Breaking News del mercoledì

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Come ogni mercoledì vi aspetta Breaking News, la raccolta di notizie dal mondo creata per voi da Sistema Critico. Oggi vogliamo iniziare parlando della liberazione dei pescatori di Mazara del vallo sequestrati in Libia. Successivamente rimarremo in Europa, nello specifico in Ungheria, per due motivi. Il primo è il duro colpo sferrato da Orban alla comunità LGBTQ+ e il secondo è la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che condanna l’Ungheria per la gestione della crisi migratoria nel 2015. Successivamente dedicheremo l’attenzione al decimo anniversario delle primavere arabe; infine la condanna a morte in Giappone del “Twitter Killer”.

Arrivata la liberazione dei pescatori Italiani sequestrati in Libia da mesi. Esultano Conte e il governo. Critiche dall’opposizione.

Sono liberi i 18 pescatori di Mazara del Vallo sequestrati in Libia ormai da mesi. Ne ha dato la notizia per primo il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte su tutti i propri canali social.

La liberazione arriva in un momento inaspettato per ammissione delle stesse famiglie le quali da tempo manifestavano sotto Palazzo Chigi.

I pescatori hanno fatto rientro a casa, per la gioia delle famiglie e dei compaesani, a bordo dei propri pescherecci scortati dalla marina militare italiana.

La loro liberazione, sancita con un volo a Bengasi di Conte e Di Maio per un incontro con il generale Haftar, è frutto di un importante lavoro di concerto tra Ministero degli Esteri e servizi segreti italiani – come ha ricordato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – con i sequestratori dell’esercito di liberazione libico.

I pescatori sono stati detenuti nella periferia di Bengasi da settembre fino al giorno della liberazione ed i pm cercano ora di far luce sulle condizioni della loro detenzione: uno dei pescatori avrebbe affermato infatti di essere stato lasciato, lui come i suoi compagni, per settimane a piedi nudi.

Se da un lato alla gioia del governo si accostano i complimenti delle forze di maggioranza e del presidente della Camera Roberto Fico che ha ringraziato tutte le istituzioni che << con un lavoro costante e silenzioso >> hanno contribuito alla liberazione degli ostaggi, non sono mancate critiche dall’opposizione. Giorgia Meloni (FdI) pur esprimendo felicità per la liberazione ha sottolineato come fossero a suo giudizio troppi 108 giorni per la liberazione di ostaggi. Matteo Salvini, ha posto invece l’accento sull’eccessiva fretta comunicativa del premier. Non è mancato chi ha ricordato a Salvini quando, da ministro dell’Interno, aveva rischiato di far saltare un’importante retata contro dei mafiosi in Piemonte per aver svelato con un Tweet l’operazione mentre era ancora in corso.

Lorenzo Alessandroni

Viktor Orbán cambia la costituzione ungherese: << il padre è maschio e la madre femmina >>. Altro duro colpo alla comunità LGBTQ+

Si conferma in Ungheria la tendenza, già denunciata ampiamente in primavera durante i primi interventi di emergenza dovuti alla crisi Covid, di colpi di mano da parte dell’esecutivo a scapito dei diritti della comunità lgbtq+. Il nesso tra la pandemia e l’arbitraria riduzione dei diritti dei propri cittadini è anche questa volta, come è evidente, del tutto inesistente.

Nel caso di specie è stato presentato un emendamento alla costituzione che in maniera inequivocabile annuncia << La madre è femmina, il padre è maschio. L’Ungheria garantisce il diritto del bambino a identificarsi con il sesso con cui è nato >>. Oltre alla chiara enunciazione di principio, quali le conseguenze concrete? Le coppie di fatto riconosciute saranno solo quelle eterosessuali, le uniche peraltro in facoltà di adottare e crescere figli.

Emendamento approvato, diritti calpestati. Copione già visto e particolarmente collaudato da un partito, quello di governo (Fidesz), che solo di recente ha visto l’uscita di scena di uno dei suoi esponenti più integralisti, Josef Szájer, reo di aver partecipato ad un’orgia gay (si legga su Treccani la definizione di ipocrisia) a Bruxelles in pieno lockdown.

Le reazioni

A seguito della modifica costituzionale e visto il clamore della faccenda, è arrivata la reazione europea. Riccardo Nuory, portavoce nazionale di Amnesty International Italia, ha parlato di << consacrazione dello stigma e della discriminazione >>. Sergey Lagodinsky, eurodeputato dei Verdi, ha posto l’accento su come ogni volta che la situazione Covid vive dei momenti delicati << il premier Viktor Orbán inizia a mettere il naso nella vita intima dei suoi cittadini >>. Poco prima del voto aveva fatto scalpore un intervento della ministra della Famiglia Novak che aveva invitato le donne ad occuparsi della famiglia e non preoccuparsi di guadagnare un salario pari a quello degli uomini. Una posizione tristemente in linea con la scelta di bocciare la convenzione di Istanbul e la precaria situazione femminile in Ungheria.

Lorenzo Alessandroni

La Corte Europea condanna l’Ungheria

I 17 dicembre la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha condannato l’Ungheria per non aver rispettato le regole fondamentali sull’asilo e sui rimpatri. La sentenza faceva capo al rimpatrio forzato di migranti lungo il confine serbo-ungherese.

