Consiglio per i diritti umani dell’ONU: nuovi seggi poco “umani”

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Il 13 ottobre si è votato per l’ingresso di 15 Paesi nel Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU: Bolivia, Cina, Costa D’Avorio, Cuba, Francia, Gabon, Malawi, Messico, Nepal, Pakistan, Russia, Senegal, Ucraina, Regno Unito e Uzbekistan. Sicuramente alcuni di questi nomi ci soprendono ed è il motivo per cui si è aperta una discussione intorno a queste elezioni.

Consiglio per i diritti umani dell’ONU

Questo consiglio – in inglese United Nations Human Rights Council, UNHRC – nasce come organo dell’alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. E’ stato fondato dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 2006, con la risoluzione 60/251.

Quest’organo ha il compito di rafforzare la promozione e la protezione dei diritti umani, affrontare eventuali violazioni e emettere raccomandazioni su questi casi.

Il Consiglio per i diritti umani dell’ONU si compone di 47 Stati Membri, eletti con voto segreto dall’Assemblea Generale stessa. I seggi, in ogni caso, vanno distribuiti tra gruppi regionali così suddivisi:

  • Africa, 13 seggi
  • Asia, 13 seggi
  • Europa dell’Est, 6 seggi
  • America Latina e centrale, 8 seggi
  • Europa Occidentale, America del Nord e Oceania, 7 seggi

Le elezioni del 2020 al consiglio per i diritti umani dell’ONU

In ottobre, dunque, si è votato per decidere i sostituti dei seggi in scadenza a fine 2020.

In realtà i risultati erano largamente prevedibili perchè il numero di candidati per ogni area geografica corrispondeva esattamente al numero seggi che sarebbero rimasti vacanti. Solo un’area geografica faceva eccezione, quella dell’Asia. In questo caso i seggi vacanti erano solo quattro, ma i candidati 5: Cina, Nepal, Pakistan, Arabia Saudita e Uzbekistan. Alla fine delle votazioni solo l’Arabia Saudita è rimasta esclusa.

Le perplessità e le critiche

Sicuramente alcuni nomi degli eletti hanno generato notevoli dubbi e perplessità. Questo è comprensibile perchè sono stati a chiamati a vigilare e proteggere i diritti umani Stati che già li violano.

Tra gli eletti che hanno suscitato scandalo c’è la Cina, tristemente nota per le vicende di Hong Kong e per le sue politiche contro la minoranza uigura. Poi la Russia, attualmente al centro della cronaca per il caso Navalny.

Le perplessità sono diventate anche critiche molto dure con accuse di “ipocrisia”, definendo l’ONU “inutile” o augurando che fosse smantellato.

Queste critiche hanno sperato di trovare anche l’appoggio degli Stati Uniti che, già nel 2018, avevano ritirato la propria delegazione, accompagnando alla decisione una lunga serie di critiche già ponevano in dubbio il sistema elettivo. La ragione sarebbe stata che il consiglio mancava di neutralità perchè sarebbe intervenuto in maniera iniqua contro gli Usa e, soprattutto, Israele. Inoltre, Trump, con questa scelta ha ampiamente criticato la possibilità eleggere al consiglio per i diritti umani dell’ONU Paesi che violavano i diritti umani.

Le elezioni del 2020 avevano le mani legate: quello era il sistema scelto e quelli i candidati.

Con questo sistema di elezione e mandati brevi, si è venuta a creare una condizione in cui prima o poi tutti arrivano ad avere un seggio. Una scelta democratica, potrebbe dire qualcuno, perchè non esclude nessuno e il tema dell’esclusione è sempre molto dibattuto. Soprattutto gli Stati più poveri e molti paesi in via di sviluppo, da anni reclamano maggiori spazi nelle organizzazioni internazionali. Un sistema di questo genere, comunque, era prevedibile essendo l’ONU un’organizzazione di Stati, dunque, per definizione, questi devono trovare un accordo e difficilmente questo è possibile se si decide di tagliare fuori qualcuno. Per contro questo meccanismo, come abbiamo visto, porta a elezioni contraddittorie.

Cancellare o riformare?

Per queste elezioni, ormai, era tardi per rivedere i meccanismi, ma è un bene che si crei scandalo affinchè se ne parli e si acquisisca consapevolezza dell’esistenza del problema. Da qui il dibattito dovrebbe istituzionalizzarsi al fine di cercare nuove soluzioni alternative per riformare quei sistemi malfunzionanti o ricchi di problematiche, come accade anche per il Consiglio di Sicurezza.

Bisogna, però, avere la consapevolezza che ogni soluzione dovrà raggiungere un compromesso con la stragrande maggioranza degli Stati, anche quelli con valori più lontani dai nostri e non particolarmente attenti ai diritti umani.

Per riformare l’Onu, soprattutto, è necessario che si ritrovi compattezza tra gli Stati promotori dell’ordine liberale, dei diritti umani e delle organizzazioni internazionali. E’ fondamentale anche che il peso massimo delle organizzazioni internazionali, gli Stati Uniti, smetta di ritirarsi, criticarle e ridurne la legittimità. Ogni volta che gli USA intraprendono questa strada e che gli Stati europei perdono compattezza, i diritti umani sono lasciati un po’ più in balia delle altre super potenze, in particolare Russia e Cina.

Quello che abbiamo visto la scorsa settimana è qualcosa di semplice: l’Onu che riflette gli equilibri dell’ordine internazionale, i quali stanno cambiando. Se vogliamo tutelare i valori democratici, in mezzo a tanti stati non democratici, bisogna invertire la rotta del cambiamento.

Nonostante tutti i dubbi, i problemi e le perplessità l’ONU, con le sue agenzie per la difesa dei diritti, è ancora un faro che prova, nel limite del possibile, a difendere i diritti di chi non ha voce e a costruire un mondo migliore.

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About Author

Andrea Giulia Rossoni

Classe 1996, nata nella nebbiosa provincia novarese, laureata a Pavia in scienze politiche, Erasmus a Bamberg. Oggi studio a Torino Relazioni Internazionali, profilo China and Global Studies. Fin da bambina ho sempre la valigia pronta, qualcuno mi chiama vagabonda. Innamorata del sogno europeo, affascinata dall'Asia, ma curiosa di quello che succede in tutto il mondo.

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