La diplomazia di Francesco: tra liberalismo e pragmatismo, tra USA e Cina

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Sono trascorse solo poche settimane dalla pubblicazione di “Fratelli tutti”, la nuova enciclica redatta da Papa Francesco, e l’onda d’urto che ha provocato nel mondo cristiano e nell’arena sociopolitica mondiale non accenna ancora neanche lontanamente ad affievolirsi. La ragione è presto detta: si tratta del documento che fissa per iscritto un’evoluzione lunga otto anni del pensiero del Pontefice.

La terza grande opera di Bergoglio, che segue la Lumen Fidei del 2013 e la Laudato Si’ del 2015, segna un punto di svolta decisivo per la storia del suo pontificato e ricorda al mondo alcuni concetti troppo spesso dimenticati: la Santa Sede è una realtà politica molto attiva in politica estera, la sua rete di relazioni è capace di esercitare un’influenza significativa in molti tavoli negoziali, ed ha il vantaggio di una gigantesca sproporzione mezzi-territorio.

Paradossalmente, l’essere una sorta di “entità grigia” internazionale a metà tra religione e politica consente al Vaticano di avere un impatto ideologico importante. E di esercitare un soft power a livello internazionale infinitamente maggiore rispetto alla sua grandezza territoriale. Assieme a Singapore (per ragioni economiche), Bahrain (per ragioni geografiche) e Lussemburgo (per ragioni storiche) è l’unico dei cosiddetti “microstati” ad avere una storia diplomatica degna di nota e un reale impatto nel complesso mondo delle relazioni internazionali tra stati. E senza nemmeno avere diritto di voto all’Assemblea Generale dell’ONU. Questo perché la formula “una testa, un voto” non considera la Santa Sede, che è presente solo come osservatore permanente. Nonostante ciò, la sua influenza internazionale non dipende affatto da una “banale” capacità deliberativa, e sopperisce a questa mancanza con altri mezzi.

Il liberalismo vaticano

L’enciclica “Fratelli tutti” è un perfetto esempio di mezzo alternativo d’influenza della Santa Sede. Non a caso, arriva in un momento molto delicato della storia della sua politica estera. Lunga 287 paragrafi più due preghiere ecumeniche finali, racchiude in forma chiara la galassia delle convinzioni e delle posizioni di Francesco, imperniate sul concetto chiave della fratellanza umana.

Critica della modernità senza essere antimodernista come la Pascendi Dominici Gregis (Pio X, 1907), chiaramente influenzata dai principi della Teologia della Liberazione di matrice latino-americana, molto decisa ad affermare l’importanza dell’apertura mentale e religiosa e del dialogo tra fedi, discretamente anti-imperialista, è soprattutto un’enciclica estremamente politica. Capitalismo e nazionalismo vengono messi senza pietà sul banco degli imputati. Il primo viene criticato duramente per colpa delle sue degenerazioni, mentre il secondo non gode di questo beneficio, e subisce un attacco coerente e sistematico.

Si tratta di un punto di arrivo importante per la storia universale della Chiesa romana. Nonostante i continui rimandi critici al liberalismo, questa enciclica segna per la Chiesa l’ingresso in una fase post-moderna di conformità con il pensiero liberale. Le accuse di “socialismo” ricevute, in particolare relative ad un passaggio che declassa il diritto alla proprietà privata a “diritto naturale secondario”, tendono a mis-interpretarne il contesto, molto dipendente dalla teologia della liberazione e dalle convinzioni cristiane “delle origini”. E sono anche una grande esagerazione. Tramite cherry picking, selezionano accuratamente e capziosamente alcuni passaggi decontestualizzati e ignorano le smentite alle teorie socialiste solo poche righe più avanti.

Possiamo dire che, in un ipotetico “political compass”, Francesco è incasellabile nella sezione “libertarian left”. Una controtendenza impressionante rispetto ai duemila anni precedenti della storia di un’istituzione che, fino al Concilio Vaticano II, ripudiava i concetti stessi di “diritti umani” e “democrazia” perché considerati sottoprodotti maligni del “modernismo”.

Un inno al multilateralismo

Ciò che soprattutto emerge dall’enciclica pontificia è una grande enfasi sull’importanza del multilateralismo. Appoggiandosi teologicamente alla parabola del buon samaritano, l’intera opera insiste sul concetto di fratellanza universale da concretizzarsi nella pratica come progetti di governance comune, collaborazione internazionale tra stati e “abbattimento dei muri”.

I paragrafi dal 128 al 141 insistono sulla necessità di sviluppare forme di governance globale per risolvere il problema delle migrazioni. Poi, Francesco passa alla parte ancor più direttamente politica e arriva a discutere attivamente di una riforma delle Nazioni Unite.

[…] ricordo che è necessaria una riforma sia dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che dell’architettura economica e finanziaria internazionale, affinché si possa dare reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni.

173, Papa Francesco, Fratelli Tutti, 2020. L’intera enciclica è consultabile gratuitamente presso questo link

La centralità dell’ONU viene spesso rimarcata e si fa sempre riferimento alla sua Carta come documento fondamentale su cui basare una sana cooperazione internazionale. Il tutto nel nome del rispetto del diritto internazionale, del principio “pacta sunt servanda”, dell’arbitrato come forma di risoluzione delle dispute.
La Santa Sede dà così una cornice chiara e netta dei suoi valori in politica estera. Il problema, come sempre, è tradurre questi valori in scelte reali. A tal proposito, le recenti tribolazioni in politica estera mettono immediatamente sotto esame gli assunti su cui si fonda la “proposta politica” del Papa.

