Immunità e peacekeeping, una pessima combinazione

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La popolarità delle operazioni di peacekeeping è esplosa ad inizio anni Novanta, per poi proseguire fino ai giorni nostri. Allo stesso tempo, è cresciuto il numero di accuse ai danni dei caschi blu, i cui crimini sono protetti da una quasi insuperabile immunità. La cultura di impunità promossa dalle Nazioni Unite non solo permette, ma incentiva atti di stupro, abuso, e violenza sessuale.

Uno sguardo veloce al Peacekeeping:

Le operazioni di peacekeeping sono uno strumento che favorisce la riconciliazione delle parti coinvolte in un conflitto. Ufficialmente, i caschi blu sono autorizzati a ricorrere alla violenza esclusivamente per autodifesa o per proteggere il mandato della missione.

L’operazione si deve svolgere in completa imparzialità. Ogni Paese coinvolto nel conflitto deve essere trattato in modo eguale. Il legittimo consenso delle parti è essenziale per dispiegare truppe sul loro territorio. Senza l’invito dello stato ospitante, l’operazione non può avere luogo. Il consenso è necessario per rispettare il principio di non-intervento. Infatti, la missione non può violare la sovranità del Paese ospitante, garantita dall’Articolo 2(7) della Carta delle Nazioni Unite. In assenza di consenso, la missione termina e le forze armate sono costrette a ritirarsi.

Il disastro di Haiti:

Giugno 2004, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dà il via alla missione MINUSTAH per risolvere la situazione in Haiti. L’operazione è durata tredici anni, e diverse sono state le accuse contro gli illeciti commessi dall’UN e dal suo personale. Nel 2010, i caschi blu hanno accidentalmente portato il Colera in Haiti. Tuttavia, le Nazioni Unite hanno ammesso la propria colpa solo sei anni dopo l’incidente, senza assumersi una vera e propria responsabilità. Ciò è stato possibile grazie all’immunità dell’organizzazione. Questa protezione permette all’UN di evitare le conseguenze delle proprie azioni. Nel 2007, la popolazione locale ha accusato di abuso e sfruttamento sessuale più di 100 caschi blu provenienti dallo Sri Lanka. In tutta risposta, l’organizzazione ha optato per il loro rimpatrio invece di applicare seri provvedimenti.

Il rapporto di The Conservation rivela che le forze di peacekeeping hanno influenzato negativamente la popolazione di Haiti. Lo studio ha raccolto ben 2541 storie di relazioni tra personale MINUSTAH e donne/ragazze locali, e 265 di questi ‘incontri’ hanno generato una prole. Non è difficile immaginare che la povertà di queste ragazze le ha spinte tra le braccia delle pericolose forze di pace inviate apposta per proteggerle. Ed in cambio cosa hanno ottenuto? Abbandono. I padri dei loro figli le hanno abbandonate ancora gravide, e senza un centesimo in tasca. Anche abusi e violenze sessuali hanno giocato un ruolo importante nel mix.

L’immunità di cui gode l’UN è ciò che ha permesso ai vari problemi di proliferare. L’alto livello di protezione permette ai caschi blu di abusare delle persone che dovrebbero proteggere.

Un rapporto impari:

L’Articolo 105 della Carta stabilisce che l’organizzazione gode, all’interno del territorio di ogni stato membro, dell’immunità legale necessaria a perseguire i propri obiettivi. La Convenzione sui privilegi e le immunità delle Nazioni Unite adottata nel 1946 dall’Assemblea Generale definisce i vantaggi ed obblighi dell’UN e dei suoi rappresentanti. L’immunità permette all’organizzazione di evitare le altrimenti numerose intromissioni del Paese ospitante, ed è proprio qui che iniziano a sorgere i primi problemi.

Il Paese ospitante non può superare l’immunità dei caschi blu in quanto non possiede alcun potere di trattativa nei confronti delle Nazioni Unite. Al contrario, i Paesi possono bilanciarsi nei trattati tra stati. Per esempio, il Paese ospitante può interrompere le relazioni diplomatiche. In alternativa, è possibile dichiarare persona non grata un diplomatico estero per poi espatriarlo. Lo squilibrio di potere tra Nazioni Unite e Stati Membri ha permesso la creazione di una cultura d’impunità. Dunque, i caschi blu riescono ad evitare con facilità e frequenza le conseguenze dei loro crimini.

