Il dibattito sulla violenza riparta dall’uomo

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È da poco trascorso il 25 novembre, giornata internazionale per la lotta alla violenza contro le donne. Anche quest’anno, come succede da oltre 20 anni, abbiamo ricordato un numero sempre enorme di donne perseguitate, abusate, violentate, uccise da uomini in quanto donne.

Abbiamo ricordato anche tutte le difficoltà che incontrano le donne nella vita quotidiana; il soffitto di cristallo nei posti di lavoro, il gender pay gap, i maggiori carichi di lavoro domestico e famigliare.

Che tipo di violenza?

Ciò che abbiamo omesso, come troppo spesso accade, è quanto la violenza sia assai più diffusa, ramificata e articolata rispetto a come la dipingiamo.

Una proiezione statistica elaborata dall’università di Siena nel 2012 ha calcolato in 5 milioni gli uomini vittima di un qualche tipo di violenza in Italia nell’anno precedente. È però difficile elaborare dati attendibili: le denunce sono poche, le ricerche quasi totalmente assenti e ci si basa soltanto sulle rilevazioni Istat.

È questo il grande rimosso della questione della violenza di genere; per apportare nuove riflessioni e pratiche antiviolenza, è necessario che il dibattito riparta dal genere maschile.

Il maschilismo non è un atteggiamento esercitato dal maschio contro la femmina; è piuttosto una forma mentis consolidata nel nostro modello sociale, acquisita da molti e da molte, interiorizzata e spesso inconsciamente perpetuata.

Sono molteplici le ragioni per cui manca totalmente una rilevazione del fenomeno: la gran parte della violenza esercitata da donne sugli uomini è di matrice psicologica.

Violenze nella coppia

Si tratta di piccoli gesti quotidiani interni alla dinamica di coppia, frasi di disprezzo a volte legate ad un’ideologia maschilista; osservazioni sulla scarsità del salario del partner, che uomo sei se non riesci nemmeno a mantenere la famiglia. Non sai essere un buon capofamiglia; piccoli ricatti basati sullo sfruttamento del desiderio sessuale, mi concederò soltanto se fai ciò che ti dico; controllo degli spostamenti o delle conversazioni sui social network personali, la fedeltà nei miei confronti è un obbligo, non mi fido e ne cerco le prove.

Per non parlare delle dinamiche di separazione, durante le quali possono emergere reciproche minacce; se non fai ciò che dico ti tolgo la casa. Oppure non vedrai più i tuoi figli. In quest’ultimo caso, se a porsi così è la donna, può farsi forte del fatto di avere la legge dalla propria parte: i tribunali tendono a preferire la custodia materna dei figli in caso di genitori separati.

A questo si può legare un altro fenomeno di abuso, la cosiddetta alienazione parentale; in alcuni casi il genitore che ha in affido i figli li sottopone costantemente a opinioni denigratorie e menzogne riguardanti l’ex coniuge, con l’intenzione di allontanarli emotivamente da quest’ultimo. Si tenga conto che sono più spesso le madri a vivere con i figli nel momento in cui questi sono ancora piccoli.

Si tratta di un fenomeno ben più profondo di una semplice maldicenza sull’ex coniuge. Secondo alcuni esperti, in questa fase il minore potrebbe introiettare i sentimenti negativi per un genitore trasmessi dall’altro. Per osmosi rischia di sedimentarsi nei figli un’immagine non veritiera trasmessa in via subliminale.

Una questione controversa di cui si abusa anche nei tribunali; ex-coniugi violenti possono giocare questa carta per screditare i racconti degli stessi figli, sostenendo che essi siano fuorviati dal genitore che li ha in custodia. La questione rimane molto dibattuta anche nel mondo scientifico, tra chi sostiene che tale sindrome non esista e chi la categorizza come una vera e propria forma di abuso.

