Meritocrazia: indagine su un’ideologia al di sopra di ogni sospetto

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Chi merita cosa?

Implementare la meritocrazia rende necessario definire cosa possa essere definito meritevole di riconoscimento e cosa invece no. Solo in base a quello che si pensi debba essere l’obiettivo della società e dell’individuo si può dare un giudizio di valore a un determinato comportamento sociale.

Nel nostro contesto valoriale, in cui il progresso è definito come funzione crescente (o sinonimo) dello sviluppo economico, l’atteggiamento meritevole si declina come quello capace di favorire lo sviluppo economico stesso. Meritevole è quindi l’individuo produttivo, efficiente e innovatore, in generale chi sa spendersi sul mercato e quindi lo alimenta, provocando l’accrescimento del prodotto totale.

Viviamo in un mondo affetto da “fanatismo dell’efficienza“. Il fatto che si debba produrre sempre più e sempre meglio sembra non essere oramai più oggetto di discussione politica. Quest’ultima si concretizza al massimo nel decidere il come e il quanto le risorse prodotte debbano essere distribuite e redistribuite.

In merito a ciò, per le compagini conservatrici l’obiettivo rimane semplicemente quello di lasciar fare al mercato, forti della convinzione che il raggiungimento della massima efficienza comporti sempre e comunque un miglior grado di benessere per tutti.

Gran parte delle sinistre, invece, ha cambiato faccia nel corso dei decenni.

L’uguaglianza delle opportunità

Il programma elettorale delle odierne forze progressiste è oramai riassumibile nel preciso ma complesso compito di permettere a chiunque di diventare adattabile al mercato.

Abbracciando strategie di dinamizzazione dell’offerta, che si concretizzano nel dare a chiunque pari opportunità di acquisire competenze spendibili, esse hanno palesato l’adesione al modello produttivistico e consumistico. La differenza con le destre è stata semplicemente quella di volerne migliorare l’inclusività.

Missione delle forze ex-socialiste è diventata quella di neutralizzare, in forme più o meno spinte, l’effetto di fattori come etnia, genere ed ereditarietà della ricchezza . Questi, creando situazioni di disparità iniziale anche estreme, lederebbero il diritto di ognuno a sviluppare al meglio le proprie competenze e di essere valutato esclusivamente in base a queste.

La meritocrazia è diventata il cavallo di battaglia di gran parte delle attuali sinistre. Esse hanno smesso di essere insofferenti alla disuguaglianza in quanto tale. Lo sono sono nella misura in cui queste siano prodotte all’interno di un sistema incapace di garantire a tutti le stesse possibilità di sviluppare competenze spendibili.

Alla fine del secolo scorso, queste idee presero piede come mai prima di allora. L’approccio meritocratico venne sublimato nel movimento politico e sociale della “Terza Via”, ed in Inghilterra esso riscontrò un successo particolare. Questo fu dovuto in particolar modo agli scritti, all’influenza e al lavoro di Anthony Giddens (all’epoca rettore della London School of Economics) e del premier laburista Tony Blair.

All’insegna di un grande progetto di inclusione democratica e dell’“eccellenza disponibile per tutti”, i progressisti cercarono di allargare quanto più possibile la qualità dell’istruzione riservata alle elité.

Attraverso la creazione di un “giusto campo di gioco”, ad ognuno sarebbe stata data la possibilità di emergere in base al proprio operato. Il compito del governo non sarebbe più stato quello di sovvenzionare l’individuo povero, ma di fare in modo che la povertà diventasse una scelta.

Quanto poco ciò abbia funzionato, non è qui argomento di discussione. Lo è, invece, capire se la meritocrazia sia sempre e in qualunque caso sinonimo di giustizia.

Meritocrazia: un termine recente

E’ opportuno iniziare ponendo l’accento su una questione particolare. Il termine meritocrazia, nonostante la connotazione positiva che il termine pare oggi aver assunto, inizialmente servì a designare un futuro distopico caratterizzato da quell’uguaglianza delle opportunità, da quell’inclusività e da quella valorizzazione delle eccellenze oggi tanto care.

Se poi ci aggiungiamo che chi la coniò fu anche un socialista, il mistero non fa altro che infittirsi.

Attraverso la pubblicazione del romanzo The rise of Meritocracy, il sociologo Michael Young avanzò una satira nei confronti del partito laburista inglese, che nel 1944 era riuscito ad ottenere l’approvazione dell’Education Act.

Attraverso la nuova disposizione, i Labour fecero in modo di introdurre un test da svolgere all’età di undici anni. Questo sarebbe servito ad indirizzare gli studenti verso un determinato percorso formativo confacente alle diverse capacità intellettive. Si cercava, in questo modo, di riservare la migliore istruzione ai ragazzi più talentuosi, e non ai figli delle famiglie più agiate. La missione, ovviamente, doveva essere quella di superare le tradizionali forme di ereditarietà del potere economico e sociale.

