuramente l’arrivo del virus Covid-19 potrebbe aver reso più “facile” e meno retorico l’assegnazione del premio Nobel. Senza la pandemia sarebbe stato ancora più evidente il collegamento fra la fame e l’opera dell’uomo. I conflitti e le catastrofi ambientali rimangono le cause principali della fame nel mondo.

Ricorda Manoj Juneja, vicedirettore del Wfp: “Pace e fame sono collegati. Il mondo non potrà mai eliminare la fame se non c’è la pace, e finché c’è fame non ci sarà la pace”. In un periodo in cui l’Onu è sotto accusa per la sostanziale incapacità di imporre interventi non graditi alle grandi potenze. La stessa struttura alimentare dell’Onu è cresciuta con evidente carattere di lottizzazione. Il comitato del Premio Nobel però ha voluto ricordare che l’organizzazione rimane l’unica sulla quale l’umanità possa contare al di là di ogni bandiera.

(Vedi anche, Rohingya: il popolo dimenticato che mette in crisi il Nobel per la pace)

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Claudio Mariani

23 anni, studente di Storia all'università di Bologna. Appassionato di filosofia e cinema. Adoro i film sugli zombie e la musica funky. Ho tanti capelli.

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