Maria Lai: dalle proprie radici a ovunque

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È nella tranquillità di un’apparente periferia del mondo che un secolo fa nacque Maria Lai, una donna destinata a cambiare per sempre la storia dell’arte. Sarda insofferente nella sua isola, sarà proprio il suo paese però a decretarne il successo e a spalancarle le porte del mondo.

Maria Lai fotografata da Pietro Paolo Pinna

Nata nel 1919 ad Ulassai (in provincia di Nuoro), Maria, seconda di cinque figli di una coppia borghese (o quanto più simile ad una borghesia si potesse trovare in una Sardegna rurale di inizio Novecento), ha la possibilità di studiare, privilegio raro in quegli anni, specialmente per le donne.
Cagionevole di salute, i genitori la mandano a passare gli inverni a casa di parenti, contadini senza figli, più vicini al mare. È durante questi mesi solitari che si avvicina alla pittura e al disegno, unici passatempi in quella casa vuota.
Scopre così di avere un talento, molto precoce ma ben deciso.

Un disegno giovanile

La scoperta del ritmo

Il disegno rappresenta per un lei un modo per viaggiare e scoprire il suo io più profondo, capito in famiglia ma frainteso all’esterno. Quando si sposta da Ulassai a Cagliari per frequentare le scuole medie viene infatti etichettata come una “disadattata con problemi di apprendimento e socializzazione”.
Maria però ha la fortuna di trovare un professore di lettere che la capisce, lo scrittore e giornalista Salvatore Cambosu, il quale trova in lei qualcosa che gli altri non hanno. Le fa amare la poesia, e grazie a questa Maria capisce una cosa che la accompagnerà poi per il resto della sua vita: non le interessa la scrittura ma il ritmo delle parole.

Un nuovo difficile inizio…

A vent’anni, nel 1939, l’unica cosa che le importa è dare forma alla materia, ha bisogno di maestri. Mette da parte la timidezza e sbarca ‘nel continente’, per iscriversi al Liceo artistico di Roma.
Sa di essere esattamente dove vuole essere.
Il suo tratto “quasi maschile” viene apprezzato e riceve commenti di lode. È in questo momento che la realtà le si para davanti con prepotenza: capisce infatti che dovrà faticare per farsi valere in un mondo dove il miglior complimento che una donna possa ricevere è, appunto, “disegni come un uomo”.

Maria Lai nel 1992 fotografata da Daniela Zedda

Il non poter tornare ad Ulassai a causa della Seconda guerra mondiale si rivela una fortuna improvvisa: spostandosi da Roma, giunge a Venezia, dove si iscrive all’Accademia di Belle Arti per frequentare l’unico corso che le interessa davvero, quello di scultura con Arturo Martini. Con sorpresa scopre di essere l’unica donna del corso. Mentre per lei non fa alcuna differenza, il suo maestro ritiene poco serio il fatto che una donna possa fare l’artista e non le dimostra alcuna empatia. Ma Maria tiene duro e giunge alla fine di quello che poi definirà, sia dal punto di vista umano che artistico, un fallimento.

…seguito da un lungo silenzio

Nel 1945 decide di tornare a Cagliari, dove la sua ambizione sembra ridimensionarsi, tanto che finirà per considerarsi niente di più che un’artista locale.
Nel 1956 riparte per Roma per riportare la sua vita sui giusti binari. Allestisce la sua prima mostra personale di disegni a matita presso la Galleria L’Obelisco, apre un piccolo studio d’arte e il suo nome inizia a circolare negli ambienti artistici e critici.
Sembra ormai avviata alla carriera. Maria però sembra aver perso l’ispirazione: ora è libera, ma non capisce più quello che vuole fare dopo aver passato la vita a farselo dire dagli altri.
Si ritira dal mondo artistico ed entra in un silenzio durato dieci anni.

La svolta della vita

Mentre agli occhi degli altri sembra la resa di un’artista che non ce l’ha fatta, per Maria questo silenzio non è altro che il preludio di una forza non ancora rivelatasi.
Si osserva attorno, scopre nuove forme d’arte in attesa di sperimentare la propria, completamente diversa dalle opere giovanili e da quelle dei suoi maestri.

«Ho dietro di me millenni di silenzi, di tentativi di poesia, di pani delle feste, di fili di telaio».

A cinquant’anni è pronta a fare quello che vuole: comincia a realizzare proprio dei telai, oggetti concettuali fatti di trame di fili e legni mobili. Il telaio è lo strumento della donna che tesse, funzionale ed artistico, un oggetto antico ma allo stesso tempo tecnologico. Il telaio cambia nei secoli ma inalterato rimane il suo ritmo, la vera ossessione di Maria fin dai tempi della scuola.

Inizia poi ad unire, attraverso il filo, le due forme d’arte che più sente proprie: la materia e la scrittura. Nascono così oggetti che hanno la forma del libro ma che sono scritti con un ricamo incomprensibile, parole di cui nessuno è in grado di cogliere il significato.

Il potere di un nastro azzurro

Il legame del filo è per Maria Lai il simbolo del legame relazionale che esiste tra le persone e tra le cose.
Il momento per dimostrarlo giunge inaspettato nel 1979, quando il sindaco del suo paese, Ulassai, le chiede di realizzare un monumento ai Caduti. Maria risponde però di voler fare un’opera per i vivi.

L’idea le arriva da una fiaba: la “leggenda del nastro celeste” parla di una bambina che sfugge al crollo di una grotta perché uscita alla rincorsa di un nastro azzurro fatto volare via dal vento. Un nastro simbolo di un destino benevolo e salvifico, il filo che serve a Maria per letteralmente ricucire Ulassai, attraverso il primo atto di quella che sarà poi chiamata “arte relazionale”.

Legarsi alla montagna è una performance che richiese la collaborazione di tutto il paese: ognuno doveva prendere il nastro e passarlo ai propri vicini, di casa in casa. Il capo del filo venne fissato alla montagna, minaccia e protezione del paese. Il passaggio del nastro creava un percorso attraverso il quale era possibile visualizzare concretamente i rapporti sociali.

«Lasciai a ciascuno la scelta di come legarsi al proprio vicino. E così dove non c’era amicizia il nastro passava teso e dritto, dove l’amicizia c’era invece si faceva un nodo simbolico. Dove c’era l’amore veniva fatto un fiocco.»

Dalla tessitura e dalle scritture ricamate su tela, Maria passa per la prima volta a disegnare con il filo nello spazio. Il fare arte non resta più confinato in una dimensione di espressione personale dell’artista: l’elemento relazionale fa entrare il fruitore nell’opera e lo fa diventare l’opera stessa.   

Le foto di questo esperimento fecero il giro del mondo e portarono le opere di Maria Lai a ricevere quotazioni stellari in tutto il mondo.

Gli ultimi anni della sua vita Maria Lai li ha passati proprio ad Ulassai, dove morì nel 2013.

“Non preoccupatevi di capire un’opera, seguite il ritmo”.

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About Author

Caterina Costa

Bellunese a Bologna, con una passione per l’arte nata tra i banchi di scuola e proseguita tra quelli universitari. Nata nel 1996, frequento il corso magistrale di Arti Visive. Appena sbarcata su Sistema Critico, la scrittura è un’esperienza nuova che mi piacerebbe coltivare.

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