Egemonia americana versus non interventisti: la difficile posizione dell’Unione Europea

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L’egemonia americana, in particolare gli interventi americani in Stati terzi, ha da sempre suscitato forti reazioni nell’opinione pubblica mondiale. Rispetto al dualismo tra chi è a favore di interventi forti e decisi da parte degli Stati Uniti, e chi li contesta come una violazione sistematica del diritto internazionale, l’Unione Europea si colloca e aleggia a metà strada. Combattuta tra strategie di Realpolitik e diffusione dei valori liberali e rispetto dei diritti umani, l’Unione Europea rischia di essere additata, da una parte, come alleato ‘debole’ dal Big Brother americano, e, dall’altra, come ipocrita dall’opinione pubblica.

Egemonia americana: la democratizzazione come ideale e scusa

L’egemonia americana può essere fatta risalire al secondo dopo guerra. È da lì in poi, infatti, che gli Stati Uniti sono passati da una politica isolazionista ad una politica estera decisamente più interventista. Attraverso le istituzioni di Bretton Woods già si delineava la forma del sistema internazionale che conosciamo oggi. Ma si dovrà aspettare la fine del 20esimo secolo per la creazione del sistema internazionale liberale con a capo l’unica potenza egemone americana. Da qui, oltretutto, tale sistema internazionale sarà arricchito dai nuovi valori del blocco occidentale degli anni 60’/70’/80′ e 90′. I diritti e le libertà delle democrazie occidentali assumono i loro caratteri universalistici, i quali, però, rimangono ancora saldamente collegati, per la loro realizzazione, al sistema democratico.

L’universalità dei valori occidentali diede legittimazione all’espansione della democrazia, non come mezzo di conquista, ma come mezzo di realizzazione di quegli stessi valori. Ma espansione e pace non sono due termini di facile conciliazione. Così si creò una tensione tra una democratizzazione pacifica, attraverso negoziati e accordi commerciali, o semplicemente per attrazione del modello democratico stesso, e la natura conflittuale dell’espansione di un ordine internazionale con potere egemonico, qualsiasi esso sia. E così nasce il conflitto tra egemonia americana e non interventisti.

Egemonia vs pace

Alla base del concetto di ‘egemonia’ c’è una relazione di potere. Lo strumento di potere più netto e inequivocabile è quello militare, e rimane perciò ancora oggi il metodo più efficace per dimostrare la propria potenza. Durante la guerra fredda le due potenze egemoniche del blocco occidentale e orientale erano, rispettivamente, Stati Uniti e Unione Sovietica. Essi avevano armamenti nucleari, e spendevano più di chiunque altro nel settore bellico. Successivamente agli eventi dell’89’ molti cominciavano a ritenere che il mondo sarebbe stato caratterizzato da un sistema multipolare. Ma, dopo l’esibizione di forza degli Stati Uniti nella guerra del Golfo, del Kosovo e dell’Afghanistan, gli USA vengono riconosciuti potenza egemone di un sistema internazionale unipolare quasi all’unanimità da parte dell’opinione pubblica e accademica. La contraddizione è già nitida. Gli Stati Uniti sono a capo di un ordine internazionale che, tra le altre cose, proclama e diffonde diritti e valori liberali, ma, proprio per essere a capo e garantire la sopravvivenza di quell’ordine internazionale, ha dato vita a quegli interventi militari in Stati terzi, insieme a molti altri, che tanto vengono criticati e fondatamente accusati di violare il diritto internazionale. Questo contrasto tra Realpolitik e liberalismo, che si crea netto nella politica internazionale, si può proiettare anche nel dibattito che vede contrapposti coloro che sono favorevoli agli interventi americani e i non interventisti. Se i primi possono essere accusati di cinismo(o addirittura di apatia), i secondi possono essere accusati di utopismo(o addirittura di ingenuità).

L’Unione Europea: la contraddizione nella contraddizione

L’Unione Europea è sostenitrice e promotrice del sistema internazionale liberale. Il ruolo centrale dell’Europa nella creazione e rafforzamento del sistema ad egemonia americana era d’altronde già chiaro nel secondo dopo guerra, con l’avvio del piano Marshall da parte degli Stati Uniti. Questo ruolo non ha solo influenzato la politica di sicurezza dell’Unione Europea come organizzazione regionale, ma anche i singoli Stati membri che ne fanno parte. La possibilità di fare affidamento sull’ombrello americano ha influenzato in particolare la politica militare. Nel 1990 venne firmato il Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa, tra i paesi Nato e del patto di Varsavia, che regola la produzione di armamenti e la quantità di armi convenzionali che ogni Stato può possedere. L’Unione Europea, e l’Europa più in generale, è considerata una delle principali potenze economiche, ma ciò non si riflette nella sua potenza militare. Ad oggi, infatti, solo la Francia possiede armi nucleari tra i paesi UE, e solo la Francia e l’Inghilterra in Europa.

Le politiche “demilitarizzanti” dei paesi europei sono state sicuramente influenzate dalla storia bellicosa del vecchio continente e dalla volontà di non ripetere gli stessi errori del passato. Ma la possibilità dell’Europa di avanzare politiche basate sul contesto europeo, ma che escono dalla logica internazionale di politica di sicurezza, è stata data dalla consapevolezza di poter fare affidamento sulla forza militare statunitense. Tale strategia di bandwagoning (letteralmente “saltare sul carro del vincitore”, termine utilizzato per indicare alleanze con lo Stato più forte) è stata istituzionalizzata attraverso l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO). L’influenza americana nella NATO è chiara sia per gli interventi militari effettuati sotto questa organizzazione (interventi voluti e trainati dagli USA), sia per la percentuale di soldati impiegati in tali interventi (maggioranza americana), sia per gli investimenti militari effettuati in sede NATO (tre quarti delle spese fanno capo agli USA).

