Vaccini e politica estera: la corsa agli armamenti

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Un vaccino, di qualsiasi tipo esso sia, nasce con lo scopo di salvare vite. È un presidio preventivo per la salute, la cui introduzione ha permesso di ridurre l’incidenza di malattie gravi e potenzialmente letali. Se dovessi pensare a qualcosa di diametralmente opposto mi verrebbe in mente un’arma. Questa, al contrario, nasce con lo scopo di uccidere. Nulla di più diverso eppure, ormai da mesi, la prima similitudine che mi viene in mente a proposito della campagna vaccinale è quella della corsa agli armamenti. La competizione tra due o più fazioni per imporre, l’una sulle altre, la propria supremazia militare, effettiva o apparente.

In questo caso la supremazia non è militare ma supremazia rimane. Lo sviluppo del vaccino è diventato terreno geopolitico su quale si muovono le potenze mondiali. I Paesi che riusciranno a dare priorità ad una vaccinazione su larga scala della popolazione saranno i primi a porre fine al lockdown, garantendo così una rapida ripresa dell’economia nazionale. Rafforzare l’influenza internazionale attraverso la diplomazia del vaccino ha un vasto potenziale, rappresenta un momento importante per sfoderare il proprio soft-power e per mostrare chi ha la potenza realizzativa maggiore.

Geopolitica dei vaccini

Non si può negare una correlazione tra le relazioni geopolitiche e la mappa di distribuzione dei vaccini anticovid. Il governo di Xi Jinping ha infatti sfruttato la potenza biotech cinese (4 dei 12 vaccini attualmente autorizzati sono di produzione cinese) per consolidare rapporti con Paesi che si trovano lungo la Via della Seta e nel continente americano: dal Brasile ai Paesi del Sud Est Asiatico, per non parlare dell’Africa dove la Cina sta implementando una vera e propria infrastruttura di distribuzione del vaccino. Come per esempio in Etiopia dove ospiterà uno dei siti di produzione dei vaccini cinesi proprio alle porte di Addis Abeba, o l’Egitto e il Marocco che insieme a Brasile Cile, Emirati Arabi e Arabia Saudita, hanno ospitato una serie di sperimentazioni che hanno permesso di valutare l’efficacia dei diversi vaccini prodotti dalle aziende farmaceutiche cinesi.

Altra protagonista di questa nuova corsa agli armamenti è la Russia. Possiamo infatti fare un discorso analogo per il russo Sputnik V che è stato adottato dai paesi che hanno un rapporto diretto con Mosca: Bielorussia, Serbia, Argentina, Bolivia, Algeria, Palestina, Venezuela, Paraguay e Turkmenistan.

Dall’altra parte i paesi occidentali si sono affidati Pfizer/Biontech, di matrice tedesca e americana e a Moderna, startup americana.

Altri esempio che ricalcano i rapporti geopolitici attuali sono quello indiano e cubano. Protagonisti nell’ombra della corsa agli armamenti. Il primo è stato avviato a suo tempo – grazie ai rapporti consolidati con gli enti di ricerca britannici – una sperimentazione su scala nazionale del vaccino prodotto dalla multinazionale anglo-svedese AstraZeneca e sviluppato dallo Jenner Institute di Oxford (UK).

Il caso cubano

Per quanto riguarda Cuba andrebbe aperto un discorso a parte. A causa dell’embargo l’isola caraibica non può ricevere i due vaccini contro il coronavirus di cui è già iniziata la somministrazione in molti paesi del mondo: quello di Pfizer-BioNTech e quello di Moderna. Anche per questo motivo è dovuta ricorrere ai ripari con un vaccino nazionale. Il direttore dell’istituto Finlay, Vicente Vérez, ha però annunciato che Cuba sarà in grado produrre 100 milioni di Soberana 02 per la fine del 2021 e di vaccinare entro l’anno tutta la sua popolazione. A Cuba infatti le società che si occupano di biotecnologie sono pubbliche e un istituto come il Finlay non trarrà profitti dalla distribuzione del vaccino.

Non è sicuramente una notizia eccezionale, purtroppo non stupisce nessuno se la produzione e la seguente distribuzione dei vaccini si muovono su un pian geopolitico ed  economico prima che etico e comunitario. Anche la sanità si adatta al sistema economico, alle leggi del mercato attraverso il quale sopravvivono industrie e multinazionali farmaceutiche. Anzi, in una situazione d’emergenza è forse più difficile uscire dal paradigma socio-economico nel quale ci troviamo, soprattutto se si chiama in causa la salute pubblica. Questa infatti è una discriminante che pesa a favore della rapidità e della ricerca di investimenti ingenti; anche a costo di non vederci chiaro.

Vedi anche: Coronavirus in Africa: quali conseguenze?

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About Author

Claudio Mariani

23 anni, studente di Storia all'università di Bologna. Appassionato di filosofia e cinema. Adoro i film sugli zombie e la musica funky. Ho tanti capelli.

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