La condanna fa riferimento a una legge ungherese uscita nel 2015 che prevedeva l’istaurazione di zone di transito (più corretto definirle zone di detenzione dove i migranti aspettano il responso delle loro richieste) usate per valutare, entro quattro settimane, se rigettare le richieste di asilo oppure accoglierle. Nel 2017, questa legge è stata ulteriormente inasprita prevedendo un responso quasi immediato, togliendo ai migranti la possibilità di eventuali ricorsi ed effettuando immediatamente i rimpatri.

L’Ungheria è venuta meno nel rispetto dei diritti umani e delle disposizioni UE in materia che prevedono un periodo di almeno 4 settimane per valutare la richiesta di asilo. Così si è pronunciata la Corte Europea <<l’Ungheria è venuta meno al proprio obbligo di garantire un accesso effettivo alla procedura di riconoscimento della protezione internazionale, in quanto i cittadini di paesi terzi che desideravano accedere, a partire dalla frontiera serbo-ungherese, a tale procedura si sono trovati di fronte, di fatto, alla quasi impossibilità di presentare la domanda. […] il sistema di trattenimento è stato instaurato al di fuori dei casi previsti dal diritto dell’Unione e senza rispettare le garanzie che devono normalmente disciplinarlo>>.

Manuel Ferrara

La Primavera Araba a dieci anni di distanza

La Tunisia ha ricordato il decimo anniversario dell’inizio della rivolta che portò alla caduta del regime di Ben Ali. Era il 17 dicembre del 2010 quando Mohammed Bouazizi, venditore ambulante, si diede fuoco come gesto estremo per protestare contro l’ennesimo sopruso da parte della polizia tunisina. Il suo sacrificio innescò la miccia rivoluzionaria nel paese, la “rivoluzione dei gelsomini” (così fu battezzata la rivolta nel paese) vide in poche settimane l’esplodere della rabbia dei tunisini per le condizioni sociali ed economiche in cui vivevano. In poco tempo la protesta si trasformò in un’insurrezione popolare guidata da ragazzi e ragazze, che rovesciò il regime.

Sulla scia della rivolta tunisina nacquero e si diffusero, in Nord Africa e Medioriente, imponenti moti rivoluzionari soprattutto in Egitto, Siria, Libia, Yemen e Iraq: cominciava quella che i media occidentali e no ribattezzarono ‘’Primavera Araba’’ (in riferimento alla primavera dei popoli del 1848).  Lo scoppio di queste rivolte vide in prima linea soprattutto i social network che, attraverso la loro capacità di condivisione e di creazione di una comunità online, permisero a giovani e adulti di trovarsi insieme nelle piazze egiziane, libiche, siriane etc. uniti dalla speranza di cambiamento e dalla rabbia per i propri diritti negati dai rispettivi regimi.

Cosa ne è rimasto?

Dieci anni dopo, la primavera araba è rimasta, per molti analisti, attivisti e media, una straordinaria rivoluzione incompiuta. In Egitto, il sogno dei ragazzi di piazza Tahrir è stato spezzato dall’instaurazione di un regime ancora più sanguinario, che è riuscito a soffocare con la violenza quel risveglio nazionale che aveva unito le piazze egiziane. In Siria, Libia, Yemen e Iraq la guerra civile l’avvento dell’Isis hanno soppiantato la fase rivoluzionaria. Essi, oggi, sono terreno di scontro tra le potenze regionali e internazionali. La stessa Tunisia, che con fatica è riuscita a consolidare le conquiste della primavera araba ha visto il riesplodere, a dieci anni distanza, violente manifestazioni a causa crisi economica che l’attanaglia; segno di un malessere sociale, che a dieci anni dalla primavera araba, non si è ancora spento.

Manuel Morgante

L’ultimo cinguettio del Twitter Killer

È stato condannato a morte il trentenne Takahiro Shiraishi, conosciuto come ‘Twitter Killer,’ e responsabile della morte di otto donne ed un uomo tra i 15 ed i 26 anni. Ma perché Twitter Killer? La risposta è da cercarsi nel modus operandi del giapponese, il quale era solito contattare le persone suicida tramite il social network con la promessa di aiutarle a morire. Inoltre, per i casi più dubbiosi, prometteva un doppio suicidio.

Halloween 2017, i resti sembrati delle vittime sono stati recuperati all’interno dell’appartamento del giapponese. I giornali locali hanno definito quel luogo come una vera e propria casa degli orrori. L’arresto di Shiraishi genera un forte dibattito online basato sul suicidio. Del resto questo tema è particolarmente caldo in Giappone. Infatti, il Paese del Sol Levante è uno dei Paesi con il tasso di suicidi più alto al mondo. Inoltre, in Giappone esiste la famosa foresta Aokigahara, anche conosciuta come foresta dei suicidi per via dell’enorme numero di corpi rinvenuti in quell’area. Anche Twitter ha implementato nuove regole. In particolare, si sottolinea come gli utenti non dovrebbero promuovere o incoraggiare suicidio o autolesionismo. La mancanza di una vera e propria proibizione è dovuta all’interesse del social network di rimanere il più flessibile possibile.

Durante il processo, l’avvocato di Shiraishi ha cercato di fare incriminare il proprio cliente per ‘omicidio con consenso’. La speranza di evitare la condanna a morte svanì di fronte al verdetto del giudice. In Giappone, la pena di morte viene eseguita per impiccagione, ma spesso passano anni prima che la sentenza venga implementata. Nonostante la data dell’esecuzione sia ancora ignota, il Twitter Killer è ormai prossimo a cinguettare per l’ultima volta. È solo una questione di tempo.

Kevin Carrara

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