Resistenze a tale strategia militare europea sono arrivate soprattutto da parte della Francia. Nel 1950 ufficiali francesi avevano espresso il loro desiderio di costituire una “European Defence Force” separata dalla NATO. Nel 1967 il presidente francese Charles de Gaulle ha deciso di uscire dalla NATO con l’intento di mantenere una politica di sicurezza indipendente rispetto all’influenza americana.

Tali tentativi però non ebbero successo, e cessarono definitivamente nel 21esimo secolo.

L’Unione Europea e l’Iraq

Una della più recenti e ricordate opposizioni di Stati europei all’egemonia militare statunitense fu quella del 2003 in occasione dell’invasione dell’Iraq. Proprio quest’ultima disputa probabilmente pose la parola fine all’idea di una forza europea indipendente. Inoltre, la guerra irachena mostrò in modo evidente la difficile posizione dell’Unione Europea inizialmente descritta qui come a metà strada tra “ strategie di Realpolitik e diffusione dei valori liberali e rispetto dei diritti umani”.

Tra il 2002 e il 2003, quando la possibilità di una guerra si faceva sempre più nitida a Washington D.C. e nei media americani, migliaia di persone cominciarono a scendere nelle piazze di tutto il mondo. Tale mobilitazione culminò nella protesta anti-militare più grande mai avvenuta: il 15 febbraio del 2003 più di 10 milioni di persone marciavano in tutto il mondo. Spinti da motivi geopolitici differenti e da una opinione pubblica sempre più incalzante, alcuni Stati UE, in particolare Francia e Germania, tentarono di opporsi all’invasione americana in Iraq. La Francia minacciò anche di utilizzare il suo veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Per tutta risposta, il Segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld proclamò che ora esistevano due europe, una vecchia e una nuova, con la prima non allineata alla politica estera di sicurezza degli Stati Uniti, e perciò meno rilevante negli affari internazionali. Il potere divisorio che gli Stati Uniti avevano nell’Unione Europea per evitare una opposizione unanime alla propria supremazia militare fu evidente. Nel maggio del 2003 la Francia e la Germania non controbatterono più che l’invasione fosse illegale e, anzi, la legittimarono con l’approvazione della Risoluzione 1483 delle Nazioni Unite.

Soppesare vantaggi e svantaggi: il dibattito rimane aperto

Il caso della guerra in Iraq del 2003 è uno di quei casi che mette in evidenza la contrapposizione tra interessi di politica internazionale e politica domestica di uno Stato. Da una parte, la forza internazionale degli USA che spinge gli alleati europei ad allinearsi ad essa, pena l’essere additati come alleati deboli e non affidabili. Dall’altra parte una società civile, sempre più contraria ad interventi armati, che rischia di perdere fiducia verso una Unione Europea intesa come bacino e difensore dei diritti umani.

L’idea di una forza militare dell’Unione Europea tanto appoggiata dalla Francia e ormai abbandonata (la Francia è rientrata nella NATO nel 2009) avrebbe reso sicuramente la stessa Unione Europea più indipendente nelle politiche di sicurezza rispetto agli Stati Uniti, ma avrebbe mantenuto e creato altri problemi. Avrebbe mantenuto i problemi di coerenza tra i buoni propositi di diffusione dei diritti umani e democrazia, e obiettivi geostrategici di politica internazionale. Avrebbe creato nuovi problemi per quanto riguarda la gestione di una politica di sicurezza comune, ma, soprattutto, avrebbe generato nuove importanti spese per gli Stati membri. Nel 2018 gli Stati Uniti hanno speso 649 miliardi nel settore bellico del Pentagono, e quasi 1000 miliardi se si considerano altre voci militari. In un periodo di scarsa crescita economica, per l’Unione Europea e i suoi Stati membri, il non dover far fronte a tali spese rappresenta un buon motivo per non mettere in discussione l’egemonia americana e un deterrente ad una politica militare comune.

Ad oggi la posizione dell’Unione Europea non è cambiata e, presumibilmente, non cambierà nel prossimo futuro. L’insediamento di Donald Trump e le sue decisioni di politica estera più isolazioniste rispetto ai suoi predecessori hanno suscitato forte sgomento e preoccupazione in Europa. Ciò a dimostrazione del fatto che l’Unione Europea è ancora fortemente dipendente da questo sistema di alleanze e non è pronta a uscire dall’ombrello americano. Ma violazioni del diritto internazionale quale il principio alla sovranità territoriale, principio d’indipendenza e all’autodeterminazione dei popoli continueranno a riproporsi, e, di conseguenza, anche le reazioni dei non interventisti che metteranno in discussione le azioni della potenza egemone. L’Unione Europea continuerà a ritrovarsi tra le tenaglie della Realpolitik e del liberalismo politico, e sarà sempre più impossibilitata a liberarsene. Non potendo candidarsi a potenza egemone, le alternative sono rappresentate dalla Cina e Russia. L’egemonia americana, anche se piena di contraddizioni, rimane l’opzione migliore.

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About Author

Carlo Sapienza

Classe 1998. Nato nella bassa modenese, nel paesino di San Felice sul Panaro, dove la nebbia mi ha insegnato ad osservare al meglio le cose, e la pianura a spaziare con la mente. Sono iscritto al corso Studi internazionali nella facoltà di Sociologia di Trento. Scrivo per il blog Piazza del Mercato, e dal 2020, per Sistema Critico.

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