Breaking News del mercoledì

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E’ mercoledì e su Sistema Critico tornano le news della settimana. Oggi faremo un viaggio davvero lungo. Si parte dalle proteste in Francia, per poi dirigerci in Africa per commentare i risultati delle elezioni in Burkina Faso. Da qui voliamo nel continente asiatico, prima in Medio Oriente con l’attentato in Iran allo scienziato nucleare. Poi ci aspetta l’estremo Oriente, prima la Cina che raggiunge la Luna e poi Taiwan per assistere a scene inverosimili di lancio di budella in Parlamento. Chiudiamo il nostro viaggio con qualche riflessione su HIV e Aids e, infine, vediamo come la pandemia ha cambiato il Black Friday.

Una situazione tesa in Francia

Il governo francese si arrende parzialmente alle proteste che hanno scosso il paese in questi giorni e sospende l’attuazione dell’articolo 24 della nuova legge sulla sicurezza. La maggioranza del parlamento, come annunciato dall’ex ministro dell’interno Christophe Castaner (capogruppo all’assemblea nazionale del partito del presidente Macron, En Marche), si è impegnata a riscrivere totalmente la discussa legge che era stata votata solo sei giorni fa. A scatenare le manifestazioni da parte dei cittadini e giornalisti, è stato il sopracitato articolo, nel quale vi era scritto che riprendere e fotografare i poliziotti durante il loro servizio, mostrando nomi e volti, sarebbe diventato reato. L’accusa rivolta al governo, dunque, è quella di voler limitare la libertà di stampa e di espressione.

Proteste contro gli abusi delle forze dell’ordine

Ad aumentare la tensione ci hanno pensato gli episodi di violenza che hanno visto protagonista la polizia a Parigi. Tra questi, lo sgombero del campo profughi nella capitale francese, perpetrato con la forza da parte degli agenti. Ad infiammare le poteste, anche un pestaggio, di cui circola il video in rete, avvenuto contro il produttore discografico Michel Zecler, accompagnato da insulti razzisti. La violenza della polizia ha scatenato una reazione di sdegno in tutto il paese, con conseguenti proteste in varie città. Lo stesso Macron ha dovuto prendere posizione contro questi fatti, chiedendo delle indagini sull’accaduto. Nonostante ciò, il governo è accusato di aver intrapreso una svolta autoritaria e di non essere intervenuto per fermare la violenza delle forze dell’ordine che sembra oramai sistemica.

Queste manifestazioni si inseriscono in un momento delicato nella travagliata presidenza di Emanuelle Macron. Il paese, che sta uscendo dal secondo lockdown di novembre, deve far fronte al crescente malcontento delle categorie più penalizzate dalle restrizioni per arginare il dilagare del virus. In particolare, quello di ristoratori e albergatori che non potranno riaprire prima di gennaio. A questo, si aggiunge la minaccia terroristica con gli episodi di Nizza e Parigi e le tensioni tra polizia e cittadini. Il rischio è che questa concatenazione di eventi diventi una miscela esplosiva a livello sociale, in particolare nelle periferie delle grandi città.

Manuel Morgante

Kabore vince in Burkina Faso, dovrà risolvere il “problema jihadista”

Roch Kabore è stato confermato Presidente del Burkina Faso alle elezioni del 22 novembre, con il 57% dei voti. Volto del Burkina Faso post-insurrezionale, il nativo di Ouagadougou ha avuto la meglio su Komboigo e Diabre e continuerà a governare per un altro mandato elettorale. 

Kabore è membro del PMP (People’s Movement for Progress), ed è un democratico pro-welfare (ha garantito l’assistenza sanitaria a tutti i minori di cinque anni). Questa caratteristica gli ha verosimilmente consentito di ottenere la rielezione, nonostante le grandi difficoltà del paese. Inoltre, Kabore è il volto democratico di una fase eccezionale della storia burkinabe. Sei anni fa, nel 2015, il paese ha compiuto una svolta storica, rovesciando più o meno pacificamente il quasi-trentennale governo di Blaise Compaorè. 

Compaorè, ad oggi in esilio, è stata per anni una figura estremamente controversa, e non solo per l’approccio dittatoriale nei confronti della “cosa pubblica”. Nel 1987, anno in cui prese il potere, assunse la massima carica partecipando all’omicidio del presidente Thomas Sankara, di cui era braccio destro. Sankara, “il Che Guevara africano”, ucciso con la complicità di una serie di attori occidentali, rimane ancora oggi il padre della storia burkinabe. Quando nel 2015 Compaorè cadde grazie alla cosiddetta “Insurrezione”, la ferita dell’87 era ancora aperta. Il cambio di leadership che ne conseguì aspirava ad inaugurare una nuova epoca della storia dell’ex-Alto Volta. 

