Ceneri alle ceneri: la violenza in una storia senza tempo

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Ceneri alle ceneri sembra svolgersi sott’acqua.

Ceneri alle ceneri: l’ultima commedia di Harold Pinter. Devlin e Rebecca, marito e moglie, sono protagonisti universali, riflessi di realtà che si schiudono in parole e silenzi. Dialoghi violenti, distruttivi e misteriosi approfondiscono un passato tormentato. La scena prende voce da Rebecca, seduta, mentre Devlin è in piedi con un bicchiere in mano. Le parole di lei creano nello spettatore un immaginario violento, di un ipotetico amante che prevaricava e mostrava il pugno.

Mi stringeva un po’ …la gola…,sì. Quel tanto da farmi piegare la testa all’indietro, delicatamente,ma lo faceva davvero.

Devlin cerca ossessivamente un’identità all’uomo, le domande si sussuegono, non ne può fare a meno. E al contempo, in un’invasione di quesiti sempre più intimi, si proiettano verità false e vere.

Ceneri alle ceneri: l’amante

In “Ceneri alle ceneri” Devlin e Rebecca sono statici, ma i loro discorsi vivono un crescendo sempre più dinamico. La contrapposizione lentezza e velocità disarma lo spettatore, in una storia che corre da ferma. Chi è l’amante? Era a capo di una fabbrica, dice Rebecca, dove si rigava dritto. L’autorità che l’amante ha su Rebecca è un’autorità che da interpersonale diviene unanime: nella fabbrica tutti si tolgono il cappello in segno di rispetto. Il pugno che l’amante mostra a Rebecca è simbolo di una violenza che dirama, in uno scenario sempre più ampio, le sue radici. Si richiama a un passato oscuro, complesso, atroce: l’ambiguità della figura accresce.

Andava alla stazione e camminava su e giù lungo i binari e strappava i bambini dalle braccia delle madri urlanti.

Devlin e Rebecca, nazista ed ebrea

Ceneri alle ceneri” va in scena per la prima volta, in Italia, nel 1997. Verranno, poi, realizzate svariate produzioni: una di queste nel 2012, al Teatro Franco Parenti di Milano. Sulla linea del regista, i due personaggi riconducono a una tragedia tanto forte quanto terrificante: la Shoah. Devlin si configura come una SS e Rebecca come un’ebrea: oppressore e oppresso, carnefice e vittima. L’amante, l’uomo violento che stringe delicatamente la gola di Rebecca, è forse Devlin stesso. Le note di Mario Morini, della regia, riportano quanto segue:

il passato di Rebecca e Devlin è il passato che non vogliamo ricordare, che loro stessi non vogliono ricordare, per la paura di incontrare l’ orrore della verità.

La Shoah

È il 1933: gli ebrei vengono gradualmente deportati. Tra il 1933 e il 1945 sono milioni e milioni i morti, persone perseguitate da un orrore organizzato e portato avanti dalla Germania nazista. Browning indaga sul perchè di tali violenze, sul perchè ci siano ingiustamente vittime di così grandi atrocità. E “Uomini comuni” parla proprio di questo: nelle 210 testimonianze degli uomini del Battaglione 101 della Polizia tedesca si ricercano le motivazioni dietro gli ordini eseguiti.

Violenza intesa come forza

I soldati del Battaglione 101, a Józefów, devono scegliere il destino di 1800 ebrei: selezionare chi deportare e uccidere i restanti immediatamente. Pochi si rifiutano e le ragioni di chi accetta principalmente sono: conformismo al gruppo, solidarietà nei riguardi dei compagni, rispetto dell’autorità, timore d’apparire fragili, ambizioni lavorative. I dissidenti non sono troppo buoni, ma troppo deboli. Per loro la forza è la forza di sterminare, di mostrare il pugno, d’andare avanti, come racconta Devlin in “Ceneri alle ceneri“, col bello e col cattivo tempo.

In culo al migliore, è sempre stato il mio motto. È chi va avanti a testa bassa col bello e col cattivo tempo, quello che alla fine ce la fa.

Un uomo coraggioso e determinato. Uno a cui non gliene frega un cazzo. Uno con rigoroso senso del dovere.

Harold Pinter e l’attivismo politico

Harold Pinter, grande drammaturgo britannico, già a 16 anni è Macbeth sul palcoscenico. Frequentatore di biblioteche, appassionato di libri, amante della letteratura. Ė criticato nelle sue prime rappresentazioni: dipinto come incomprensibile, estroso. Odiernamente è uno degli autori più affermati ed, ironia della sorte, “non ha cambiato nessuna battuta”. Coinvolto nella politica, manifesta contro la guerra in Vietnam, il colpo di stato in Cile e l’apartheid in Africa, diventa portavoce di Amnesty International, denuncia la violenza e si prodiga per i diritti umani. Nelle commedie più recenti Pinter usufruisce di brevitas: sono essenziali, potenti e condannano una violenza universale. Violenza che ha sempre combattuto, come uomo e cittadino:

sono convinto che, in quanto cittadini, e nonostante le grandi difficoltà, una fermezza intellettuale, fiera e risoluta, sia indispensabile per distinguere la verità vera nella nostra vita e nella nostra società. E questo è un imperativo. Se tale fermezza non è radicata nella nostra prospettiva politica, non riusciremo mai a recuperare ciò che abbiamo quasi ormai perso: la dignità umana.

Secondo il drammaturgo, ciascun cittadino in quanto tale, per preservare la sua dignità, ha come imperativo la comprensione della realtà. E, conseguentemente, il dovere di combattere la violenza.

La brutalità moderna

Prima dicevo che gli Stati Uniti hanno messo le carte in tavola. Ed è proprio così. L’attuale politica è stata definita ufficialmente <<predominio ad ampio spettro>>. È loro la definizione, non mia. <<Predominio ad ampio spettro>> significa controllo della terra, del mare, dell’aria, dello spazio e di tutte le risorse annesse e connesse.

Harold Pinter si scaglia contro l’ipocrisia che, a parere suo, connota l’America moderna. Nelle sue opere richiama la violenza e la denuncia con una potenza affascinante. Critica i media e considera gli Stati Uniti “il più grande show in circolazione”, in virtù di una libertà distorta e una democrazia discutibile. Nelle sue commedie costringe la platea ad ascoltare uno spettacolo scomodo, forte, ma uno spettacolo che, come precisa Pinter: “rompe lo specchio – perchè è da dietro lo specchio che la verità ci guarda”.

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About Author

Francesca Garavalli

Iscritta al corso di laurea "culture letterarie europee", a Bologna, dove si studia letteratura con un pizzico di français. Mai interrompermi durante una lettura, il resto della giornata, però, so anche essere gentile.

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