Abusi oltre la coppia

Ci sono poi tutti i casi di violenza verbale e shaming estranei alla coppia; quella che siamo soliti chiamare omofobia, figlia del perpetuarsi dello stereotipo del maschio forte come una roccia, sempre in grado di cavarsela e di difendersi, che non si lascia mai andare all’emotività. Non rientra forse anch’essa tra le forme di violenza sull’uomo? Il maschio sensibile, più docile ed effeminato rischia continuamente sberleffi, bullismo e discriminazioni in pubblico e sul posto di lavoro.

È una forma di sopruso portato avanti in ugual modo da uomini e da donne, pronti a deridere la mascolinità mancata.

Ma c’è un altro grande rimosso nel rimosso: tutte le riflessioni riguardanti la violenza all’interno della coppia non solo mettono al centro sistematicamente la figura femminile, ma si incentrano unicamente sul modello di coppia eterosessuale.

Eppure ci sono altri tipi di coppia, all’interno dei quali possono riprodursi altrettante forme di violenza: nelle coppie omosessuali le violenze vengono attuate dall’uomo sull’uomo o dalla donna nei confronti della donna. Trattandosi di orientamenti di minoranza, di questo risvolto non si parla mai.

Pratiche di maltrattamenti e differenze di genere

Durante il lockdown della primavera 2020, la tv italiana ha trasmesso una rubrica di scherzi organizzata dalla trasmissione Le Iene, intitolata “Amanti in quarantena”.

Uno dei servizi si articolava sulla base di uno scherzo organizzato ai danni di un’ex protagonista di un reality televisivo alla quale veniva fatto credere di essere stata tradita dal fidanzato, con la complicità di quest’ultimo.

Ciò che è andato in onda è forse uno dei punti più bassi mai toccati dal trash della televisione commerciale in Italia: c’è stato uno sdoganamento in diretta televisiva della violenza della ragazza sul fidanzato.

Alla scoperta del supposto misfatto, totalmente sconvolta, costei ha iniziato a inveire, a tirare al ragazzo qualche scapaccione; poi a tirargli i capelli e insultarlo pesantemente fino a non farsi mancare un calcio nei testicoli. È finita per saltargli addosso in un vero e proprio tentativo di aggressione fisica interrotto solo dall’intervento dei genitori, presenti sulla scena.

Oltre a ciò, gli oggetti rotti dentro l’appartamento si contano in migliaia di euro di danni; ma soprattutto sono risultate emblematiche alcune espressioni usate nel contesto della lite di coppia: con me non ne fai di errori. Tu adesso me la paghi, ti rovino. Te lo giuro. Queste le parole usate dalla ragazza, convinta di essere stata tradita.

L’espressione della pretesa di possesso all’interno della coppia è reiterata nel momento in cui lo scherzo viene svelato e la ragazza afferma: adesso gli controllerò sempre di più il cellulare.

La voce narrante tira poi le conclusioni: ci chiedevamo se stessero insieme davvero o soltanto per farsi vedere in tv; ma dall’inferno che è scaturito ci è parso che lei lo amasse davvero.

Filosofia della violenza

Che questa puntata produca ascolti in una rubrica comica, e dunque diverta il pubblico, porta a pensare che questa sia l’idea che abbiamo del concetto di amore e tradimento.

Sembriamo vivere una sorta di catarsi e di rivalsa quando il tradimento è così “punito”: un tradimento non a caso tipicamente maschile, poiché nell’immaginario collettivo la donna è dedita alla casa e alla famiglia mentre il maschio passa molto tempo fuori casa, lavora oppure si diverte e si concede scappatelle.

Un atteggiamento tollerato per decenni, oggi riequilibrato nella ricerca di un’equità in seno all’ingiustizia stessa: ti controllo per impedire che tu mi tradisca, se lo fai mi vendico.

