Breaking News del mercoledì – 2020 special edition

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Oggi è l’ultimo mercoledì di questo assurdo 2020, questo vuol dire che è anche l’ultimo Breaking News dell’anno. Per questo abbiamo deciso di preparare un’edizione speciale della nostra raccolta di notizie settimanale. Con il Breaking News del 30 dicembre andiamo a rivedere alcune delle principali notizie di quest’anno.

Non vi resta che leggere il riassunto del 2020 che Sistema Critico ha preparato per voi.

Buon compleanno COVID-19

Quest’ultimo anno è stato a dir poco unico. La causa di questo difficile 2020 la conosciamo molto bene, ed è l’ormai famoso virus SARS-CoV-2. È strano pensare che sia già passato quasi un anno da quando abbiamo sentito il termine COVID-19 per la prima volta.

Il virus di Wuhan è stato identificato lo scorso 7 Gennaio, e da allora non si è mai fermato. Dopo neanche un mese, il SARS-CoV-2 aveva raggiunto sia il suolo Europeo che quello Americano. Non ci volle molto prima che l’OMS definisse la presenza di una minaccia contro la sanità pubblica globale. Il coronavirus è senza pieta, e nemmeno colui che per primo aveva avvisato il mondo dell’imminente catastrofe, il Dottore Li Wenliang, riuscì a salvarsi da esso. La diffusione a livello globale spinse l’OMS a dichiarare lo stato di pandemia.

A Marzo, l’Italia superò la Cina come Paese più colpito dal COVID-19. I morti aumentarono ed i posti in terapia intensiva presto si esaurirono. Bisognava agire.

Il nostro governo fu il primo in Europa a ricorrere ad un lockdown nazionale, e quei due mesi arginarono parzialmente l’entità della pandemia. Tuttavia, il numero dei casi era destinato ad aumentare. Il coronavirus si diffuse nuovamente grazie ad un forte incremento di spostamenti interni. Inoltre, la forte affluenza nelle discoteche diede vita a veri e propri focolai. A Settembre, l’Italia stava affrontando una seconda ondata. Nei mesi seguenti, il governo divise il territorio in zone gialle, arancioni e rosse per poi introdurre un lockdown nazionale in vista delle festività natalizie.

Nel corso del 2020, ci siamo adattati alle varie disposizioni del governo, al telelavoro, ed alle lauree online. Abbiamo anche superato il nostro primo, e speriamo ultimo, Natale in quarantena. Finalmente ci si prospetta la possibilità di un vaccino, e non dobbiamo farcela scappare.

Kevin Carrara

Brexit 2020

Dopo il referendum del 23 giugno 2016 l’addio del Regno Unito all’Europa si è rivelato molto più complicato del previsto. La data definitiva è slittata più volte fino a concretizzarsi nel 31 gennaio 2020. L’intesa, cercata dall’ex premier Theresa May e dal capo negoziatore europeo Michel Barnier, era naufragata contro un parlamento ostile. La svolta dopo le elezioni anticipate, vinte da Boris Johnson il 12 dicembre 2019, e due proroghe del termine finale di uscita dall’Unione Europea. La maggioranza tories, il 22 gennaio 2020, ha traghettato la nazione alla ratifica dell’accordo. Il giorno successivo è arrivata anche la firma della regina che ufficializza il divorzio per le 23 del 31 gennaio 2020.

Dalla controparte europea, il 29 gennaio 2020 il Parlamento Europeo è stato approvato a larghissima maggioranza l’accordo sulla Brexit, con 621 sì, 49 contrari e 13 astenuti. Dopo quasi tre anni e mezzo da quando è stato indetto il referendum, gli eurodeputati inglesi han lasciato Bruxelles e Strasburgo.

Mentre i contagi di coronavirus aumentavano in tutto il mondo, è iniziata la fase di negoziato per raggiungere l’accordo di libero scambio ed evitare il ritorno di dazi e controlli doganali, la cosiddetta soluzione “no deal” (senza accordo).

Per concludere l’anno, il 24 dicembre 2020, Londra e Bruxelles han formalizzato il via libera al compromesso finale su un accordo di libero scambio, ma che comunque porterà il Regno Unito fuori dal programma Erasmus+.

