Breaking News del mercoledì

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Torna anche questa settimana “Breaking News del mercoledì”, la rubrica Trend di SC. Questa settimana: è decorso un anno dall’arresto di Patrick Zaki e il Governo egiziano continua a calpestare i suoi diritti e a promulgare l’arresto per l’attivista egiziano studente a Bologna; Sembra che si farà il governo Draghi che si prospetta il governo più europeista di sempre, se non con qualche sorpresa; In Russia, l’oppositore politico di Vladimir Putin, Alexei Navalny, va a processo per diffamazione mentre, fuori dal tribunale, i suoi sostenitori protestano per ottenere la sua liberazione, continuando a a sfidare la polizia russa; Infine, in Libia si forma un nuovo governo di transazione.

Un anno fa l’arresto di Patrick Zaki. Quando un regime può detenere una persona a lungo sulla base del nulla.

Era il 7 Febbraio 2020 quando Patrick Zaki, attivista egiziano studente a Bologna, veniva arrestato senza un’accusa all’aeroporto del Cairo dalle autorità egiziane. Seguì una scomparsa di ventiquattro ore in cui si temette il peggio, salvo poi vederlo ricomparire alla procura di Mansura dove, sottoposto ad interrogatorio, presentava già evidenti segni di tortura. Tra questi, anche l’elettroshock.

Da allora è passato più di un anno e nel tempo si è andata delineando l’accusa a carico dello studente: propaganda sovversiva sui social network. Nello specifico: Patrick Zaki è accusato di aver pubblicato post “sovversivi” su Facebook.

E’ difficile fare un commento senza scadere in parole volgari. In primis: l’avvocato di Zaki ha dimostrato più volte, nelle varie udienze, che il suo assistito quei post non li ha scritti. E poi, anche qualora questo fosse accaduto, quale sarebbe la proporzione tra il fatto e la pena? A questa domanda retorica risponde beffardo il rinnovo dell’arresto di altri 45 giorni in attesa di nuova udienza.

Qualche speranza? A sentire l’avvocato di Zaki, probabilmente nessuna.

Non fosse già abbastanza, non fosse già drammatico, il fatto che un ragazzo viene tenuto in carcere così a lungo sulla base di accuse prima di tutto infondate e poi così assurde, a tutto questo si somma la grave situazione dei detenuti egiziani che, a quanto emerge, è oltre qualsiasi rispetto dei diritti umani.

Patrick Zaki dorme per terra; non ci sono misure di sicurezza anti-contagio nei confronti dei detenuti i quali vivono in condizioni di sovraffollamento e senza ricircolo d’aria né assistenza medica. In altre parole: ogni giorno che passa Zaki si espone al rischio di morire.

Nel frattempo sono nate azioni di sostegno: ecco qui la raccolta firme di AmnestyInternational per chiedere che Zaki riceva la cittadinanza italiana così da facilitare l’azione diplomatica per salvarlo.

Lorenzo Alessandroni

Se prima erano in quattro a ballare il Conte bis, adesso son tutti a ballare il Draghi uno

Il Presidente incaricato Draghi, riesce dove il Presidente dimissionario Conte non era riuscito: moltiplicare i pani e i pesci e unire tutti i popoli in una sola nazione. Al nome di Draghi, tutto il parlamento e il senato italiano si sono uniti nel suo nome. A quanto pare il governo Draghi si farà, e a salire sul carro del governo italiano più europeista di sempre, anche un partito che, fino a qualche giorno fa, sembrava proprio che con l’Europa non avesse proprio nulla da spartire: la Lega Nord.

Sul carrozzone troviamo i partiti più disparati: M5S, PD, LEU, MAIE, +EUROPA con AZIONE, SI, Forza Italia, Lega e, per finire, coloro che da demolitori si sono reinventati costruttori: i parlamentari e i senatori di Italia Viva.

Come si evolverà questo governo non lo sappiamo. Al futuro Presidente del consiglio, che non ha certamente bisogno di presentazioni, spetterà un compito difficile: riuscire a mischiare le idee e proposte di questo frullato di partiti e far si che venga servito un piano serio per il NextGenEU che getti 209 miliardi di basi solide per lo sviluppo dell’Italia.