Un’idea confermata dai commenti pervenuti sul web nei giorni successivi, con gli utenti dei social network divisi tra chi condannava inderogabilmente il comportamento violento della protagonista e chi, a fianco della condanna, apponeva un condizionale che stava a sottolineare come le ragioni alla base della reazione isterica fossero un’attenuante alle azioni stesse della ragazza. Ha esagerato, ma cosa fareste voi se scopriste di essere cornute? Perché naturalmente la violazione dei patti di fedeltà consente ogni cosa. Quasi una legittima difesa, o una legge del taglione.

Tutto questo poggia sul dogma indiscusso della relazione monogama. Nemmeno lontanamente si prende nemmeno in considerazione l’idea che, di comune accordo, una coppia potrebbe scegliere di aprirsi ad altri membri e sperimentare una relazione più condivisa, senza per questo amarsi di meno.

Non è il caso di questo servizio, naturalmente: qui si sarebbe trattato di tradimento senza il consenso della partner. Però nella reazione della ragazza si intravede il senso di sofferenza profonda, di lacerazione dell’animo, dovuto all’idea che il fondamento della relazione di coppia debba consistere in un atteggiamento di privazione; una rinuncia pressoché totale ai piaceri e al divertimento al di fuori della vita di coppia, un’abdicazione quasi totale alla sfera individuale privata.

La relazione totalizzante

Il fondamento della violenza è spesso tutto qui. Nell’idea di relazione totalizzante, nella quale vige l’obbligo di vivere in osmosi e di condividere tutto tra partner.

Ciò che non si condivide diventa quindi motivo di divisione, di astio, di gelosia e revanscismo. Mia/mio o di nessun altro, è da lì che prendono forma le violenze.

Dal controllo delle comunicazioni sui dispositivi personali a quello dei movimenti, agli interrogatori, ai silenzi, alle liti, agli insulti e alle minacce, ai casi estremi in cui non ci si sopporta più e si cerca solo vendetta, si passa alle mani o a qualcosa di peggio. Lo spazio di libertà personale si restringe progressivamente.

Un nuovo modello di relazione

Le società che si ritengono libere devono dunque avere il coraggio di rompere questa spirale di costumi conservatori.

E’ urgente iniziare a promuovere molteplici modelli di relazione, liberi e paritari; siano esse relazioni monogame o non monogame, eterosessuali, omosessuali. Le basi essenziali sono il rispetto e la totale accettazione del/dei partner, oltre all’ascolto profondo e la comunicazione sincera, il dialogo.

La pretesa di cambiare ciò che non piace dell’altra persona, di costringerla suo malgrado in uno spazio perché fa sentire noi a nostro agio, deve iniziare ad essere definita per ciò che è: violenza.

L’erosione del diritto all’autodeterminazione è una forma di violenza a tutti gli effetti, che può solo dare vita ad una spirale sempre più intensa di gesti violenti.

Non occorre fare della separazione un tabù; non sempre un rapporto resiste al tempo, ma può essere intenso e valere la pena anche e proprio quando è di breve durata.

Si può avere il coraggio di rompere quando necessario; quando l’ambiente non è più confortevole o quando si ricevono grosse delusioni, la scelta coraggiosa è agire sulla sfera che noi stessi possiamo controllare. Decidere di separarsi dal partner, non di cambiare il carattere del partner. Il nostro partner è un compagno di vita, non un oggetto in nostro possesso.

Questo è il faro che dovrebbe portarci ad ampliare il dibattito sulla violenza nelle relazioni, non soltanto all’interno della coppia e soprattutto non esclusivamente sulla donna nella coppia eteronormata.

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About Author

Alex Battisti

Alex Battisti, classe 1992 ma non mi piace parlare di età. Laureato in lingue, pesarese ma con un pezzo di cuore a Bologna. Scrivo di società, attualità e a volte faccio politica per non sconfinare nella polemica. Mi piacciono i viaggi, le escursioni, le analisi critiche e le battaglie nonviolente.

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