Claudio Mariani

Black Lives Matter: il vento del cambiamento

L’anno della pandemia sarà ricordato anche per la crescita esorbitante del Black Lives Matter (BLM), un movimento internazionale, nato all’interno della comunità afroamericana, per combattere il razzismo verso le persone nere e lo stigma legato alla “black face”. Nonostante il BLM sia esploso quest’anno, in seguito alla morte di George Floyd, affonda le sue radici nel lontano 2013.

In quell’anno, infatti, vi fu l’assoluzione di George Zimmerman, assassino di un altro giovane ragazzo afroamericano (Trayvon Martin). Da quel momento l’hashtag “Black Lives Matter” cominciò a comparire sui social e poco dopo si venne a creare intorno alla vicenda un vero e proprio movimento.

Si indicano come fondatrici Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi; sebbene all’interno del movimento non vi sia una gerarchia specifica. Ragion per cui si trovano idee tra le più disparate e anche alcune considerate estremiste. È il caso delle dichiarazioni razziste di Yusra Khogali, co-fondatrice di Toronto, dove definiva i bianchi “subumani” e “difetti genetici”.

“Privilegio bianco” e come utilizzarlo:

In seguito alla morte di George Floyd, il movimento del Black Lives Matter ha riscosso interesse mondiale. Da quel momento sono partite una serie di proteste internazionali e interventi pratici per migliorare la condizione delle persone nere ed eliminare i prodotti rimasti del colonialismo.

Molti personaggi influenti, tra cui Jennifer Aniston e Mark Zuckerberg, si sono espressi sulla questione e hanno donato alle associazioni affiliate al movimento milioni di euro. Ma, come ogni fenomeno mediatico, il soffio del cambiamento si è poco a poco attenuato con il tempo.

È rimasta, però, tanta riflessione da fare e qualche consapevolezza che prima (probabilmente) non avevamo o fingevamo di non avere. Quando non si fa parte di una minoranza è, infatti, pressoché impossibile immedesimarsi completamente in essa; nonostante ci si trovi mossi da nobili intenzioni. Bisognerebbe, dunque, approfittare del proprio “privilegio bianco” (tema già approfondito su Sistema Critico) per fare informazione e creare una rete unica che distrugga con il tempo stereotipi ormai radicati all’interno della nostra società.

La speranza è che le nuove generazioni capiscano quanto sia insensato farci la guerra per delle differenze che possono solo arricchirci.

Sara Albertini

La battaglia di Hong Kong

A inizio 2020 a Hong Kong erano ancora in corso le proteste iniziate nel marzo 2019 contro la legge sull’estradizione in Cina. Questa è stata comunque approvata e le manifestazioni pacifiche sono diventate veri e propri scontri. A questo punto Carrie Lam ha deciso di ritirare la legge, ma ormai era tardi. Le proteste erano rivolte contro il governo e concentravano in sé storie antiche e timori per il futuro della democrazia e della libertà.

Le manifestazioni si erano interrotte a fine gennaio a causa della pandemia, ma il malcontento non si era affievolito. Nel frattempo Pechino aveva iniziato ad interessarsi sempre di più alla faccenda e decise di risolverla duramente.

La legge per la sicurezza nazionale

Il 30 giugno è stata approvata la legge sulla sicurezza nazionale, entrata in vigore il 1 luglio, giorno del 23esimo anniversario della restituzione di Hong Kong alla Cina da parte del Regno Unito. Con questa legge, tra le altre cose, si impediva di mostrare in pubblico o online materiali e slogan che inneggiassero in qualche modo alla secessione e si vietava qualsiasi attività che poteva esser considerata sovversiva; divieti ricordati anche da striscioni mostrati dalla polizia ai manifestanti.

Per Pechino è una legge per ristabilire l’ordine, per molti un duro colpo di mano al principio “un paese, due sistemi“.

Trump ha subito cavalcato l’onda di indignazione e ha criticato Pechino, che rispondeva facendogli notare i suoi problemi interni con il movimento Black Lives Matter. Gli USA hanno comunque emanato delle leggi (Hong Kong Human Rights and Democracy Act e Hong Kong automy act) per sostenere l’ex colonia britannica.

