Giulio Regeni e Patrick Zaky chiedono giustizia

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Il 25 gennaio 2016 nei pressi del Cairo, in Egitto, veniva sequestrato, torturato e infine ucciso Giulio Regeni, un giovane ricercatore italiano. Il corpo sarà ritrovato sulla strada che porta ad Alessandria. La verità su chi abbia ucciso Regeni non è ancora emersa, tra depistaggi e resistenze da parte delle stesse autorità egiziane che, secondo i PM di Roma che stanno portando avanti le indagini, sono direttamente responsabili nell’omicidio del ricercatore.

I Diritti Umani in Egitto

L’Egitto è un Paese che, soprattutto dopo la presa di potere da parte di Al-Sisi nel 2013, si è resto tristemente noto per le sue ripetute violazioni dei Diritti Umani. L’ultima più celebre a livello internazionale è quella di Patrick Zaky , studente egiziano dell’Università di Bologna, detenuto nelle carceri egiziane senza motivo dal 6 febbraio di quest’anno. Ad aggravare le sue condizioni c’è l’asma di cui il ragazzo è affetto, e che senza le adeguate cure rischia di metterlo in pericolo, soprattutto ora con la pandemia da Coronavirus.

Regeni era in Egitto come ricercatore per svolgere una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani presso l’Università Americana del Cairo. In alcuni articoli, scritti anche con lo pseudonimo di Antonio Drius, e pubblicati dall’agenzia di stampa Nena e, postumo, da Il manifesto, ha descritto la difficile situazione sindacale dopo la rivoluzione egiziana del 2011.

Il sequestro e la tortura

Nelle settimane che precedettero il sequestro, Regeni partecipava agli incontri del Sindacato degli Ambulanti (su cui stava scrivendo la tesi di dottorato) e si teneva in contatto con il loro capo Abdallah. Lo stesso che, come si evincerà successivamente, l’ha venduto ai servizi segreti egiziani. Abdallah era infatti in costante contatto con la National Security Agency Egiziana (indossava una microcamera sul petto per registrare la conversazione).

I segni inflitti sul corpo e le mutilazioni resero evidente che era stato torturato, probabilmente sospettato di essere una spia inglese (Regeni studiava a Cambridge) che raccoglieva informazioni sul Governo di Al-Sisi. Nel settembre 2017 il legale egiziano che seguiva il caso per conto della famiglia, Ibrahim Metwaly, è stato incarcerato in Egitto con l’accusa di voler sovvertire il governo Al Sisi. Il Governo Egiziano e i media hanno sostenuto inizialmente che si trattasse di un semplice incidente, arrivando poi a sostenere che Regeni fosse stato vittima di un delitto “passionale” legato ad un conflitto amoroso.

Il coinvolgimento dei servizi segreti

Le resistenze del Governo di Al-Sisi a collaborare e il tentativo di scaricare la colpa altrove resero evidente il coinvolgimento diretto della National Security Agency, anche grazie alle ricostruzioni dei PM di Roma. 5 i presunti colpevoli, tra cui un Maggiore ed un Colonnello dell’Esercito. La vicenda Regeni ha suscitato un’ondata di indignazione internazionale verso l’Egitto, e messo in grave difficoltà i rapporti diplomatici con l’Italia (anche se tuttora continua ad essere il principale importatore di armi del nostro Paese). Amnesty International ha avviato una campagna di mobilitazione internazionale chiedendo #veritàpergiulioregeni, con la speranza di far emergere un giorno la verità.

I fatti degli ultimi giorni

Negli ultimi giorni la situazione ha vissuto un’accelerazione non indifferente. Sergio Colaiocco, il pm della procura di Roma che sta conducendo le indagini ormai da due anni, ha rivelato di essere pronto a rispettare la scadenza del 3 Dicembre, giorno fissato per la scadenza dell’iscrizione sul registro degli indagati del nome dei cinque agenti della national security del Cairo (i servizi segreti). I cinque egiziani sono indagati, dal 4 Dicembre 2018, per il rapimento, la tortura ed infine l’uccisione di Giulio Regeni.

