Le canzoni di protesta: la musica a servizio di un ideale

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La musica, si sa, è un mezzo con cui è possibile comunicare a livello globale. Questo le permette di essere veicolo di messaggi sociali e politici, facendosi paladina di battaglie per i diritti, i doveri e le (in)giustizie attuate e subite dagli uomini. Nascono così le canzoni di protesta.

Gli esempi in questione sono a migliaia. Canzoni che hanno fatto la storia, e ancora oggi la fanno, non solo per il messaggio che portano, ma anche per le modalità e il contesto storico in cui sono state suonate. Canzoni al sostegno dei diritti civili, di minoranze, di popoli abbandonati.

Il periodo più denso di discografia che si rifà a questi temi è individuabile a partire dagli anni 50 fino ad arrivare ai primi anni 90. Nonostante ciò l’impegno politico e sociale non rimane incastrato nel passato. Anche oggi è possibile individuare artisti che mettono a servizio la propria voce per trattare determinati temi. Partendo dai suoni underground della musica folk, passando a toni più duri del punk rock per arrivare al pop e al rap dei giorni nostri.

Black Lives Matter

Era il 1968 e James Brown cantava “Say it out Loud – I’m Black and i’m proud“. Sono anni difficili per la comunità afroamericana, nonostante alcune conquiste ottenute grazie al secondo Civil Rights Act, non mancano episodi di violenza e di razzismo, che evidenziano una società ancora segnata profondamente dalla lotta per l’uguaglianza. Leader quali Martin Luther King e Malcom X sono stati assassinati e le proteste sono più infuriate che mai.

Non più tardi di un anno dopo, tra i tanti brani che sostengono il movimento, si distingue “To be Young, Gifted and Black“, singolo di Nina Simone che celebra la giovinezza e dona libertà e speranza. Il pezzo verrà poi inserito l’anno dopo nel suo live album “Black Gold”, che diverrà anch’esso emblema della battaglia per i diritti civili.

Negli anni tanti artisti si faranno promotori politici di questa battaglia, non solo nel contesto americano ma anche rivolgendosi alla situazione dell’apartheid, in Sudafrica. Come i Simple Minds che nel 1988 salgono sul palco del Webley, Londra, per cantare il loro singolo “Mandela Day”, tributo per i 70 anni del leader Nelson Mandela, allora imprigionato per la sua lotta contro la segregazione razziale.

Non si parla però solo di scorso millennio. Come ben sappiamo negli ultimi anni, a seguito di episodi come il brutale assassinio di George Floyd a Minneapolis, il 25 maggio del 2020, sono state riaperte ferite mai veramente sanate. Questo ha portato movimenti come Black Lives Matter ad essere nuovamente attuali. Conseguentemente anche gli artisti hanno sentito ancora una volta l’esigenza di difendere i diritti umani. La potente “Freedom” di Beyoncè feat Kendrik Lamar ne è un esempio, definito come uno dei pezzi più politici della pop star.

Girl Power

Un’altra grande battaglia che da decenni ispira numerose canzoni di protesta, è quella dei diritti delle donne. Argomento che ingloba temi di violenza e misoginia e che non smette mai di essere attuale.

“Pescare dal mazzo” della discografia che tratta queste tematiche è davvero difficile, tanto è densa e importante. Non si può però non citare la regina del soul, sua Maestà Aretha Franklin, che nel 1967 riprende il singolo (inciso due anni prima) del cantante Otis Redding intitolato “Respect” e lo trasforma in un inno femminista che le apre le porte alla scena musicale mondiale. “Respect”, come è immaginabile, parla di rispetto, in particolare di quel rispetto che tutte le donne del mondo devono pretendere, senza se e senza ma. Il brano cantato dalla Franklin è una boccata d’aria fresca e si fa manifesto della rivoluzione femminista.

Un altro grido di protesta poi passato alla storia, è quello dei Nirvana con il brano “Rape Me“. Viene considerato come la seconda parte del brano “Polly”. Quest’ultimo racconta uno stupro visto dagli occhi del fautore, mentre “Rape Me” cambia punto di vista, guardando l’atto nei confronti della ragazza che sta subendo la violenza, che urla “fallo ancora, non sarò l’ultima”.

MTV Music Awards 1992. Nonostante gli fosse stato vietato, perchè considerata troppo esplicita, Kurt Kobain suona le primissime battute di “Rape Me” per poi eseguire la canzone “Lithium”, secondo scaletta. Il gesto è passato alla storia.

Per quanto riguarda i giorni d’oggi invece, un brano che parla di sessismo, soprattutto nel mondo del mercato musicale e più in generale in quello del lavoro, è “The Opener” della band Camp Cope.