Manuel Ferrara

Alexei Navalny a processo per diffamazione

Qualche giorno dopo aver ricevuto una condanna a 3 anni e mezzo per aver violato gli arresti domiciliari e non essersi presentato dal giudice di sorveglianza per la firma (cosa davvero accaduta ma poiché Navalny si trovava ricoverato in Germania dopo essere stato avvelenato), è iniziato un nuovo processo a carico dell’oppositore di Vladimir Putin.

Questa volta il capo d’accusa è la diffamazione di un veterano della seconda guerra mondiale, molto vicino a Putin, che si era speso in prima linea per l’approvazione del referendum che avrebbe concesso al capo del Cremlino un allargamento di poteri. L’ex militare era stato definito per questo da Navalny “traditore” e “una vergogna per la nazione”.

Su quest’ennesimo processo ricade, grave, l’ombra della vendetta politica. Non è un mistero che i riflettori che si sono accesi su Navalny siano scomodi a Putin anche perché dal ritorno dell’oppositore in Russia, decine di migliaia di persone sono scese in piazza a protestare contro il governo. Sono seguiti scontri e centinaia di arresti.

Visto l’imputato e vista la situazione quindi, è alta anche l’attenzione della comunità internazionale. Molti paesi (USA e Regno Unito su tutti) hanno già condannato la sentenza di qualche giorno fa sulla violazione degli arresti domiciliari (disposti più di un anno fa con altra sentenza a sua volta condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo) e ora osservano gli sviluppi di questo nuovo procedimento giudiziario. Riporta l’agenzia ANSA, che a sua volta riprende da Interfax, infatti che, oltre ai giornalisti accreditati ammessi dentro al tribunale (ma ce ne sono altri all’esterno), “l’ambasciata britannica a Mosca ha fatto sapere che i suoi diplomatici saranno presenti all’udienza”. Una presenza importante quindi a garanzia (si spera) che il processo non si trasformi in un’ennesima farsa.

Lorenzo Alessandroni

Eletto un nuovo governo di transizione in Libia, traghetterà il paese fino alle elezioni di fine anno

La Libia ha di nuovo un governo unito. Lo scorso 4 febbraio infatti, una Commissione di cittadini libici (il Libyan Political Dialogue Forum) ha eletto Muhammad al-Menfi come presidente e Abdulh-Amid Dbeibeh come primo ministro del nuovo governo transizionale appena nato. Si tratta di un punto chiave del processo di peacekeeping attuato dalle Nazioni Unite, ed iniziato in ottobre con la sottoscrizione del national ceasefire tra al-Sarraj e Haftar. Secondo la fittissima agenda ONU, questo governo dovrebbe risolvere i problemi più gravi del paese entro il 24 dicembre, data in cui sono fissate le prime elezioni presidenziali e parlamentari.

Al-Menfi e Dbeibeh sono chiamati a un’impresa titanica. La Libia versa in condizioni disastrose a seguito della guerra civile e il “cessate il fuoco” sui cui si fonda l’intero processo è quantomeno precario. Al-Sarraj ad ovest in Tripolitania e Haftar ad est in Cirenaica rimangono i due uomini forti del paese, sostenuti rispettivamente da Turchia e da Russia, Egitto ed Emirati Arabi. Nel mentre, ampie zone del paese rimangono sotto il controllo di milizie terze e organismi politico-militari pericolosi per la tenuta dello stato. La smilitarizzazione prevista per gennaio non è avvenuta e tutte le fazioni rimangono armate, così come rimane bollente la linea rossa di Sirte che separa le due principali parti in causa.

Il governo ha i due compiti principali di riacquisire il controllo sul territorio (aiutata dalle Nazioni Unite) e di procedere con la fusione istituzionale dei vari organi. Nell’orizzonte di lungo periodo, inoltre, rimane impellente il desiderio di discutere e approvare una nuova Costituzione. La Turchia, sostenitrice di al-Sarraj, si è detta entusiasta dell’accordo. Certamente, il processo è lungo e difficile, ma qualcosa in Libia si sta muovendo.

Matteo Suardi

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