La Massificazione dell’Anticonformismo

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Essere speciali è senza dubbio un desiderio insito in noi tutti, il bisogno di distinguerci dalla massa, vista come gregge, è spiegabile con la voglia di sentirsi importanti ed inimitabili. La realizzazione di essere sì, unici, ma molto più simili a tante altre persone nel mondo di quanto pensiamo potrebbe indurci a pensare di essere facilmente rimpiazzabili o peggio, di non avere alcun tratto distintivo.

Per questi motivi vediamo sempre più persone, specialmente giovani, definirsi “alternativi”: ascoltano musica indipendente, si vestono acquistando in negozi vintage che la maggior parte delle volte hanno capi d’abbigliamento unici, si concentrano su film di nicchia e cercano di bazzicare locali poco frequentati…ma nel momento in cui definiamo alternativo un tipo di stile allora dobbiamo etichettarlo come tale e sappiamo che un’etichetta automaticamente va a definire un’idea stereotipata.

Spesso la voglia di emergere dal coro è talmente forte che la persona che vuole adottare lo stile di vita “alternativo” cancella se stessa, rinuncia a qualcosa che le piace solo perché è popolare e snobba qualunque cosa non sia conosciuta da meno persone possibile soltanto per il gusto di poter risultare interessante e in qualche modo strana di fronte agli altri.

Questo fenomeno è perfettamente visibile con la musica: se ascolti il pop sei banale, se ascolti l’indie sei cool, se ascolti solo artisti del momento sei un pecorone mentre se ascolti gli Smiths allora sì che puoi considerarti alternativo.

Il paradosso è che invece di essere noi stessi e riuscire a comunicare la nostra diversità tramite lo status che potrebbe veramente donarcela, ovvero partendo dal presupposto che ognuno di noi è particolare, cerchiamo sempre di associarci ad uno stile predefinito, che per quanto possa essere non inflazionato appartiene ad un insieme di comportamenti, stili e gusti che sono già stati decisi in partenza per farci sembrare alternativi; obiettivamente è un controsenso, soprattutto perché inevitabilmente indosseremmo una maschera formata da sovrastrutture trovate all’esterno.

Cercando di conformarsi ad uno stile, per quanto speciale questo sia, il rischio è quello di appiattirsi per far combaciare i propri gusti a quella che è a tutti gli effetti un’etichetta tutta underground e vintage, prendendo come massima il fatto che “la folla di oggi è l’alternativo di domani”, come è sempre successo. Quello che è pop oggi, un domani sarà considerato old school, ricercato, persino l’aesthetic anni 2000, con i suoi abbinamenti modaioli improbabili e le sue boyband è ora sinonimo di retrò e accattivante per chi desidera essere ritenuto fuori dal coro.

Il desiderio di non essere riconducibili alla massa è ovviamente lecito, nell’immaginario comune essa è sinonimo di mancanza di personalità e mancanza di idee e per alcuni di noi passare inosservati in mezzo a tante persone sarebbe peggio di ricevere una pugnalata nel petto, distinguersi diventa il desiderio principale. Per altri, invece, seguire i trend del momento è molto più gratificante ed essere simili agli altri non è poi così male, ma una cosa è certa: tutti cerchiamo un senso di appartenenza a qualcosa.

E’ necessario discutere anche del concetto di poser, ovvero colui che è considerato appunto una persona che “posa” che fa finta di essere ciò che non è solo per compiacersi o compiacere gli altri, come chi indossa la maglietta dei Nirvana senza aver ascoltato mai una sola canzone. E’ un mondo spietato quello dell’alternative style, anche se arrivi troppo tardi a conoscere una band che spacca allora conviene trovarsene un’altra, perché ormai è troppo famosa per gli standard dell’alternativo.

Nel 2020 è difficile che qualcosa non sia già stato visto, esistono blog su praticamente tutto e in particolare con l’influenza dei social, come tik tok o instagram, veniamo bombardati da idee e immagini che hanno la forte capacità di farci sentire talvolta inadeguati talvolta simili a altre tremila persone. Diciamocela tutta: l’alternativo va di moda. Postare sul proprio profilo una citazione di Dostoevskij è visto e rivisto, così come postare una foto dove si indossano degli occhiali da sole rotondi acquistati al mercatino.

L’alternativo standard che ci prova con tutto se stesso è un individuo che tende a distinguersi dalla massa, senza riuscirci, mai. Assolutamente contro la moda, egli cerca di allontanarsi dai gusti degli altri ma finisce inesorabilmente col creare un branco di alternativi tutti uguali.

Chi è dunque il vero alternativo?

Potremmo rispondere che è qualcuno che non ha bisogno dell’approvazione del gregge, qualcuno che abbia una diversità insita in lui e che non debba andare a ricercarla all’esterno per distinguersi dalla massa. Paradossalmente una persona veramente alternativa può guardare il “Grande Fratello” il lunedì sera e leggere Nicholas Sparks, se è quello che gli piace.

La verità, però, è che l’alternativo come lo si vuole concepire non esiste, è semplicemente qualcuno che sovverte gli standard che noi sentiamo presenti nella nostra vita, qualcuno che lo è per noi potrebbe essere normale all’attenzione di un altro individuo e questo ci permette di dire che siamo tutti, relativamente, alternativi, o meglio nessuno di noi lo è, chissà.

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Studentessa di lettere moderne all’Università di Urbino Carlo Bo, da sempre appassionata al giornalismo culturale, ha partecipato al “Festival di Giornalismo Culturale 2016” organizzato a Fano e ha collaborato a “Passaggi Festival” come volontaria. I suoi articoli hanno lo scopo di avvicinare i giovani nel modo più semplice possibile alla letteratura e alla storia dell’arte. Appassionata di musica e di vintage, cerca di portare la parte migliore di se stessa in tutto ciò che scrive.

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