La minaccia jihadista

Il nuovo governo dovrà affrontare però il gravissimo problema del terrorismo jihadista, che rischia di far sprofondare il paese al livello di failed state. Il nord-est del paese è da anni in una situazione di quasi-guerra civile causata dalle azioni del Jamaçaa Nuṣra al-‘Islaam wa al-Muslimiin (JNIM) e dell’Islamic State in the Greater Sahara (ISGS), attivi lungo la frontiera liquida con il Mali. Fuggito Compaorè, che garantiva loro un rifugio sicuro nelle province settentrionali del Burkina, gli attacchi sono cominciati. 

I numeri parlano di circa 5000 morti l’anno, oltre 1 milione di sfollati e un paese che rischia di crollare. Alle elezioni della scorsa settimana, la minaccia terroristica ha tenuto chiusi i seggi in molte zone del paese, pur senza toccare la capitale Ouagadougou. Centinaia migliaia di persone non hanno potuto votare. La presenza francese a tutela della sua ex-colonia, arrivata a gennaio di quest’anno, è risibile nei numeri e difetta di mezzi. Kabore dovrà concentrare il suo prossimo mandato principalmente su questo problema, da cui dipende la sopravvivenza stessa della nazione.

Matteo Suardi

Attentato a Teheran contro uno scienziato nucleare, quasi certo il coinvolgimento di Israele

Venerdì scorso – 27 novembre – un attentato lungo un’arteria stradale nei pressi di Teheran è costato la vita a Mohsen Fakhrizadeh, uno dei principali scienziati coinvolti nel programma nucleare iraniano. Secondo le ricostruzioni, l’auto è prima stata fermata grazie a un’esplosione (si parla di un camion, forse attivato con un dispositivo elettronico), poi i suoi passeggeri sono stati freddati a colpi di arma da fuoco.

L’atto è estremamente grave e rischia di aprire una crisi nell’area. Le voci della prima ora, che parlavano di azione israeliana, hanno acquisito sempre più forza con il passare dei giorni. Le ricostruzioni spiegano dettagliatamente come sia stato possibile per Israele colpire in modo così pulito. Il Mossad pare disporre di una cellula molto sviluppata in territorio iraniano, composta da elementi insospettabili proprio perché iraniani di nascita. Sono gli stessi che in agosto avrebbero assassinato al-Masri, leader in seconda di al-Qaida, sempre a Teheran.

Un Iran circondato

Il ministro degli Esteri israeliano non ha confermato, ma nemmeno negato. Le ragioni dietro una simile offensiva israeliana paiono essere legate al cambio di presidenza statunitense. L’arrivo imminente di Biden alla Casa Bianca, con la sua politica di appeasement nei confronti di Teheran, potrebbe cambiare le carte in tavola. La policy attuale di Israele ha allora due obiettivi: approfittare quanto possibile della presidenza Trump, e complicare la futura politica di Biden nell’area. Metterlo davanti al fatto compiuto, in un certo senso.

D’altra parte, l’Iran attraversa un momento difficile. La crisi economica causata dalle sanzioni USA è un problema rilevante. In politica estera, l’accerchiamento israelo-saudita-statunitense è complicato da gestire. A gennaio l’affair Suleimani ha colpito l’orgoglio e la credibilità di Teheran. E lungo tutto l’anno il paese ha visto spie straniere imperversare impunemente sul territorio nazionale. Per una potenza regionale come l’Iran, proprio la credibilità è un problema che non può permettersi di tralasciare.

Eppure anche questa volta, come a gennaio, la reazione rischia di essere zoppa in partenza, nonostante i proclami. La linea moderata di Rouhani dovrebbe prevalere su quella dei falchi della Guardia Nazionale e di Khamenei. Questo soprattutto perché Stati Uniti e Israele (ma anche l’Arabia Saudita) sono al momento militarmente fuori portata e hanno già promesso ritorsioni enormi in caso di attacco. L’Iran dovrà ancora una volta lasciar passare il fatto. Con la speranza che, a gennaio, l’arrivo di Joe Biden a Washington possa riaprire i negoziati di cui Teheran ha disperato bisogno.