Un punto di non ritorno insomma, passato il quale l’Italia ed il mondo sapranno dettagli più chiari sulle circostanze dell’omicidio. Si chiude così un lasso di tempo caratterizzato da luci ed ombre con un netto prevalere delle seconde. A lungo la procura di Roma, la famiglia di Regeni e le varie associazioni umanitarie vicine al caso (su tutte Amnesty) sono sembrate sole nella loro battaglia per la verità. La loro solitudine è stata la conseguenza evidente di un susseguirsi di silenzi da parte dei governi italiani che dal 2016 ad oggi si sono succeduti e che mai veramente hanno dimostrato una forte volontà di mettere l’Egitto alle strette.

Di questi due anni rimane il riflesso di un dialogo a senso unico sistematicamente avanzato dagli inquirenti di Roma e con altrettanta forza restituito al mittente dalle parti del Cairo. E’ per questo allora che a nulla è servita la rogatoria, per richiedere l’indicazione del domicilio dei 5 agenti indagati, avviata nell’Aprile del 2019 da Colaiocco e ancora, a distanza di tanto tempo, senza risposta da parte delle autorità egiziane. A questa si aggiungano gli incontri fra varie delegazioni diplomatiche andati a vuoto ed una sostanziale – volontaria – assenza di collaborazione da parte del governo di al-Sisi e delle autorità egiziane in senso lato.

L’Egitto, si può affermare con cognizione di causa, si è ripetutamente dimostrato pronto a parole ma mai con i fatti, a dare chiarimenti e collaborazione all’Italia.

Il 3 Dicembre squarcerà un velo anche su queste ed altre responsabilità.

Gli scenari politici

Gli sviluppi delle ultime settimane e la decisione di Colaiocco hanno finalmente portato anche il governo a farsi sentire con l’Egitto. Nella giornata di venerdì infatti Giuseppe Conte ha sentito telefonicamente al-Sisi e la frase più significativa, detta dal presidente del consiglio italiano e  rimbalzata di titolo in titolo sembra essere questa: non c’è più tempo.

Ora la palla passa ad al-Sisi, indebolito dalla recente sconfitta di Trump e alle prese con alcune grane interne inerenti alla solidità del suo potere. Il Premier egiziano è tenuto a dimostrare al mondo le sue eventuali responsabilità nella faccenda. L’intero caso Regeni è stato un omicidio di esclusiva responsabilità di un suo apparato interno, di cui al Sisi ha finito per essere – si mettano tutte le virgolette del caso – vittima, oppure è configurabile una sua diretta responsabilità?

In altre parole Abdel Fattah al-Sisi potrà collaborare, azione che si chiede ad uno Stato che si rispetti nello scenario internazionale, oppure denunciare senza più veli le proprie responsabilità e quelle dell’intero sistema di potere attualmente vigente in Egitto. Oppure potrebbe in maniera scellerata usare come carta di scambio Patrick Zaky.Già, Patrick Zaky.

La speranza è quella di rivederlo presto sano e salvo fuori dalle carceri del Cairo per garantire, almeno a lui, un destino diverso da quello che è stato riservato a Giulio Regeni.

Massimiliano Garavalli

Lorenzo Alessandroni

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Coordinatore e fondatore di Sistema Critico. Amo leggere e scrivere, soprattutto di filosofia, economia e politica. Poeta a tempo perso, aspirante cabarettista di saloni vuoti. Classe '97, vivo a cavallo tra Pesaro ed Urbino. Sono laureato in economia, ma non vi dirò come investire i vostri soldi. Sistema Critico, per me, è lo spazio dove possiamo parlare e riflettere insieme sulle questioni più profonde che il Mondo ci pone ogni giorno.

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