Più inclinazioni? Più meriti

Secondo il sociologo, la sostituzione dell’ereditarietà dei privilegi con la loro acquisizione mediante un test di verifica dell’intelligenza, non aveva reso la società più giusta. Infatti, se solo la capacità di essere potenzialmente più produttivi è riconosciuta come criterio per decidere chi è migliore di chi e quindi a chi spetta e spetterà di più, in che modo la nostra società che definiamo così avanzata sta facendo in modo che ognuno possa sviluppare proprie inclinazioni?

Al contrario, nel futuro prospettato e desiderato da Young: “La società senza classi sarà quella che avrà in sé e agirà secondo una pluralità di valori. Giacché se noi valutassimo le persone non solo per la l‘occupazione e il loro potere, ma anche per la bontà e il coraggio, per la fantasia e la sensibilità, lamorevolezza e la generosità, le classi non potrebbero più esistere.

Chi si sentirebbe più di sostenere che lo scienziato è superiore al facchino che ha ammirevoli qualità di padre, che il funzionario statale straordinariamente capace a guadagnare premi è superiore al camionista straordinariamente capace a far crescere le rose? […] Ogni essere umano avrà quindi uguali opportunità non di salire nel mondo alla luce di una qualche misura matematica, ma di sviluppare le sue particolari capacità per vivere una vita ricca.”

Copertina dell’edizione italiana del romanzo The Rise of Meritocracy di Michael Young, di cui il titolo fu tradotto come “L’avvento della meritocrazia”

Un’idea poco di sinistra

Torna utile sottolineare come la visione dell’autore discendesse da un pensiero vicino al “socialismo romantico” di George Cole e William Morris. Il motto marxista “ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni” rifletteva a pieno l’idea di Young di sviluppo economico e tecnologico al servizio dei bisogni dell’uomo, fossero questi rappresentati da necessità anche non materiali. Il rifiuto da parte delle forze politiche di appartenenza dello scrittore del mercato come dinamica regolatrice dell’economia, infatti, dipese proprio dal fatto che questo non si prestasse bene a meccanismo di distribuzione della ricchezza secondo i bisogni.

Giocando con lo slogan sopra citato, il mercato distribuisce invece “a ognuno secondo le proprie capacità”. Dove, per inciso, per capacità si intende soltanto quella di saper offrire sulla piazza merce quanto più pregiata possibile, sia essa rappresentata da competenze rare o prodotti migliori.

La pretesa di “uguaglianza delle opportunità” tradiva quindi il progetto iniziale. Questo non doveva essere quello di sostituire la spendibilità sul mercato con l’ereditarietà come criterio di distribuzione della ricchezza. Il compito della politica doveva essere invece quello di utilizzare il benessere prodotto per favorire lo sviluppo della persona in base alle inclinazioni della stessa, fossero anche queste non rappresentate da un qualcosa di valutabile economicamente.

L’idea di partenza era differente: non solo dalla capacità di sapersi vendere sul mercato doveva essere valutato il contributo di un individuo alla società.

Per una meritocrazia “pluralista”

L’attacco alla meritocrazia di Young non era un attacco al riconoscimento e alla retribuzione del merito in sé. L’attenzione veniva posta invece sul fatto che stesse diventando impossibile pensare che esistessero altri meriti se non quello di essere spendibili, adattabili, competenti.

Come profetizzava Young, al giorno d’oggi non appartiene più al senso comune pensare che possano essere investite risorse pubbliche anche per progetti che non prevedano un ritorno in senso economico.

Tuttavia, è importante ricordare quanto questa sia una scelta esclusivamente politica. L’associazione fra sviluppo economico e progresso umano è un’ideologia, non una verità.

Definire come soli meritevoli di riconoscimento coloro che sappiano convertire una quantità di denaro in una più cospicua dello stesso è sintomatico di un processo di appiattimento antropologico di cui siamo ciclicamente carnefici e vittime.

L’inarrestabile trasformazione della scuola in distributore di competenze e l’associazione univoca fra successo e conto in banca sono solo esempi della progressiva perdita di ogni criterio di valutazione che non sia quello del “ritorno economico dell’investimento”.

Sarebbe opportuno, per le forze progressiste, recuperare quella “pluralità di valori” che nel pensiero e negli scritti di Young avrebbero dovuto guidare le scelte distributive e redistributive di una società attenta a valorizzare le capacità di ognuno, qualunque esse fossero.

Una meritocrazia che funzioni è sì un qualcosa di auspicabile, ma lo sarebbe ancor di più se venisse implementata all’interno di un contesto capace di saper assegnare un valore, e quindi un merito, anche a ciò a cui non sa dare un prezzo.

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About Author

Pasquale Bucci

Nato e cresciuto nell'Alto Salento, attualmente studente dell'Alma Mater. Appassionato di teorie economiche eterodosse ed "eretiche". In sostanza, il "there is no alternative" di thatcheriana memoria non mi ha mai convinto del tutto.

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