Matteo Suardi

La Repubblica Popolare Cinese punta allo spazio e raggiunge la Luna

Erano le 4:30 del 24 novembre quando una navicella cinese ha lasciato il nostro pianeta diretta alla luna per riportarne dei campioni. Una notizia abbastanza importante se si considera che prima gli unici ad aver effettuato un allunaggio erano stati solo gli USA e l’URSS, ma soprattutto da circa quarant’anni che non c’erano più state missioni di questo tipo. Da allora tante cose sono cambiate, anche gli equilibri mondiali. Non abbiamo più la guerra fredda tra URSS e USA, ma abbiamo nuovi attori in crescita. La Cina è uno di questi e lo vuole dimostrare anche grazie all’utilizzo della scienza e della tecnologia, settori in cui vuole diventare leader.

Il momento del lancio

Il nome della missione spaziale è Chang’e 5, questa prevede di lanciare una sonda sul suolo lunare per raccogliere del materiale da riportare sulla terra. Il razzo senza pilota ha il nome di Lunga Marcia-5 ed è atterrato sulla superficie lunare poco ore fa in una zona ancora inesplorata. Successivamente dovrebbe rietrare sulla Terra a metà dicembre circa con due kg di campioni. Un bel banco di prova per il veicolo che dovrà iniziare a portare in orbita i pezzi per la futura stazione spaziale cinese.

Questa missione era stata preceduta l’anno scorso da Chang’e 4, con la quale la Cina era riuscita a far atterrare un veicolo sul lato oscuro della luna. Nessuno l’aveva mai fatto prima.

La Nasa ha notato il nuovo interesse verso la luna e non si è sottratta alla sfida, decidendo di dar via al progetto Artemide, che dovrebbe portare nuovi astronauti sulla luna nei prossimi anni. Un progetto che ci riguarda da vicino visto che tra gli alleati c’è anche l’Italia.

La corsa verso Marte

Intanto la corsa allo spazio ha allargato i suoi confini, non solo la luna ma anche Marte. Infatti, a luglio la Cina aveva inviato la sua prima sonda diretta al pianeta rossa, dovrebbe arrivare in orbita il prossimo febbraio. Dovrebbe riumanere in questa posizione per qualche mese per poi tentare l’atterraggio. Anche in questo caso, se la missione avrà successo, darà il terzo paese a riuscirci dopo USA e Russia. Nello stesso periodo sono state lanciate anche una sonda degli Emirati Arabi Uniti e una della Nasa.

Andrea Giulia Rossoni

Piovono maiali a Taiwan

Cosa fare quando sei un membro del parlamento e vuoi opporti ad una proposta di legge? La risposta corretta è ovviamente iniziare a lanciare interiora di maiale contro l’attuale premier.

Fotomontaggio a cura di Kevin Carrara ritraente la presidente Tsai e il premier Su Tseng-chang nel film “Piovono Polpette”

Agosto 2020, la Presidentessa Tsai Ing-wen, appartenente al Partito Democratico Progressista (PDP), rimuove il divieto d’importazione di carne di manzo e maiale proveniente dagli Stati Uniti. La decisione diverrà esecutiva in Gennaio, ed è stata accolta con forti proteste sia dal Partito Nazionalista Cinese Kuomingtang (KMT) che da gran parte della popolazione.

Il motivo di tale opposizione è la ractopamina, un farmaco usato dagli allevatori Americani per aumentare la produzione di proteine e ridurre il grasso animale. La sua somministrazione è tutt’ora vietata in 160 Paesi, tra cui i membri dell’Unione Europea. Di fatto, carne contenente ractopamina può causare tremori, spasmi, mal di testa e tachicardia.

Il 22 Novembre, migliaia di cittadini preoccupati per la propria salute si sono riversati per le strade di Taipei come segno di protesta. Tuttavia, il vero spettacolo si è svolto all’interno del parlamento, dove membri del KMT hanno tirato interiora di maiale al premier Su Tseng-chang con l’obiettivo d’interrompere il suo discorso. La reazione del PDP è stata immediata ed, in pochi secondi, il parlamento Taiwanese si è trasformato in un vero e proprio incontro di wrestling.

Kevin Carrara

La giornata mondiale contro l’AIDS

Ieri, primo dicembre 2020, è stata la giornata mondiale per la sensibilizzazione sul tema dell’AIDS causata dal virus dell’HIV. Questa giornata nasce nel 1988 per la necessità di una forte sensibilizzazione, commemorazione e sostegno ai malati che tutti i giorni combattono allo stesso modo la malattia e lo stigma sociale che quest’ultima si porta dietro.

