The Social Dilemma: tra etica e algoritmi

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Il 7 Settembre 2020 la piattaforma Netflix ha rilasciato, tra elogi e polemiche, il docu-film “The Social Dilemma”. Diretto da Jeff Orlowsky che, dopo aver vinto un Emmy parlando di riscaldamento globale con “Chasing Ice”, si butta nel cuore delle problematiche sociali, andando a parlare del grande (e controverso) fenomeno del nostro secolo: l’avvento dei social network e dei suoi conseguenti effetti.

“Se non stai pagando per il prodotto, allora il prodotto sei tu”

Il fine del documentario è quello di muovere una critica forte e inequivocabile a quello che stanno oggi diventando i nuovi social network e allo smodato e inadeguato uso che ne fanno sempre più utenti (soprattutto i giovanissimi), lasciandosi inconsciamente influenzare e manipolare. La particolarità del racconto sta però nel fatto che il tutto sia raccontato non da individui estranei al mondo delle nuove tecnologie, bensì da ex dirigenti e collaboratori di compagnie che in questo ambiente ci navigano e pure a gonfie vele.

La conversazione viene tenuta da esperti di Google, Twitter, Facebook, Instagram, Pinterest, ovvero giganti della Silicon Valley, che agiscono in nome del pentimento per aver contribuito a creare determinati meccanismi. Primo testimone tra tutti, colui che “conduce” il documentario, è Tristan Harrys, ex studente presso il Persuasive Technology Lab di Stanford e successivamente esperto di design per Google, che ad oggi ha però cambiato fazione, occupandosi di etica attraverso la fondazione del Center for Humane Technology.

il documentario si sviluppa in un’ora e mezza, intervallando testimonianze a scene recitate. Queste ultime raccontano una famiglia americana, in cui i figli adolescenti vivono la propria relazione con i social in maniera burrascosa e ossessiva. Ciò che vediamo non è altro che quello a cui assistiamo nella vita di tutti i giorni, che ci è sembrato normale fino a 10 minuti prima ma che ci instilla ora qualche dubbio, addirittura angoscia.

Oltre lo schermo

Essendo un prodotto destinato al grande pubblico le scene sono spesso portate all’esagerazione per provocare un’immediata reazione in chi sta guardando. Questo non è necessariamente un aspetto negativo, perchè attraverso un linguaggio semplice e lineare è possibile comprendere il processo dietro l’algoritmo che, attingendo dai nostri dati (che volontariamente abbiamo rilasciato), ci priva di un confronto con il diverso, proponendoci contenuti che vanno a rafforzare e confermare le nostre idee (confirmation bias) o che ci indirizzano verso determinati target, che si stia parlando di moda, cucina, politica o qualsiasi altra cosa. Dall’altra parte però, ed è qui che sono state mosse le critiche, il documentario non scende mai dettagliatamente nei particolari e il discorso rimane in superficie, lasciando spazio ad ogni tipo di interpretazione.

The Social Dilemma e Evgeny Morozov

Una domanda frequente che è stata lanciata dai più critici è il motivo della non partecipazione al documentario di alcuni ricercatori ed esperti del settore, primo fra tutti Evgeny Morozov. Morozov è un sociologo e giornalista di origine bielorussa, conosciuto per i suoi interessi e studi sull’effetto dei nuovi media sulla società. La risposta alla domanda sopra citata sicuramente non ci è dato saperla, certo è però che coinvolgere quest’ultimo avrebbe contribuito ad accrescere l’idea (forse estremizzata) di una società dominata e manipolata da Internet, che pensa di essere libera ma nella realtà dei fatti non lo è.

Ted Talk, 2009, Morozov spiega alla platea perchè aver la possibilità di “dire la propria” in Internet non è sinonimo di democrazia (distruggendo le argomentazioni dei così chiamati cyberutopisti), ma al contrario social come Twitter e Facebook possano diventare strumenti di controllo in mano a regimi autoritari. Segue parlando dei nativi digitali, confutando l’idea che attraverso il web i giovani stiano diventando più attivi in campi quali l’etica, la politica e i diritti umani, ma che al contrario stiano diventando sempre più passivi, ponendo l’accento sul come la tecnologia costringa a stare isolati, seduti su una sedia con solo la compagnia di un computer.

