Breaking News del mercoledì

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Come ogni mercoledì torna Breaking News. Oggi vedremo le conseguenze giudiziarie dell’esplosione al porto di Beirut in agosto, un duro colpo per un paese stremato. Successivamente torneremo a Hong Kong, dove la legge sulla sicurezza nazionale ha fatto la sua vittima di più alto profilo, Jimmy Lai. Poi vedremo lo scandalo che ha circondato il gioco Cyberpunk 2077. Infine vedremo la lista di Forbes delle donne più potenti al mondo e dove stanno le italiane.

Libano, è l’ora delle accuse. Diab, premier dimissionario, indagato per l’esplosione di agosto

Sono giorni bollenti a Beirut, in Libano, a seguito della resa pubblica delle indagini relative al disastro del porto, in agosto. Il giudice Sawan ha messo tra gli indagati, insieme ad alcuni ministri, l’ex-Premier Hassan Diab, dimessosi proprio all’indomani dell’esplosione. L’accusa è di “negligenza”, perché nulla si è fatto pur sapendo della presenza, al porto, di un pericolosissimo carico di nitrato d’ammonio non messo in sicurezza, lì dal 2013. Carico che poi, come noto, è effettivamente esploso causando 40 morti, migliaia di feriti e la distruzione di larga parte della capitale.

Rimane il fatto che le responsabilità di Diab siano quantomeno dubbie. Il suo mandato presidenziale è durato poco, circa un anno, facendo da intermezzo a due diversi mandati di Saad Hariri, l’attuale presidente. Hariri, figlio di quel Rafiq Hariri la cui morte nel 2005 causò la Rivoluzione dei Cedri, non è al momento tra gli indagati. L’obiettivo di Sawan rimane, comunque, quello di citare in giudizio tutti i presidenti che hanno servito dal 2013, cioè da quando il carico è arrivato al porto. La classe politica libanese, emblema della corruzione e del malfunzionamento del paese, sta facendo muro attorno a Diab. Il popolo libanese è ad oggi talmente stanco di questo ineludibile status quo settario e corrotto, riconducibile alle prescrizioni di Ta’if 1989, da non avere più nemmeno la forza di protestare. Hizballah, il Movimento Futuro, ma anche i cristiani maroniti e i drusi hanno deciso di schierarsi contro Sawan nel nome dell’indipendenza politica dalla magistratura. La realtà è che la situazione per Beirut e per il Libano è insostenibile già da anni. E il 2020 rischia di passare alla storia come la pietra tombale per un paese al limite del collasso.

Matteo Suardi

La legge sulla sicurezza nazionale colpisce ancora

La settimana scorsa abbiamo raccontato di una serie di arresti, condanne e appelli a Hong Kong. Tra questi c’era la negazione della cauzione al magnate Jimmy Lai, come abbiamo anticipato i pubblici ministeri stavano lavorando a nuove accuse, venerdì è arrivata la conferma. Sabato è stato condotto in tribunale dove è stata formalizzata l’accusa di collusione con forze straniere, secondo la legge sulla sicurezza nazionale approvata questa primavera. Jimmy Lai si trovava già in carcere dai primi di dicembre con l’accusa di frode.

I pubblici ministeri ora hanno chiesto che il magnate dell’editoria rimanga in galera quattro mesi mentre loro svolgeranno indagini sulle sue pubblicazioni, i suoi tweet, le sue interviste (concesse o ospitate su Apple Daily) e i suoi viaggi all’estero. Quello che gli si contesta è di aver esortato altre potenze a sanzionare il governo di Pechino. Con queste accuse il 73enne ora rischia il carcere a vita.

Chi è Jimmy Lai?

Jimmy Lai è un uomo di 72 anni, imprenditore di successo e uno dei più noti sostenitori del movimento pro-democrazia ad Hong Kong. Nacque nella Cina continentale dove iniziò a lavorare all’età di 9 anni. A 12 riuscì a fuggire diretto a Hong Kong, che era ancora sotto dominio britannico e che stava vivendo un momento di importante crescita economica e industriale. Qui, riuscì a trovare lavoro in una fabbrica e fare carriera al suo interno, decidendo, infine, di investire i propri risparmi.

Il suo avvicinamento alla causa democratica arriva dopo i fatti di piazza Tienanmen del 1989, da questo momento iniziò a criticare le politiche di Pechino e a pubblicare Next Magazine. Meno di un decennio dopo Hong Kong fu restituita dal Regno Unito alla Cina, in vista di questo evento Jimmy Lai fondò Apple Daily, il media vicino al movimento pro-democrazia per cui è noto ancora oggi. Le sue pubblicazioni han trovato terreno anche in un altro luogo che per Pechino è un argomento caldo, Taiwan.

