Dialoghi con Leucò: il mito e la società odierna

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Dialoghi con Leucò: Pavese rielabora il mito in chiave moderna. La forma è dialogica, impregnata della drammaticità del Pavese mitografo e nei dialoghi ci si interroga, confronta, interpreta. Cesare Pavese s’interessa al mito e in esso ritrova l’embrione dell’origine, il perchè dell’esistenza. In una storia del mondo che è un’ altra storia del mondo, gli dei non sono sempre esistiti, ma sono arrivati dopo. Cosa c’era all’inizio, cos’ era aureale? La natura: ogni cosa era indeterminata e conteneva in sè altro da sè. La legge, l’ordine e la civiltà sono contemporanei alla distinzione e all’individualità dell’essere. C’è una legge a cui bisogna obbedire: la dialettica servo-padrone hegeliana è insita già all’inizio del libro. Questa dialettica è cornice di un dipinto che prende voce, dove l’uomo civilizzato parla all’uomo-bestiale.

Proprio attraverso l’arte, Pavese desidera rispondere all’ossessione dell’origine, a quella paradossale ricerca di un senso fondativo dell’esistenza, di una traccia che non può essere ridotta a nulla, ma a partire della quale l’originalità stessa può essere pensata.

Riccardo Gasperina Geroni, “Cesare Pavese controcorrente”

Orfeo, l’inconsolabile moderno

Orfeo, in una variante aderita da Pavese, si volta e contempla Euridice non per errore o per follia, ma consapevolmente. Disceso nell’Ade, sa che la donna che ha amato è una stagione passata, una fine che coincide con la morte e non con la vita. E Orfeo desidera la vita, la ricerca di se stesso. Bacca, l’interlocutrice, è incredula: e così tu che cantando avevi riavuto il passato, l’ hai respinto e distrutto. Bacca, chiede e si chiede, chi non vorebbe il passato? La domanda è universale e i loro dialoghi schiudono l’idea di memoria e presente racchiusa in Orfeo.

L’incomprensione di Bacca legata al mondo della natura accentua l’estraneità di Orfeo che è qui non tanto colui che rinnova la poesia, alimentadola con la materia della privazione e quindi il desiderio per l’amata morta, ma colui che mostra l’impervia strada che deve percorrere l’uomo moderno: la solitudine e il senso di alienazione e smarrimento a cui contestualmente si affianca il desiderio di ritrovare la propria autentiticità.

Riccardo Gasperina Geroni, “Cesare Pavese controcorrente”

Memoria e presente

Il tempo è un quesito sentito nella poetica di Pavese, già nel Mestiere di vivere e in Feria d’Agosto. Tempo e felicità s’intrinsecano: l’uomo ha un insieme di ricordi “autentici”, che talvolta dal subconscio s’insinuano prorompenti nella coscienza. E l’ uomo, immerso nei ricordi, vive uno stato di grazia. Orfeo, in un destino che per lui è interiorizzato e intoccabile anche per gli dei, recupera se stesso nel ricordo. La sua presa di coscienza sorge al primo barlume di cielo:

quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era là in quel barlume. Non m’importo nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore,il canto e il mattino. E mi voltai.

Cos’è la felicità?

In conclusione, tu non sei contento.

Mnemòsine, “Le muse”

Nel dialogo “Le muse” Mnemòsine, madre delle muse e dea della memoria, è l’esordio del confronto con Esiodo. Tu non sei contento: Esiodo è tutti gli uomini. Ma cos’è la felicità? Il ricordo. L’attimo che perdura in una dimensione atemporale e rende dei anche gli uomini. Immortalità e “stato di grazia” combaciano, in una vita di tanti attimi. Orfeo è felice quando riprende se stesso dal ricordo e scorge la vita in un unico frangente.

Jung, il problema dell’origine

Il problema dell’origine, caratterizzante per Pavese, è profondamente attuale. Secondo Carl Gustav Jung, la personalità consta di determinate istanze, tra cui l’ “inconscio collettivo”. L’ “incoscio collettivo” raccoglie le memorie ancestrali dell’uomo, influenza ciascuno di noi e ha valenza unanime. Figli di una medesima mater, i bambini nascono con un’ idea precostituita della stessa, predisponendo a lei le proprie azioni dagli arbori.

L’ universale dissidio interiore

Nell’incoscio collettivo sussistono gli archetipi: forme universali di pensiero aventi contenuto affettivo. Jung, dunque, valuta quelle rappresentazioni universali in relazione all’individuo: più l’individuo si discosta, più il dissidio interiore s’accresce. Il noto psicoanalista considera determinate problematiche ed alcuni condizionamenti culturali odierni conseguenti all’inconscio collettivo e alla mancata coincidenza con gli archetipi. L’uomo moderno ha perso le sue origini, vittima di un conflitto costante, a cui Pavese cerca di dare spazio, in dialoghi dove il singolo s’incontra con se stesso. Orfeo ed Esiodo sono Orfeo ed Esiodo, il cantore e il poeta, il solo e l’alienato, due e tutti gli uomini. Uomini moderni, subordinati al destino e in rapporto con le origini.

Ciò che si fa, si farà ancora e anzi si è già fatto in un passato lontano.

Cesare Pavese, “il mestiere di vivere”

Il mito e la società odierna

Pavese non ha alcuna paura d’affrontare il problema dell’origine e d’attualizzare il mito greco, ove si è in procinto di precipitare nell’alienato. Il principio di alienazione è un principio sia marxista sia esistenzialista: l’operaio non controlla più il prodotto del suo lavoro, del suo impegno, della sua fatica. Ed Esiodo è come ubriaco, disorientato in una sgrelatezza dei sensi collettiva e moderna. Orfeo è la ricerca nella solitudine, Esiodo l’ubriaco che cerca di dare un nome alla dea. Due uomini che trovano la felicità nel ricordo, due uomini che portano nell’attimo un’esistenza senza tempo. Nei dialoghi l’uomo del mito si confronta con la divinità interiorizzata, esso è al contempo creatore e creatura. E l’uomo del mito è anche l’uomo moderno, è Esiodo ubriaco, è Orfeo che si volta consapevole.

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Francesca Garavalli

Iscritta al corso di laurea "culture letterarie europee", a Bologna, dove si studia letteratura con un pizzico di français. Mai interrompermi durante una lettura, il resto della giornata, però, so anche essere gentile.

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