Breaking News del mercoledì

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Il nuovo mercoledì del Trend, ribattezzato “Breaking News del mercoledì” arriva puntuale anche questa settimana con la sua rassegna di notizie dal mondo.

Oggi vi portiamo a fare un viaggio abbastanza lungo. Partiamo dalla notizia più discussa, le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. A seguire torneremo in Europa, di nuovo alle prese con il terrorismo. Poi seguiremo il nostro Ministro degli Esteri in Medio Oriente, tra Isreale e Palestina. Adesso siete pronti per andare in Asia? Qui c’è qualche novità sui diritti. Infine, faremo ritorno in Europa, precisamente nel Regno Unito.

Elezioni presidenziali USA: ancora in attesa di notizie

Ieri è arrivato il tanto atteso election day statunitense, l’evento politico più atteso e osservato dell’anno.

Gli osservatori sono impegnati in una lunga maratona che non accenna a chiudersi e il mondo attende di sapere chi sarà l’uomo che per i prossimi quattro anni guiderà l’America, chi la porterà fuori dalla pandemia.

Ancora non si sa chi abbia vinto, la conta dei voti è lenta e ritarda anche a causa dell’elevatissimo numero di voti giunti per posta. Al momento in cui si scrive, Biden ha conquistato 227 grandi elettori, mentre Trump 213. 270 sono quelli che servono per essere eletti. Qualche dato, però, è evidente, come quello dell’affluenza record nella storia americana.

Quello che è interessante è quanto queste elezioni siano state combattute. In molti Stati, per ore la differenza di voti tra i candidati è stata microscopica e mai, forse nemmeno adesso, è emerso un candidato che sembrava già destinato a vincere.

Questa mattina, a un certo punto, la vicenda sembrava volgere a favore di Trump e lui si è subito rivolto ai suoi elettori in un discorso in cui diceva di aver vinto, ma soprattutto ha chiaramente detto che era vittima di un imbroglio. Trump si era già autoproclamato vincitore e, se così non fosse stato, l’unica causa possibile sarebbe stata un inganno: per questo si è dichiarato pronto a rivolgersi alla Corte suprema. Le accuse di Trump, poi, non si sono mai fermate: sui suoi profili social continua imperterrito ad accusare i democratici di creare o far sparire voti, è convito che in queste elezioni ci siano stati dei brogli. In caso di sconfitta, non sembra disposto a scendere a patti: il passaggio di poteri potrebbe essere meno pacifico del solito.

In giornata i venti sono cambiati, ora Biden sembra molto più vicino alla vittoria e il suo team è più speranzoso, tanto da dichiarare la vittoria dell’ex Vicepresidente dell’amministrazione Obama.

Andrea Giulia Rossoni

Attentato a Vienna

Notte di terrore oggi a Vienna dove si è consumato un atroce attacco terroristico. Quattro persone hanno perso la vita mentre altre 16 sono rimaste ferite. Dalle prime indagini sembrava che gli attentatori fossero tre, con il passare del tempo invece le investigazioni sembrano escludere questa ipotesi. Resta infatti in piedi la pista del singolo attentatore sostenitore dell’ISIS, come ha affermato un funzionario del governo.

A quanto pare non c’era un obiettivo chiaro degli attentatori. Sembra, infatti, che abbiano colpito mentre la gente era riunita in città per godersi l’ultima sera libera prima del lock-down.

L’attentato si è consumato in quattro punti diversi della città, uno dei quali vicino a una sinagoga ebraica al centro di Vienna; la polizia però non conferma che ci siano collegamenti tra l’attentato in sé e il luogo di culto ebraico. Mentre la città resta blindata, le autorità austriache e il sindaco di Vienna hanno incoraggiato i cittadini a rimanere a casa e a non uscire.

