Interruzione volontaria di gravidanza e controllo dei corpi

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Chi vive nella regione Marche, come anche in Umbria e diverse altre comunità italiane amministrate dal centrodestra, da tempo è testimone di continui tentativi di depotenziamento del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza.

Questi atti simboleggiano un tentativo esplicito della politica di controllare i corpi delle donne. Il diritto alla libera scelta, un caposaldo dell’autodeterminazione, si trova nuovamente sotto attacco; si può forse dire che non abbia mai smesso di esserlo.

Considerazioni di ordine storico e sociale

Il fenomeno dell’interruzione di gravidanza è parte integrante della società umana; anche nell’antichità le maternità indesiderate potevano essere rigettate, magari con metodi primitivi.

Nel Novecento si è diffuso il teorema per cui la comunità ha il dovere di garantire, alle donne in stato interessante, la scelta di proseguire o meno la propria gravidanza; lo fa attraverso la fornitura di un pubblico servizio di counselling ed eventuale interruzione.

Molte sono le ragioni presenti alla base del filone di pensiero che ha condotto alla legalizzazione dell’aborto; anzitutto la tutela della salute della donna, poiché le statistiche dimostrano come il divieto abbia il solo effetto di rendere clandestina la pratica. Ovvero costosa, classista e pericolosa.

Il desiderio umano cerca sempre di superare l’ostacolo legale e burocratico; dunque la proibizione di una pratica, quando riguarda il proprio corpo, non ne impedisce la realizzazione.

In secondo luogo, si tende a considerare prioritaria la vita di una madre rispetto a quella di un embrione; la donna non è solo una gestante ma è anzitutto una persona.

Questa posizione è spesso osteggiata da correnti religiose oltranziste, che tendono a dare priorità alla tutela del nascituro; questi sarebbe un’entità vivente ancora priva delle abilità necessarie per autorappresentarsi e dare voce ai propri diritti.

Infine, in un’ottica di consapevolezza e responsabilità, è preferibile che la maternità sia una scelta voluta e meditata e non il frutto, magari, del malfunzionamento di un contraccettivo. La vita per un bambino non desiderato, specialmente se gravemente malato, potrebbe non essere la soluzione migliore.

Una gravidanza non desiderata può diventare per una donna un’esperienza molto pesante, per via della sua lunga durata.

L’IVG in Europa

In Europa lo stato di salute del diritto all’aborto si trova in una situazione piuttosto variegata, ma complessivamente gode di buona salute.

In linea generale si tende a garantire totale libertà di scelta alla donna nei primi tre mesi di una gravidanza; trascorso tale periodo l’embrione evolve in feto. Da quel momento in poi, l’aborto resta consentito solo in caso di malformazioni o pericolo di vita della madre.

Tra le legislazioni più restrittive spiccano piccoli paesi quali Malta, il Lietchtenstein, la Repubblica di San Marino, il principato di Andorra e Città del Vaticano; in questi territori è previsto un divieto pressoché totale di interrompere una gravidanza, con tanto di prosecuzione giudiziaria.

È venuto agli onori delle recenti cronache il caso della Polonia, dove l’accesso all’aborto dopo la caduta dell’Unione sovietica è sempre rimasto assai limitato; recentemente si è ridotto in maniera ulteriore a causa della compiacenza del potere politico nei confronti di una Chiesa cattolica ultraconservatrice e più che mai nazionalista.
L’indebolimento dello Stato di diritto e la compromissione della separazione dei poteri, portando alla mancata garanzia della terzietà del potere giudiziario nei confronti dell’esecutivo, hanno abbattuto le garanzie che potevano salvaguardare questo diritto.
Ad oggi, l’aborto resta garantito soltanto in caso di stupro o pericolo di vita della madre; non più in caso di malformazioni fetali, opzione che rappresentava la quasi totalità delle interruzioni di gravidanza praticate. Negli anni, una solida rete di organizzazioni costituitasi dal basso è stata capace di organizzare esperienze di resistenza a queste tendenze conservatrici che hanno tuttora un peso rilevante nella vita politica del paese.

Altri casi nel mondo

Anche negli Stati Uniti le difficoltà ad accedere all’aborto riguardano l’oscurantismo religioso, un fenomeno piuttosto diffuso; la pratica è legale, ma la rete pro-vita conduce frequenti attacchi di persuasione nei confronti delle donne presso i luoghi in cui si recano per abortire.
In casi estremi questi sit-in sfociano in liti e aggressioni fisiche nei confronti del personale ginecologico che garantisce il servizio, accusato impropriamente di omicidio. L’obiezione di coscienza è ampiamente diffusa nel paese.

Nel continente latino americano, questo tema è stato accompagnato da anni di proibizionismo con poche eccezioni, tra le quali Cuba.
La recente legalizzazione in Argentina apre la strada a nuove rivendicazioni e movimenti di lotte femministe nei paesi confinanti, Cile in testa. In molti di questi sono già stati presentati disegni di legge pronti per essere discussi negli organi legislativi.

https://www.ilpost.it/2018/05/26/paesi-aborto-illegale/

Accesso alla pratica e obiezione di coscienza

In parte del continente europeo, ai ginecologi è consentito l’esercizio dell’obiezione di coscienza; una facoltà che permette l’astensione dagli interventi di aborto.
In particolar modo in Italia questa diventa spesso un ostacolo all’accesso all’interruzione di gravidanza, difficilmente superabile.