Secondo le statistiche i malati certificati, nel 2020, sono oltre 36 milioni. Potrebbero però raddoppiare considerato che le persone, ancora, ritengono i controlli non fondamentali, con la conseguenza quindi di rischiare di essere portatori senza saperlo.

La disinformazione, a distanza di anni è ancora tanta, sono molte infatti le persone che non facendo dovuti controlli lasciano che la malattia avanzi e raggiunga stadi elevati senza sapere quanto possa realmente aggravarsi. Più comuni, sono i casi nella fascia tra i 25-30 anni, ed è per questo molto importante una sensibilizzazione anche per i più giovani, per far sì che si possa ricevere l’aiuto necessario.

La pandemia che stiamo vivendo ha, in parte, ridotto l’attenzione su questo problema poiché ci si è trovati ad affrontare un virus a noi sconosciuto. Questo, però, non deve ridurre l’impegno e l’informazione sull’AIDS. Bisogna sempre pensare che la prevenzione sia un importante passo verso un aiuto alla collettività. È un diritto e un dovere tutelare sé stessi per riuscire a proteggere anche gli altri.

L’importanza dei controlli sulla persona è fondamentale. I test disposti per l’HIV andrebbero fatti annualmente per prevenire e riuscire a divulgare al meglio quanto la prevenzione sia importante. Da qualche tempo, l’accesso alle cure è più facilitato, così come l’efficacia delle stesse è in forte crescita.

Parlare con il proprio medico, inoltre, è fondamentale per prendere coscienza del problema e affrontarlo al meglio. Il numero verde Uniticontrolaids è: 800861061

Claudia Fontana

Come sono cambiati il Black Friday e l’e-commerce con la pandemia

Il 27 novembre c’è stato il Black Friday, il venerdì dello shopping sfrenato in cui negozi e attività commerciali offrono scontistiche al ribasso per accaparrarsi la fetta più grande di vendite sul mercato. Nato negli Stati Uniti a Philadelphia negli anni ’20, il Black Friday è diventato un giorno di “festa” mondiale simbolo del consumismo e dei regali. L’azienda che ha dato il via al Black Friday è stata la Macy’s, che il 1924, il giorno successivo al Ringraziamento, organizzò la prima parata per celebrare l’inizio degli acquisti natalizi. Da allora il Black Friday è celebrato ogni anno durante il quarto venerdì del mese di novembre.

Durante la pandemia complessivamente il budget delle famiglie si è ridotto, ed il clima di entusiasmo che di solita anima questa giornata è stato decisamente smorzato. Tuttavia, i rapporti sugli acquisti testimoniano che, seppur siano diminuite complessivamente le vendite, la percentuale di acquisti effettuati online è aumentata in tutto il mondo. In Italia, per esempio, come ha stimato la Fisco, la spesa che ha subito il travaso verso l’e-commerce più imponente è stata quella in abbigliamento (circa 25 milioni), seguita da giocattoli (20 milioni), tecnologia ed elettrodomestici (15 milioni) e libri (300mila). Durante la pandemia sono cresciute le vendite online e Amazon è stata una delle aziende a beneficiarne, registrando i profitti più alti dei suoi 26 anni di storia. Le vendite nette nel secondo trimestre dell’anno sono cresciute del 40% rispetto allo scorso anno e hanno registrato ricavi per 88,9 miliardi di dollari (circa 75,4 miliardi di euro).

Le polemiche

Molti negozi e piccole attività commerciali hanno sofferto lo strapotere di Amazon e l’effetto pandemia. Secondo Confesercenti, circa 83 milioni di euro di vendite al giorno passano dai negozi all’e-commerce. È scaturito subito un ampio dibattito circa la possibilità di boicottare Amazon, tra chi ha sostenuto che il gigante dell’e-commerce stia uccidendo lavoratori e tessuto produttivo, e chi invece sostiene che abbia contribuito in maniera massiccia all’economia degli Stati, creando posti di lavoro e aumentando l’indotto di molte attività in maniera indiretta. Anche la Politica si è messa di mezzo: quasi tutti, da destra a sinistra, si sono rivelati piuttosto concordi nel proporre una web tax e nel “limitare” il potere di Amazon, come testimonia la recente iniziativa del Segretario della Lega Matteo Salvini che ha voluto incontrare la Country Manager di Amazon per tutelare il made in Italy.

Massimiliano Garavalli

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