Le autorità internazionali hanno subito espresso profonda solidarietà nei confronti di Vienna. Il primo a rivolgere il suo sostegno è stato il Presidente della Repubblica francese Emanuel Macron, il quale oltre ad aver chiamato il cancelliere Kurz per esprimere la sua vicinanza, ha espresso tutta la sua solidarietà al popolo austriaco anche attraverso il suo profilo Twitter:

Manuel Ferrara

Francia e Mondo Islamico ai ferri corti: al via una campagna di boicottaggio

Boicottare i prodotti francesi come risposta all’atteggiamento dell’Eliseo sulla “questione Islam”: è questa la via che gran parte del mondo islamico ha adottato, una volta incassato l’endorsment del presidente turco Erdogan. La campagna si è diffusa a macchia d’olio all’interno della umma tanto che, già da una settimana, negozi e supermercati di molti paesi arabi (Qatar e Kuwait in prima linea) hanno ritirato dagli scaffali i prodotti transalpini. Non è la prima volta che si arriva a tanto, ma in questa occasione l’appoggio del presidente turco dà all’azione un rilievo tutto diverso.

L’accusa

L’accusa al presidente francese Macron è di “islamofobia” a seguito di due sue diverse dichiarazioni: una prima, non recentissima, in cui sosteneva l’esistenza di una “crisi dell’Islam” causata dall’importanza rivestita dalle sue frange radicali; e una seconda di pochi giorni fa dopo il brutale omicidio del professor Samuel Paty, a difesa dei valori di libertà e laicità dello Stato francese. Erdogan, più per ragioni (geo)politiche che altro, ha deciso di sollevare la questione e trasformarla in una lotta per la difesa dei valori islamici. Egli ha definito Macron un “malato di mente” ed ha paragonato i musulmani in Europa agli ebrei nella Germania hitleriana. Ciò ha causato una significativa risposta del mondo islamico con numerose manifestazioni antifrancesi nelle città: Tripoli, Algeri, Tel Aviv, Gaza, Amman. Uniche eccezioni sono state gli Emirati Arabi Uniti (nella figura del ministro degli Esteri) e il Libano (Hariri e Aoun) ad eccezione di Hezbollah.

La polemica appare alquanto sterile e capziosa. I rapporti turco-francesi sono in crisi da anni e le due nazioni si scontrano più o meno apertamente nel contesto libico, siriano e del Nagorno-Karabakh. Erdogan soffre momentaneamente di difficoltà interne, è in calo nei sondaggi e deve risolvere l’annoso e complicato problema della lira turca. La sua tattica in queste situazioni è sempre la medesima, da anni: ergersi a capo dell’umma mondiale per guadagnare credibilità interna e consenso internazionale nell’area MENA. In questo caso, il nemico è stato trovato nella Francia di un Macron che invece ha tentato la carta della conciliazione: tweet in arabo, un’interessante intervista concessa ad Al-Jazeera. È servito a poco, per il momento, e servirà del tempo per capire quale delle due impostazioni risulterà vincente sul campo.

Uno dei tweet in arabo del presidente Macron

Matteo Suardi

Conclusa la visita in Israele e Palestina del Ministro degli Esteri Di Maio

In settimana il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio si è recato in Terra Santa per una serie di incontri istituzionali tra Israele e Palestina.

Quella riservata al titolare della Farnesina è stata un’accoglienza non usuale: Di Maio non ha infatti incontrato solo il suo omologo del governo di Israele, ma anche il premier Netanyahu ed il vice Benni Gantz, entrambi leader dei partiti della colazione che sostiene il Governo.

Oggetto principale degli incontri è stato senz’altro il delicato tema dei rapporti Israele-Palestina che eppure sembrerebbe ormai prossimo ad una svolta. Di Maio ha infatti sentito in separata sede tanto il governo di Israele quanto i rappresentati dello Stato palestinese: se da un lato c’è la volontà di sedersi ad un tavolo di pace ma senza condizioni, dall’altro la richiesta all’Italia è quella di sostenere la proposta di convocare una Conferenza di pace già nel 2021 per porre fine alle ostilità e ridisegnare i rapporti così da avviarsi definitivamente verso la creazione di uno Stato palestinese con capitale a Gerusalemme Est.

Di Maio ha avuto modo anche di elogiare la recente firma, a Washington, degli Accordi di Abramo. Gli accordi siglati da Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, sono volti infatti a ridefinire la mappa del medioriente e a distendere i rapporti fra le varie potenze regionali così da creare nuova stabilità nell’area con l’avvio di proficue relazioni diplomatiche.