You worked so hard but we were just lucky
To ride those coat-tails into infinity
And all my success has got nothing to do with me
Yeah tell me again how there just
Aren’t that many girls in the music scene

Il soggetto principale è quello della meritocrazia, spesso meno riconosciuta se a fare carriera è una donna, ponendo la certezza che l’impegno e la dedizione altro non siano che colpi di fortuna. Il brano è del 2018, ciò rende chiara l’idea di come l’argomento sia quanto più attuale possibile, e di come ancora si senta l’urgenza di fare luce su questi aspetti.

Le canzoni di protesta contro il governo

Era il 27 maggio del 1977 e i Sex Pistols si esibivano da una barca sul Tamigi durante il giubileo d’argento della regina Elisabetta seconda, cantando “God save The Queen”, non risparmiando parole forti verso il sistema governativo inglese e sul trattamento di quest’ultimo nei confronti del popolo, sempre messo in secondo piano per far posto allo sfarzo e alla vita mondana della casa reale.

Vent’anni dopo i Green Day cantavano “Don’t want to be an American idiot
One nation controlled by the media”
polemizzando sulla politica dell’allora presidente degli U.S.A. George W. Bush e su come la società americana stesse diventando sempre più passiva e controllata, come dice la canzone, dai nuovi media e di conseguenza stesse perdendo il diritto e il dovere di avere un’opinione.

Il video di Amrican Idiot è stato votato come preferito dal pubblico agli MTV Video Music Award

Tornando invece al presente, é proprio di questo mese, Novembre 2020, il singolo “Don’t (just) Vote” di Cass McCombs. Il cantautore americano, in vista dell’Election Day appena avvenuto, invita i cittadini ad andare a votare non per un candidato, ma per un valore che sta dietro ad esso, e per le persone vittime dei “non valori” che non possono e non devono più essere votati.

E in Italia?

Non si può assolutamente pensare di non citare l’Italia in questo percorso. Perchè l’Italia è densa di canzoni di protesta, una discografia che, anche se a volte lo si pensa, non si ferma solo a “Bella Ciao”, seppur anch’essa pregna di significato.

Gli anni 50 sono quelli dominati dai Cantacronache, gruppo di intellettuali, poeti e cantautori di Torino, che decidono di introdurre il concetto di canzone impegnata nel panorama musicale italiano, concentrandosi principalmente sul fenomeno della Resistenza partigiana.

Tra i massimi esponenti è presente niente di meno che Italo Calvino, che tra le altre cose sarà modello di ispirazione di cantautori a venire. Primo fra tutti Fabrizio De Andrè, che con “La guerra di Piero”, canzone manifesto contro la violenza e la disumanità della guerra, rende chiaro il riferimento al brano di Calvino “Dove vola l’avvoltoio”.

Negli anni successivi ci saranno Guccini, con canzoni come “La Locomotiva”, De Gregori con “Generale”, Gaber con “Destra Sinistra” e tante, tante altre.

Nell’Italia degli ultimi anni il concetto di canzone di protesta sta andando a sfumare. La verità però è che basta sapere dove cercare. Da cantautori nati nel mondo dell’indipendente fino a canzoni meno popolari di cantanti più commerciali. C’è la carismatica Levante che scrive il pezzo “Gesù Cristo Sono Io”, parlando anch’essa della situazione della donna, senza indorare la pillola, con pochi fronzoli e tanta realtà. Oppure Brunori Sas, che canta “L’uomo nero” con la chiara intenzione di criticare un’entità politica in cui non si riconosce e da cui non si sente rappresentato.

Una playlist di protesta

La lista è lunga, potrebbe continuare per ore. Per questo abbiamo creato una playlist su Spotify dedicata proprio a questa categoria di canzoni, con quelli che, secondo il nostro più modesto parere, sono i brani migliori in grado di identificare anni di lotte sudate, impegnate, violente o non violente che siano, che hanno contribuito e stanno contribuendo a rendere il mondo un posto per tutti.

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About Author

Alessandra Sabbatini

Classe 1999. Bolognese di nascita ma cresciuta in un paesino della Bella Romagna. Frequento il terzo anno della facoltà di lingue aziendali a Urbino. Erasmus a Würzburg, Germania. Amo tutto quello che mi permette di andare lontano con la mente: cinema, letteratura e soprattutto musica. Mi piacciono le gite fuori porta e i viaggi verso luoghi che lasciano a bocca aperta. L'Irlanda è il mio paese del cuore (però sono di parte, ho i capelli rossi)

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