L’immunità si applica sia ai civili che ai militari parte delle Nazioni Unite. Tuttavia, i due tipi di personale sono regolati in modo diverso.

L’immunità del personale civile:

I membri del personale civile coinvolti in operazioni di peacekeeping sono considerati dipendenti pubblici internazionali, e sono immuni dal giudizio di ogni tribunale nazionale. I funzionari di rango elevato godono di un’immunità personale che li protegge in ogni dato momento, anche per azioni non comprese nel loro mandato. Al contrario, il resto del personale civile gode di un’immunità strettamente funzionale alla missione. Dunque, la loro protezione si attiva solo se il crimine è connesso al proprio lavoro.

In teoria, l’immunità funzionale non protegge il personale civile coinvolto in abusi, stupri e violenze sessuali. Ma la realtà è diversa. A seguito di una denuncia, l’UN avvia un’investigazione interna. Normalmente dovrebbe cercare di capire se l’immunità funzionale si applica. Invece, l’organizzazione mira ad escludere le autorità locali dalle indagini. Il grado di protezione fornito dall’immunità funzionale assume una forma quasi assoluta e decisamente più simile a quella dei funzionari di rango elevato. In aggiunta, gran parte dei poliziotti dispiegati in operazioni di peacekeeping sono considerati inviolabili esperti in missione. Costoro non possono essere processati per reati commessi finché in missione, qualunque sia il crimine.

Indipendentemente dal grado d’immunità, le Nazioni Unite non consegnerebbero mai il loro personale a governi con chiari problemi in ambito di diritti umani e fondamentali. Tuttavia, i civili possono sempre essere processati dai tribunali del loro Paese d’origine, a patto che la legge nazionale lo permetta.

L’immunità del personale militare

Il personale militare dell’UN gode di un’immunità più leggera rispetto alla loro controparte civile. Occorre sottolineare che i caschi blu coinvolti in operazioni di peacekeeping sono sotto il controllo e responsabilità del loro Paese d’origine. In missione, il personale militare non può essere processato dai tribunali dello stato ospite. Questo approccio impedisce alle vittime di ottenere giustizia. Nonostante i caschi blu possono essere giudicati nel proprio stato d’origine, diversi Paesi non posseggono le qualità o leggi necessarie per processare crimini compiuti all’estero. Ad esempio, i Principali Stati Contributori di Truppe non sono esattamente campioni di trasparenza, diritti umani, e valori democratici. Similarmente, i governi tendono a non processare i propri connazionali al fine di preservare la propria immagine di fronte all’opinione pubblica.

Un gran numero di Paesi può agire solo se il reato è riconosciuto sia dallo stato ospite che da quello d’origine. Ad esempio, la Danimarca ha appena approvato una legge che presto entrerà in vigore, e che riconosce il sesso senza consenso come stupro. Il nostro Paese ancora non contiene tale obbligazione. Ne consegue che processare un casco blu danese per uno stupro senza consenso svoltosi in Italia non sarà facile.

Una pessima combinazione:

L’articolo ci spiega che immunità e Peacekeeping non vanno molto d’accordo, e che il rapporto tra Nazioni Unite e stati è a dir poco impari. Infine, è chiaro che l’attuale sistema non fornisce sufficiente protezione alle vittime dei crimini commessi dai caschi blu.

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About Author

Kevin Carrara

Nonostante sia prossimo a completare il Master in international law & global governance offerto da Tilburg University (Paesi Bassi), non ho dimenticato la madrepatria, e proprio per questo ho deciso d’entrare a far parte di Sistema Critico. Potete parlarmi di ogni cosa, ma per il vostro bene vi sconsiglio di menzionare videogiochi o serie-tv perché potrei facilmente farvi sanguinare le orecchie con discorsi interminabili. Intanto vi basti sapere che Bojack Horseman è un capolavoro.

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