Tra valori e pragmatismo

Il 22 settembre 2018 la Santa Sede ha firmato con la Repubblica Popolare Cinese un’intesa di portata storica riguardante la nomina dei vescovi in Cina. È il punto di arrivo di un processo lungo decenni per arrivare a una normalizzazione dei rapporti sino-vaticani. I traguardi raggiunti riguardano nuove tutele per i cristiani cinesi (circa 33 milioni) vittime di persecuzione e il togliere dalle mani del Partito il controllo dell’intero “Christian package” (nomine, chiese, catechismo, liturgia). In cambio, la Cina ha ottenuto nuove chance di avvicinamento al mondo occidentale in contrapposizione agli Stati Uniti, riconoscimento da parte di un’istituzione globalmente centrale come la Chiesa Cattolica, e soprattutto il silenzio vaticano su alcune spinose questioni interne.

È proprio su questo ingranaggio che vengono alla luce tutte le contraddizioni della Santa Sede in politica estera, incastrata tra il dovere morale e istituzionale di combattere per il rispetto dei diritti umani e per un mondo libero, aperto e tollerante (come esplicitato più volte nella Fratelli Tutti), e la ruvidezza intrinseca della politica internazionale, che è fatta di compromessi e di teste girate dall’altra parte. Per salvaguardare l’intesa, il Vaticano ha dovuto usare un pesante doppio standard. E ha ignorato tutte e tre le questioni cinesi scottanti del 2020: Xinjiang, Hong Kong e Taiwan.

Xinjiang, Hong Kong e Taiwan: le difficoltà della diplomazia

Innanzitutto, manca ogni riferimento ai campi di concentramento dello Xinjiang, da anni ormai luoghi di reclusione e di vessazione degli uiguri, minoranza musulmana situata nella regione nord-occidentale della penisola cinese. Non se ne fa parola nell’enciclica, nelle omelie ufficiali, nei grandi e piccoli discorsi del Papa, nei suoi scritti, nemmeno nelle interviste informali.

In secondo luogo, il silenzio assordante sulla questione Hong Kong, dall’inizio dell’anno scossa da proteste anticinesi. Di fronte all’ingerenza di Pechino nelle questioni di quello che considera un suo protettorato, il Papa ha anche in questo caso optato per non esporsi. E nel farlo, ha tralasciato anche tutte le sistematiche violazioni dei diritti umani operate dalla Cina. Fino al punto di non ricevere il cardinale emerito Joseph Zen, giunto a Roma da Hong Kong proprio per sensibilizzare Francesco riguardo alla propria causa.

Infine, il sottile allontanamento da Taiwan, che ha sempre avuto nel Vaticano il suo principale alleato per il proprio inserimento internazionale. La politica estera della Santa Sede degli ultimi 50 anni si è basata molto sulle relazioni con l’isola di Formosa, ma i tempi cambiano. Con la Cina più vicina, tali relazioni divengono di colpo sconvenienti. La paura di Taipei è di perdere il suo “main sponsor” assieme agli USA e di rimanere vittima delle tenaglie cinesi. Una minaccia mortale per il piccolo isolotto del Pacifico, che deve la sua sopravvivenza a quel poco di sostegno internazionale che ancora riesce a procacciarsi.

La diplomazia di Francesco

Questo valzer pericoloso tra valori e pragmatismo è un punto ricorrente della politica estera vaticana recente e risulta essere una contraddizione solo se osservato superficialmente. Per quanto la Santa Sede si rifaccia a valori “alti” e a una spiccata moralità ed espliciti ciò anche attraverso documenti religiosi ufficiali, la questione del rapporto tra etica e relazioni internazionali rimane un dilemma di difficile soluzione che non risparmia nemmeno il Papa.

Il ruolo internazionale della Santa Sede

Ogni attore di politica estera oggi si rifà ad un particolare sistema valoriale, eppure ognuno tende poi a percorrere la strada del pragmatismo spicciolo. Il Vaticano non fa differenza. La scelta di portare avanti un accordo storico (per la tutela e la regolamentazione, ricordiamolo, di una minoranza oppressa) a spese di un impegno chiaro ed etico riguardo a questioni collaterali come Hong Kong, Taiwan e Xinjiang non solo è perfettamente razionale nel contesto attuale di politica estera, ma non è neanche così “immorale”, per quanto strida con le disposizioni contenute nella recentissima “Fratelli tutti”. Perché abbandonare un progetto così a lungo inseguito, in cambio di alcune generiche prese di posizione senza un vero impatto tangibile nell’immediato futuro?

Inoltre, bisogna abituarsi a non sottovalutare il ruolo internazionale della Santa Sede. Lo ha imparato a proprie spese l’amministrazione americana nella figura di Mike Pompeo, a cui è stata rifiutata udienza negli scorsi giorni. E lo hanno imparato anche il popolo di Hong Kong e il cardinale Zen. Anche se spesso sembra una mosca bianca nell’arena globale, la forza del Papa come leader politico e le capacità dell’entourage vaticano sono in grado di esercitare un peso notevole in molti scenari, anche quelli che sembrano più distanti. Riconoscerne la rilevanza politica ed internazionale e scorporare questo lato da quello di “vicario di Cristo in Terra” (più appariscente prima facie)  è fondamentale per non fraintenderne le azioni, gli atteggiamenti e i silenzi che si sono recentemente manifestati.

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About Author

Matteo Suardi

Matteo Suardi, oltrepadano di nascita e di spirito, classe 1997. Studio Scienze internazionali all'Università di Torino, profilo Middle East and North Africa. Fiero appassionato di Medio Oriente, multilateralismo e studio delle religioni, scrivo per Sistema Critico nella sezione Politica. Die hard fan dell'ONU, unica cosa al mondo che mi emoziona più di Roger Federer.

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