“Conversazione in Sicilia”: il vero e il simbolo si fanno critica

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Conversazione in Sicilia è il racconto di ritorno nella propria terra natia, un luogo fosco, in cui realtà e simbolo sono strettamente legati in un nodo inscindibile.  Uscito per la prima volta nell’aprile del 1938 a puntate  su “Letteratura”,  il romanzo di Elio Vittorini, pubblicato poi per Bompiani nel 1941, si iscrive nella corrente letteraria neorealista ed è modello di linguaggio simbolico. 

Il romanzo

Conversazione si apre con il monito di Vittorini, il quale, sebbene siciliano, ci avvisa che non si tratta di un racconto autobiografico e che ha luogo in Sicilia “perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela”.

 Il romanzo racconta di Silvestro Ferrauto e del suo viaggio in Sicilia, suo luogo natale, deciso dopo aver ricevuto una lettera dal padre, in cui lo avvisava di essersi trasferito a Venezia con un’altra donna. Il protagonista sceglie quindi di far visita alla madre in occasione del suo onomastico. 

Sia durante il tragitto, sia durante il suo soggiorno nell’isola, egli incontrerà uomini, donne, spiriti del suo passato che lo accompagneranno fino alla fine del romanzo. 

Vittorini e il Neorealismo

Italo Calvino nella prefazione alla terza edizione di Sentiero dei nidi di ragno (1964) scrive: 

«Ci eravamo fatta una linea, ossia una specie di triangolo: I Malavoglia, Conversazione in Sicilia, Paesi tuoi, da cui partire, ognuno sulla base del proprio lessico locale e del proprio paesaggio.

Lo scrittore genovese addita quindi l’opera di Vittorini come modello di neorealismo. 

L’autore infatti ci presenta il reale attraverso diverse figure, nelle parti prima e terza, le quali richiamano per temi e descrizioni allo stile di Verga e Silone. La narrativa di Vittorini ci offre una realtà maggiore, esplicata per didascalie di fotogrammi, quasi fosse una pellicola cinematografica. I critici hanno fatto presente che se Conversazione fosse stato un film, l’autore avrebbe scelto il bianco e nero; è bene infatti notare che il colore non emerge quasi mai nel romanzo, che ci appare come un contrasto continuo tra chiari e scuri. Il colore affiora raramente ma in maniera vivida, pura, come se fosse un dettaglio e l’autore ci stesse indirizzando con prepotenza a notarlo. 

La Sicilia di Vittorini è un “mondo pieno di cose” prosaiche, quotidiane tangibili. Così facendo la realtà proposta ci sembra dilatata, multipla, come indica Giovanni Falaschi un “doppio reale”.

L’allegoria e la critica

Nonostante il taglio spiccatamente verista che riveste parte dell’opera, buona parte di essa è investita dalla cupezza, dall’oscurità dei toni oracolari che risiedono nei dialoghi. Conversazione non è solo descrizione, ma è soprattutto discorso. Il secondo livello di lettura del romanzo è la critica aspra e cruda nei confronti del regime fascista. Come si è detto la prima pubblicazione avviene nel 1941, nel pieno del Ventennio. Ci si chiede quindi come un’opera antifascista, antimilitarista e filocomunista sia riuscita a passare la censura che incombeva nel panorama letterario italiano. 

Vittorini sceglie dunque il dialogo: Silvestro durante il soggiorno siculo incontra diversi personaggi, dai più comuni, come la povera gente, gli ammalati di malaria, ai più stravaganti.

Per decenni la critica ha quindi indicato l’opera come un sogno, un’allucinazione cupa, data dalla ripetitività dei discorsi, il tono oracolare e le situazioni inconsuete. Ma un’analisi più approfondita ha saputo decifrare l’allegoria che si cela dietro alle descrizioni e alla parvente inconsistenza dei dialoghi.

Non personaggi, ma ideologie

In Politecnico n.1 l’autore mostra tre ideologie antifasciste: la Chiesa Cattolica, il Marxismo e l’idealismo. Nel romanzo questi elementi corrispondono perfettamente a tre personaggi: Calogero, l’arrotino, che lamenta l’assenza di lame da affilare, rappresenta il comunismo che cerca di agitare le folle, inerti di fronte alle violenze; Ezechiele piange per un “mondo offeso” è la filosofia consolatoria e infine Porfirio invita all’uso dell’Acqua Viva al posto delle forbici. 

E’ chiaro quindi come l’autore nasconda sotto false spoglie oniriche il suo vero intento. Riflettendo l’opera è intrisa di elementi che avrebbero fatto storcere il naso alla censura: l’adulterio femminile, l’antimilitarismo e in ultimo il personaggio del Gran Lombardo. Quest’ultimo simboleggia il riscatto dell’uomo attraverso dei “nuovi doveri” che dovranno soppiantare gli antichi; Vittorini rivela quindi all’inizio, dietro un richiamo alla Commedia (Paradiso XVII, vv. 70 – 72), il suo messaggio al popolo italiano. 

Il viaggio come espediente

Conversazione è la storia di un viaggio, di un ritorno alla propria origine primitiva costitutiva di tutti gli uomini, di una traversata usata come artificio retorico per un fine più nobile, la lotta contro un’esistenza controllata e in linea con il potere totalitaristico. Vittorini sceglie di veicolare la propria resistenza attraverso l’allegoria che impregna l’opera nella sua interezza e ciò testimonia la sua grandezza. Il messaggio è nascosto ma ben chiaro, come il suo intento, e la mente geniale dell’autore sta proprio in questo: prendersi gioco di una struttura imposta, eludendo la censura con l’uso sapiente del simbolo, dell’allegoria. 

Le fonti sono tratte da Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini, nuova edizione aggiornata a cura di Giovanni Falaschi (BUR, 2018)

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About Author

Nikita Nanni

Nikita Nanni, classe '99. Romagnola di origine e fuorisede a Urbino per studiare Lettere. Mi piace consigliare libri e farmi dire che sono belli, ho spesso lampi di genio e frequento il corso di teatro per placare il mio carattere agitato. Adoro tutto ciò che è frivolo, trash e glitterato e i gatti. Amo mangiare ma neanche a tavola riesco a stare zitta.

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