Da allora diversi cittadini di Hong Kong han preferito lasciare il paese trovando procedure semplificate per il visto in USA o in UK, talvolta anche ottenendo asilo, come successo in Germania.

E’ nota anche la storia di 12 attivisti han cercato di fuggire verso Taiwan, ma sono stati arrestati e detenuti in Cina, dove sono stati processati e 10 di loro condannati al carcere.

La legge intanto ha fatto le sue vittime, tra cui decine di arresti tra i manifestanti. Poi l’arresto e la condanna di Joshua Wng, Agnes Chow e Ivan Lam, colpevoli di “assemblea illegale”. Arrestato anche il magnate dell’editoria e attivista Jimmy Lai, accusato di collusione con potenze straniere e da poco rilasciato su cauzione, ma con il divieto di incontrare stranieri e usare i social.

A tutto questo si sono alternate varie ondate di coronavirus che han reso la situazione ancora più tesa.

Andrea Giulia Rossoni

L’America di Biden (e di Trump) che verrà

Il 2 novembre si sono svolte negli Stati Uniti le elezioni presidenziali. A fronteggiarsi c’erano da un lato il Presidente uscente Donald Trump, alla ricerca della rielezione per il secondo mandato, e dall’altra lo sfidante democratico Joe Biden. Ha prevalso Biden, in un’elezione sentitissima e che ha spaccato gli USA: mai come quest’anno l’elezione di un Presidente era stata così divisiva politicamente, culturalmente, geograficamente ed economicamente.

Biden ha ottenuto massicciamente il voto delle minoranze, delle metropoli, delle donne e ha ottenuto più voti di Trump tra i bianchi. Trump ha aumentato considerevolmente il voto tra le minoranze, perdendo tuttavia il sostegno della working class (che quattro anni prima aveva strappato ai democratici) e della Rust Belt, gli Stati del Midwest (decisivi nella vittoria del 2016), e ha mantenuto la presa sulle aree rurali e tra i ricchi. Ma la cosa più sorprendente è stata l’affluenza: hanno votato complessivamente 160 milioni di americani, In un’elezione in cui si è fatto massiccio ricorso al voto per posta (il 70% ha votato per posta), in virtù della pandemia. Un numero mai visto nella storia, ed il margine con cui Biden ha staccato Trump è stato anch’esso netto, con quasi 8 milioni di voti in più.

I risultati

Nei primi due giorni delle elezioni, Trump si è trovato in vantaggio, ma alla fine Biden lo ha recuperato e ha vinto le elezioni negli Stati chiave, conquistando la Presidenza. Quella che è giudicata una prassi nella politica americana, ovvero il candidato perdente che ammette la sconfitta pubblicamente, non è avvenuto. Fin da subito Trump e il suo team di legali, capeggiato da Rudy Giuliani, hanno denunciato brogli, sabotaggi ed influenze straniere nel voto per posta. Una vicenda legale che va avanti ancora oggi, con il team legale di Trump che continua a presentare esposti in tutti gli Stati in bilico vinti da Biden all’ultimo.

La transizione dalla vecchia alla nuova amministrazione, che è fondamentale per aggiornare la nuova Presidenza su temi fondamentali come la Politica Estera, gli Affari Interni e la Difesa, è stata autorizzata solo tre settimane fa, dopo essere stata ostacolata in tutti i modi da Trump. Le innumerevoli cause legali intentate dal team di Trump, prive di prove, sono fallite, e alla fine gli Stati hanno confermato la vittoria di Biden, che il 20 gennaio 2021 si insedierà ufficialmente alla Casa Bianca.

È stata un’elezione tesissima, dai toni molto duri da entrambe le parti, dove gli americani si sono mostrati spaccati. In ballo non c’è stata solo la Presidenza, ma un’idea di America. Lo scontro tra gli elettorati democratico e repubblicano è ai massimi storici, e la polarizzazione politica al suo estremo. L’America sta cambiando, e tutto lascia credere che si stia spostando sempre più su posizioni progressiste, con l’elettorato che diventa sempre più multietnico e che va a vivere nelle grandi città. L’America che verrà sarà quella di Joe Biden, ma anche di Donald Trump. Con tutte le sue contraddizioni e le spaccature interne, ed il destino del mondo dipende anche da questo.

Massimiliano Garavalli

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