L’aborto chirurgico è stato regolamentato alla fine degli anni ’70 grazie anche alle battaglie radicali e movimentiste, nonché al ruolo storico della disobbedienza civile praticata in quel periodo.

Da allora l’obiezione di coscienza, legalizzata insieme all’aborto nel quadro giuridico delineato dalla legge 194, è un dispositivo oltremodo abusato. Progettata con funzione cuscinetto nei confronti di quei ginecologi che avevano già intrapreso la loro carriera sapendo che non avrebbe comportato aborti, è diventata un’opzione maggioritaria anche tra le nuove generazioni di medici.
Ha iniziato così a dilagare fino a coinvolgere intere strutture ospedaliere anche pubbliche: si parla in tal caso di obiezione di struttura. Numerosi sono i nosocomi su tutto il territorio italiano che non riescono a garantire questo servizio; le donne si vedono costrette a cercare alternative fuori città o addirittura fuori regione, affrontando viaggi estenuanti in una condizione psicologica già pressante.

IVG farmacologica

Non da ultimo, solo nel 2009 è stata introdotta in Italia la RU486 o mifepristone: in gergo, la pillola abortiva. Questo farmaco, già da decenni usato in altri paesi d’Europa, può potenzialmente consentire di effettuare tante IVG evitando il ricorso all’intervento chirurgico; ha quindi il merito di risparmiare sofferenze fisiche e psicologiche a tante persone.

Il ritardo italiano in questo campo è stato enorme, superato solo grazie alla sperimentazione di Silvio Viale in Piemonte. Ancora oggi, però, l’utilizzo della RU486 nelle strutture ospedaliere e consultoriali incontra ostacoli di tipo etico, morale e burocratico; solo un’infima percentuale delle interruzioni di gravidanza è portato a termine con questo metodo.

Il paradosso è che, con l’uso di questo farmaco, gli aborti potrebbero essere praticati più velocemente e comodamente in regime di day hospital o addirittura in telemedicina, consentendo un minore dispendio di risorse sanitarie.  

Invece ancora oggi, nonostante l’orientamento favorevole delle linee di indirizzo ministeriali emanate nell’agosto 2020, si vorrebbe insistere ad impedire l’aborto farmacologico mantenendo soltanto quello chirurgico; quasi a voler punire le donne che lo praticano lasciando loro il dolore che ne consegue, e che si crede meritato.


Peraltro si tende a scoraggiare anche quest’ultima opzione; molte regioni obbligano ancora le pazienti al ricovero ospedaliero di 3 giorni dopo averle costrette ad una ricerca estenuante e un viaggio della speranza.
Ricovero che avviene in un ambiente comunque ostile, poiché in tutte le strutture sono presenti alcuni medici obiettori; non di rado questi esplicitano la loro opinione a chi intende abortire.

Se ciò non bastasse, l’intenzione manifestata nella regione Marche è quella di depotenziare anche i consultori, nati come luoghi di autodeterminazione delle donne gestiti dalle stesse.
Si intende impedire la somministrazione della pillola abortiva in questi luoghi, lasciando che resti appannaggio dei soli tre ospedali che la forniscono.

Reazione e autorganizzazione

È necessario respingere questi attacchi tramite la formazione di una rete di resistenza e di pratiche alternative costruite dalla società civile; solo la comunità tutta insieme può rifiutare il controllo sui corpi operato attraverso un esercizio morale del potere, rendendo possibile un’altra realtà.

Nei decenni di applicazione della 194 sono evolute anche le pratiche di autogestione dei gruppi femministi; particolarmente significativo è l’esempio di Obiezione Respinta.
Nata come piattaforma autogestita dall’esperienza dell’associazione Non Una Di Meno in risposta alle difficoltà di accesso alla pratica, tiene traccia dei luoghi dove viene esercitata l’obiezione di coscienza sul territorio nazionale; lo scopo è di permettere che le donne accedano agilmente alle strutture in cui possono trovare aiuto e supporto per l’IVG. Tramite la pagina Facebook e il sito web di Obiezione Respinta è possibile segnalare la propria esperienza in ospedali, consultori e farmacie; le segnalazioni vengono poi condivise sui social e su una mappa interattiva.

Fondamentale per la mappatura è la condivisione del vissuto tra persone in tutta Italia, cosa che consente di evitare ad altre la stessa esperienza negativa.

Un piano di questo genere, ad esempio, è un aiuto prezioso per le studentesse universitarie fuori sede, le quali non saprebbero a chi rivolgersi in tema di salute sessuale e riproduttiva.

Questo progetto ha portato alla luce un’ulteriore problematica che concerne l’obiezione di coscienza.
Sono emersi numerosi casi di rifiuto da parte di alcuni farmacisti di vendere i contraccettivi di emergenza: in gergo, la pillola del giorno dopo o dei cinque giorni dopo.
Il loro richiamarsi al diritto all’obiezione di coscienza è illegittimo, in quanto queste pillole non sono farmaci abortivi; essi semplicemente impediscono la fecondazione ritardando l’ovulazione.

Su tutti i dettagli che delineano questa tematica è importante giocare in attacco, non soltanto in difesa.
La lotta continua, e non deve arretrare.

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About Author

Alex Battisti

Alex Battisti, classe 1992 ma non mi piace parlare di età. Laureato in lingue, pesarese ma con un pezzo di cuore a Bologna. Scrivo di società, attualità e a volte faccio politica per non sconfinare nella polemica. Mi piacciono i viaggi, le escursioni, le analisi critiche e le battaglie nonviolente.

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