Come detto sono visioni propendenti alla radicalità, la regola d’oro è sempre quella di non fare di tutta l’erba un fascio. Di sicuro però alcune delle argomentazioni di Morozov si sposano bene con il messaggio di The Social Dilemma e un parziale confronto non può essere evitato.

Everybody lies?

The Social Dilemma evidenzia in modo particolare l’aspetto manipolativo e controverso del Web, che porta a credere di avere capacità decisionali durante le attività in Internet, quando invece spesso e volentieri si è influenzati nelle proprie scelte. Il paradosso sta però nel fatto che ci sia una marginale, spesso nulla, consapevolezza di questo costante monitoraggio, anzi spesso e volentieri le persone sono molto più sincere con il motore di ricerca Google che con il proprio psicologo. Se ne parla in “Everybody lies”, libro scritto da Seth Stephens Davidowitz. Davidowitz, economista e studioso di Big Data, apre il sipario su quell’aspetto di Internet in cui le persone si sentono libere da pregiudizi e sfogano le domande più nascoste.

Quando effettuiamo una ricerca su Google (o qualsiasi altro motore), la condizione dell’anonimato (anche se solo apparente) ci porta ad essere sinceri e a trattare quel dato motore quasi appunto come se fosse un confidente: possiamo fare domande scomode, confessare i nostri dubbi, renderci vulnerabili. Da qui la spiegazione di Davidowitz su quanto sia importante analizzare i Big Data anche e soprattutto per studiare il comportamento umano.

Incredibile è come sia possibile passare dalla sicurezza delle ricerche in rete, allo spietato mondo dei social network, dove al contrario la prima cosa da fare è quella di esporsi al massimo, rendendosi appetibili al popolo, pronto a giudicare positivamente o meno. Due comportamenti collocati all’opposto ma che provengono entrambi dalla stessa fonte.

La soluzione è che non c’è una soluzione

I punti di vista sono tanti, le domande anche di più. The Social Dilemma ci lascia confusi, è vero, ma di sicuro un po’ più consapevoli. Non esistono riposte giuste, non esistono soluzioni definitive. Sappiamo ad oggi che colossi, quali Facebook o Instagram, stanno essendo fortemente criticati e per questo stanno attuando politiche di “controllo e pulizia”, che mirano all’eliminazione di contenuti non confermati (le famose “bufale”) o che inducono verso comportamenti sbagliati e\o negativi.

Non dimentichiamoci che senza queste nuove piattaforme non saremmo più in grado di vivere, soprattutto nell’ultimo anno in cui la pandemia di Covid-19 ci ha costretti in casa con nessun altro modo per comunicare se non attraverso il Web.

La verità è che questa epoca è davanti alla più grande arma a doppio taglio della storia. Per quanto possibile è necessario cercare di prendere quanto (tanto) di buono questi mezzi hanno da offrirci, cercando però di non metterli al centro della nostra esistenza. Le insidie sono tante, ciò che appare perfetto può in realtà non esserlo, ciò che è sbagliato può apparire giusto.

Come il documentario cita:

“Nulla che sia grande entra nella vita dei mortali senza una maledizione”

Sofocle, V secolo a.C.

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About Author

Alessandra Sabbatini

Classe 1999. Bolognese di nascita ma cresciuta in un paesino della Bella Romagna. Frequento il terzo anno della facoltà di lingue aziendali a Urbino. Erasmus a Würzburg, Germania. Amo tutto quello che mi permette di andare lontano con la mente: cinema, letteratura e soprattutto musica. Mi piacciono le gite fuori porta e i viaggi verso luoghi che lasciano a bocca aperta. L'Irlanda è il mio paese del cuore (però sono di parte, ho i capelli rossi)

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