Oltre ai temi strettamente politici, di particolare rilievo sono stati anche i dialoghi relativi ai rapporti economici, energetici e scientifici tra il nostro paese ed Israele che sono culminati con la firma, da parte di Di Maio e del suo omologo agli Esteri israeliano, di un nuovo protocollo di cooperazione così da potenziare i rapporti fra Roma e Tel Aviv.

Lorenzo Alessandroni

Notizie dall’Asia

Taiwan: diritti degli omosessuali

Il 30 ottobre a Taiwan si è tenuto un matrimonio collettivo delle forze armate. Ben 200 coppie si sposate e due di queste erano coppie omosessuali. Sono state le prime a raggiungere questo traguardo a Taiwan, segnando un punto di svolta importante.

L’anno scorso Taiwan è stato il primo paese asiatico a legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso. È divenuto così pioniere dei diritti della comunità LGBTQ+ in Asia, una regione dove questa comunità ancora subisce molte discriminazioni e si vede riconosciuti pochissimi diritti.

Il giorno successivo, il 31ottobre, la capitale Taipei ha anche ospitato il 18esimo pride, che ha visto sfilar 130 000 persone e probabilmente, a causa del virus, sarà il pride più grande del 2020.

La Presidentessa di Taiwan sul Pride di Taipei

Per Taipei è stato possibile permettere il pride perché il paese si è distinto da subito per una gestione ottimale ed efficace della pandemia, come si nota dai numeri: dall’inizio solo 567 i casi confermati e 7 morti (dati Taiwan Centers for Disease Control datati 03 novembre 2020). Taiwan il 30 ottobre ha potuto festeggiare i 200 giorni senza nuovi casi domestici di covid-19, questo ha permesso che una manifestazione come il pride si svolgesse in sicurezza.

Eutanasia in Nuova Zelanda

Dopo le elezioni del 17 ottobre che hanno visto la netta vittoria della leader labourista Jacinda Arden, la Nuova Zelanda è tornata al voto per due referendum. I temi sono stati la cannabis e l’eutanasia.

I cittadini neozelandesi si sono espressi contro la legalizzazione della cannabis, che ha perso con il 53% dei voti contrari; mentre per quanto riguarda la legalizzazione dell’eutanasia i cittadini hanno votato per il 65% a favore. Grazie all’approvazione espressa dal popolo sulla proposta di legge sul fine vita, già passata alla camera, l’eutanasia sarà legale a partire dal 7 novembre. La Nuova Zelanda sarà il settimo paese al mondo ad ammettere forme di eutanasia, seppur con criteri stringenti.

La Premier aveva votato favorevolmente a questa proposta di legge alla camera, ma a lungo si era rifiutata di dire cosa avrebbe votato sulla cannabis. Solo dopo l’annuncio dei risultati è stato confermato che ha votato a favore di entrambi i referendum.

Andrea Giulia Rossoni

Il partito laburista sospende Jeremy Corbyn per la risposta all’antisemitismo

Il principale partito di opposizione britannico, il Labour, ha sospeso giovedì il suo ex leader Jeremy Corbyn dopo aver sviato la colpa per la gestione delle accuse di antisemitismo da parte del partito, ponendo le basi per una rottura straordinaria con il recente passato del Labour e un altro periodo di lotte intestine torturate sul suo futuro.

La sospensione ha avuto pochi precedenti nella storia della politica britannica. Solo poco più di 10 mesi dopo un’elezione in cui i laburisti hanno combattuto per nominare Corbyn primo ministro, e poco più di sei mesi da quando si è dimesso da leader, l’ex leader del Labour non era più un parlamentare laburista. L’impatto sulla rinascente opposizione di sinistra britannica era tutt’altro che certo. Il partito conservatore del primo ministro Boris Johnson ha subito un duro colpo con la gestione del coronavirus, aprendo la strada alla rimonta laburista meno di un anno dopo essere stato apparentemente relegato nel deserto politico dalla sua peggiore perdita elettorale dal 1935. Ma la sospensione di Corbyn, tedoforo di lunga data per l’estrema sinistra laburista, ha rischiato di far precipitare il partito di nuovo nelle feroci controversie di fazione che sono diventate il suo punto debole durante i suoi cinque anni di carica.

Massimiliano Garavalli

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