Polonia e il divieto di aborto: le proteste non si fermano

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Il 22 ottobre la Corte Costituzionale polacca ha vietato di abortire in caso di malformazione del feto. Da allora, ogni giorno proteste infervorano lo Stato polacco, da Cracovia, passando per Łódź e Varsavia, fino ad arrivare a Danzica. La mobilitazione di centinaia di migliaia di persone ha suscitato preoccupazioni e dissensi all’interno del partito ultraconservatore al governo, che ancora temporeggia sulla pubblicazione della sentenza e quindi l’ingresso in vigore del divieto.

La legge sull’aborto

La legge che regola l’aborto in Polonia è una delle più stringenti d’Europa, frutto di una società estremamente cattolica. Fin dal 1993 l’aborto è concesso solo in tre casi: quando il feto presenta malformazioni, quando la salute della donna è in pericolo e quando si verifica uno stupro o un incesto. Con la sentenza della Corte Costituzionale saranno valide solo le ultime due motivazioni per interrompere la gravidanza, le quali caratterizzano il 2% degli aborti annui. Sui circa 1000 aborti legali che avvengono ogni anno in Polonia la malformazione fetale rappresenta il 98% dei casi di aborto. Con una popolazione di quasi quaranta milioni di abitanti i numeri sugli aborti effettivi sono ben altri. Secondo stime di diverse ong gli aborti illegali conseguiti in Polonia e gli aborti effettuati all’estero dalle donne polacche sono tra gli 80 e i 150 mila all’anno.

Il partito ultraconservatore Diritto e Giustizia (PiS), al governo dal 2015, aveva già provato ben due volte a far passare una legge più stringente sull’aborto, per consolidare in qualche modo il suo legame con la chiesa cattolica polacca. I tentativi però fallirono a causa dell’opposizione nel parlamento e nelle strade. Questa volta, invece, il partito di maggioranza è riuscito ad ottenere il suo intento politico bypassando il parlamento. Questo è stato possibile grazie ad una legge del 2016, la quale, come dichiarato dall’allora presidente della Corte Costituzionale Andrzej Rzeplinski, «impedisce il funzionamento corretto di un organo costituzionale come la Corte e che introduce gravi ingerenze nella sua indipendenza e nella sua separazione dagli altri poteri, violando così i principi di uno Stato di diritto». Grazie a questa legge il PiS si è assicurato le nomine della maggioranza dei giudici. Per il partito al governo è perciò bastato sollevare la questione di costituzionalità sull’attuale legge che regola l’aborto, e la Corte Costituzionale ha fatto il resto.

La protesta

Ma probabilmente il PiS non si aspettava una reazione dell’opinione pubblica così forte. È da tre settimane che le proteste continuano nelle principali città polacche, e non sembrano volersi fermare. Questo ha spinto il governo a frenare la pubblicazione della sentenza sulla Gazzetta Ufficiale, non rendendola di fatto ancora applicabile. Nel frattempo le donne polacche marciano urlando il motto “to jest wojna”, questa è guerra. Una guerra contro un alleanza ormai consolidata tra il partito di maggioranza Diritto e Giustizia e la chiesa cattolica polacca. La sentenza della Corte non è però passata inosservata nemmeno fuori dalla Polonia. Il Commissario dei diritti umani del Consiglio d’Europa (organizzazione diversa dall’UE che si occupa principalmente dei diritti umani), Dunja Mijatovic, ha espresso le sue preoccupazioni sui social media, scrivendo che “rimuovere le basi per quasi tutti gli aborti legali in Polonia corrisponde ad un divieto ed ad una violazione dei diritti delle donne”. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha espresso le sue preoccupazioni per il passo indietro fatto nel riconoscimento dei diritti per le donne.

Danzica, Polonia 26 ottobre 2020

La Polonia nell’Unione Europea: tra democrazia liberale e illiberale

Le istituzioni europee guardano con grande attenzione la Polonia. Quest’ultima è già nel loro mirino dal 2016 per la riforma della Corte Costituzionale, una riforma che mina radicalmente la separazione dei poteri e quindi lo stato di diritto (la Commissione fece partire una procedura d’infrazione nei confronti dello Stato polacco, la quale, però, non raggiunse l’unanimità necessaria). La Polonia fa infatti parte di quei paesi europei con democrazie liberali non consolidate, che oscillano tra democrazie liberali e democrazie illiberali. Un altro Stato membro a rischio è l’Ungheria, con Orban che ha approfittato dell’emergenza del Covid-19 per consolidare il proprio potere attraverso una legge che gli permette di saltare l’approvazione parlamentare, facendo un altro passo verso una democrazia illiberale che lui ha sfrontatamente auspicato in passato. Ciò di cui l’Unione Europea si preoccupa è un possibile ritorno dell’est e centro Europa nell’orbita russa. Una Russia che strizza l’occhio ai governi e partiti sovranisti europei, e ,nel frattempo, attacca i regimi liberali. Fu Putin stesso, infatti, in un intervista al Financial Times del 27 giugno 2019 a dichiarare che “le idee liberali sono diventate obsolete. Sono entrate in conflitto con gli interessi della stragrande maggioranza della popolazione”.

Se è vero che la sentenza della Corte Costituzionale e le politiche del partito Diritto e Giustizia destano preoccupazioni, è anche vero che la mobilitazione popolare che stiamo assistendo in Polonia può essere motivo di conforto per l’Unione Europea. Infatti, a determinare se uno Stato è una democrazia liberale o illiberale, e in quale graduazione, non sono solo le istituzioni e il loro rapporto di potere, ma anche la società civile, e il suo livello di partecipazione. Il popolo polacco ha reagito, mostrando come non sia pronto a perdere docilmente un proprio diritto. Si è organizzato in movimenti sociali di protesta. Le donne, su iniziativa del movimento Ogólnopolski Strajk Kobiet ( All-polish Women’s Strike), hanno iniziato a scioperare. Tutto ciò con la cooperazione e partecipazione di ong della difesa dei diritti per le donne e dei diritti umani. Tutti insieme per inviare un messaggio forte. Un messaggio di protesta, non solo contro la decisione della Corte, ma contro una società patriarcale rappresentata dal governo e dalla chiesa polacca.

Protestanti con lo slogan Strajk Kobiet (sciopero delle donne)

Bisognerà aspettare ancora qualche giorno per capire quale sarà la decisione del PiS, ma la sensazione è che abbiano fatto il passo più lungo della gamba, e anche se torneranno sui loro passi, ci saranno delle conseguenze e cambiamenti.

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About Author

Carlo Sapienza

Classe 1998. Nato nella bassa modenese, nel paesino di San Felice sul Panaro, dove la nebbia mi ha insegnato ad osservare al meglio le cose, e la pianura a spaziare con la mente. Sono iscritto al corso Studi internazionali nella facoltà di Sociologia di Trento. Scrivo per il blog Piazza del Mercato, e dal 2020, per Sistema Critico.

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