Le sue attività l’avevano già reso vittima di attacchi e intimidazioni, ma quest’anno si sono aggiunti i pericoli legali. Quello di dicembre non è il primo arresto per Mr. Lai, due brevi detenzioni erano già avvenute a febbraio e agosto. Nonostante tutte queste difficoltà e l’età Jimmy Lai ha espresso chiaramente l’intenzione di rimanere a Hong Kong e non smettere di lottare.

Andrea Giulia Rossoni

Cyberpunk 2077, dall’eccesso alla transfobia

Il lancio sul mercato dell’ultimo gioco di CD Projekt Red (CDPR) è stato tutto tranne che tranquillo, soprattutto per via della scadente ottimizzazione per le consoles di vecchia generazione. Tuttavia, a risaltare è l’accusa di transfobia mossa contro il team polacco dai membri della comunità LGBTQ+.

Cyberpunk 2077 racchiude un mondo futuristico in cui ognuno può essere o diventare ciò che vuole, ed è dunque giusto che anche individui transgenders siano liberi di creare il proprio personaggio come più li aggrada. Tuttavia, sembrerebbe che il gioco discrimini giocatori LGBTQ+. Infatti, Cyberpunk 2077 determina il genere del personaggio attraverso il suo tono di voce, suggerendo quindi che l’identità di genere di una persona dipenda dalla sua intonazione maschile o femminile.

Tuttavia, la critica principale mossa contro Cyberpunk 2077 è l’eccessiva sessualizzazione di una donna transgender attraverso fittizie pubblicità in-game. Nonostante CDPR abbia affermato che le corporazioni del loro mondo siano solite servirsi di testimonials non-binari, la comunità LGBTQ+ ha accusato l’azienda polacca di promuovere stereotipi di genere. A tal proposito, lo slogan ‘Mix it up’ associato alla pubblicità non ha giocato a favore degli sviluppatori, in quanto è un chiaro riferimento all’identità transgender della finta modella.

Definire l’acquisto di Cyberpunk 2077 un atto di transfobia è a dir poco eccessivo. Allo stesso modo, è esagerato richiedere ad ogni acquirente una donazione di 70$ a favore di un individuo transgender come forma di risarcimento. Queste affermazioni unicamente mirate a boicottare il nuovo gioco di CDPR nascondo del vero, in quanto lo studio polacco deve implementare migliori opzioni per i suoi utenti transgender. Al contrario, la comunità LGBTQ+ deve tenere a mente che il mondo di Cyberpunk 2077 è folle, provocante, e ricco d’eccessi.

Kevin Carrara

Forbes: le 100 donne più potenti al mondo

Anche quest’anno è arrivata la tanto attesa lista, che Forbes stila ormai dal 2004, dove vengono scelte le donne più potenti del mondo in relazione all’anno passato. I criteri di giudizio sono il potere economico, la visibilità nei media, le sfere di influenza e ovviamente l’impatto che hanno avuto sulla società.

A capo della lista si vede, da ben 10 anni, la cancelliera tedesca Angela Merkel; subito seguita dalla Presidente della Banca Centrale Europea (BCE) Christine Lagarde. Il terzo posto viene conquistato dalla nuova vice presidente degli Stati Uniti Kamala Harris, che riesce a scavalcare persino Ursula von der Leyen e Melinda Gates.

Anno nero per la Regina Elisabetta II, che finisce al 46esimo posto. Si susseguono volti più o meno noti dell’imprenditoria (per lo più americana) e della politica; nonché star dello spettacolo come Rihanna (69esimo posto) e Taylor Swift (82esimo posto).

Dunque, grazie a queste donne, sono rappresentate ben 30 nazioni e 4 generazioni.

E l’Italia?

Nessuna italiana appare fra i primi 100 nomi e questo probabilmente ci dovrebbe fare riflettere, ancora una volta, sulle ragioni di questa triste realtà.

A chi lamentasse il fatto che molte donne di questa lista appartengano agli Stati Uniti, a causa del numero importante della sua popolazione, ricordiamo che 12 di queste donne provengono dall’Unione Europea e che 4 di loro si ritrovano nella top ten della lista.

Dunque non c’è modo di giustificarsi; ma solamente tanta strada da fare in una direzione più  equa per entrambi i generi. Questa lista, che ci lascia l’amaro in bocca in quanto Paese, dovrebbe essere un monito ad attuare dei piani seri di crescita al femminile anche in Italia. Fino a quando, infatti, non si riuscirà a visualizzare una donna in una posizione di potere, saremo sempre (giustamente) esclusi da questa lista e, più in generale, dallo sviluppo mondiale.

Sara Albertini

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