Uccisi in Congo l’ambasciatore italiano ed il suo carabiniere di scorta

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Torna anche questo mercoledì l’appuntamento settimanale con il Breaking News di Sistema Critico. Questa volta però, a differenza della solita forma che racchiude più notizie da tutto il mondo, abbiamo deciso di approfondirne solo una. La morte dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio e del Carabiniere della scorta Vittorio Iacovacci.

La dinamica.

Nella giornata di lunedì l’ambasciatore italiano nella Repubblica democratica del Congo Luca Attanasio ed il carabiniere che gli faceva da scorta Vittorio Iacovacci sono stati uccisi in seguito a un attentato. Il loro convoglio è stato aggredito allorché stava attraversando la zona rurale del parco naturale del Virunga situato nel nord-est del Paese africano. Con loro viaggiava anche un autista congolese il quale a sua volta ha perso la vita.

Secondo le ricostruzioni i tre sarebbero stati aggrediti da un commando armato che avrebbe dapprima ucciso l’autista, morto sul colpo. I terroristi avrebbero poi tentato di rapire – e non uccidere quindi – il diplomatico italiano ed il militare. Allertati dagli spari tuttavia sarebbero accorsi sul posto agenti dell’Istituto congolese per la conservazione della natura integrati da un’unità dell’esercito nazionale che si trovavano nella zona. I Rangers avrebbero così avviato un conflitto a fuoco con i rapitori.

Nella fuga, Attanasio e Iacovacci sono stati prima trascinati in una foresta e infine feriti mortalmente. Recuperati dai Rangers e trasportati in un ospedale locale sono deceduti di lì a poco.  

L’abbondanza di condizionali è dovuta alla poca chiarezza delle dinamiche. La stessa Farnesina attende infatti ulteriori informazioni prima di rilasciare un comunicato ufficiale.

La tragedia era evitabile?

Ora si pongono alcune questioni su cui la Procura di Roma (guidata da Sergio Colaiocco, lo stesso pm che da anni guida il dossier Regeni), che ha già inviato alcuni Carabinieri del Ros in Congo per avviare le indagini, cercherà di far luce. 

Innanzitutto le condizioni del viaggio. Attanasio viaggiava senza scorta (se non appunto Iacovacci che fungeva però da mera scorta personale) in una strada asfaltata al confine con il Rwanda e situata nel nord-est del Paese, vicino alla città di Kanyamahoro. Il fatto che viaggiasse senza protezione armata era dovuto al fatto che quella strada era stata dichiarata sicura. A stabilirlo erano stati alcuni precedenti controlli, come indicato dal World Food Programme (come riporta l’organizzazione in un comunicato). 

Voci contrastanti

Non bastasse la tragica fine dei due italiani a dimostrarlo, anche altre fonti del posto smentiscono questa fama.

Il Group d’études sur le Congo parla di ben più di 120 gruppi armati operanti nella zona; Onesphore Sematumba, analista specializzato negli affari interni del Congo, ha indicato quello di Attanasio e Iacovacci come l’ultimo di “una lunga serie di omicidi non mediatici”. Anche Miriam Ruscio, attivista italiana presente nel paese ha spiegato a Linkiesta che la zona non è nuova a “rapimenti per poi chiedere i riscatti”.

“L’assassinio del diplomatico italiano e dei suoi compagni di sventura per mano di uomini armati non lontano da Goma si aggiunge ad una lunga serie di omicidi non mediatici, segno di un disgregamento dello Stato. Il potere di Kinshasa (capitale del Congo, ndr) dovrebbe ritenersi preoccupato per questa situazione”  

Di più: il generale della polizia congolese Abba Van, come riportato dall’agenzia tedesca Dpa, ha dichiarato che alle forze di sicurezza non era pervenuta l’informazione della visita dell’ambasciatore nella zona. Si è detto inoltre “sorpreso” del fatto che Attanasio si fosse recato in quella parte del Paese senza una scorta nutrita.

Quale milizia ha commesso il fatto? 

Al di là del rimpallo di responsabilità sulla mancata organizzazione di una protezione al diplomatico, quello che i militari del Ros e dei Servizi d’intelligence italiani cercheranno di capire è l’identità del gruppo armato che ha organizzato l’attentato. 

Il Ministero dell’Interno del Congo intanto è uscito con un comunicato ufficiale. Con esso ha indicato come responsabili le Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr-Foca) già implicate nel triste genocidio rwandese del 1994.

Tale gruppo opera infatti proprio nella zona.

Elemento questo che non si può imputare all’Isis seppur inizialmente la Stampa l’avesse ipotizzato come possibile responsabile. Il califfato non ha infatti mai condotto attentati più vicino di cento chilometri dal luogo dell’aggressione ad Attanasio. Quell’area del Congo non sembrerebbe quindi un suo presidio. 

KIBUMBA, DEMOCRATIC REPUBLIC OF THE CONGO – FEBRUARY 22: UN peacekeepers and Congolese armed forces stand near an ambulance transporting a victim from the site where Italian Ambassador Luca Attanasio was fatally attacked when the convoy he was traveling in came under attack on February 22, 2021 near the village of Kibumba, Democratic Republic of Congo. An Italian military police officer and a Congolese driver with the convoy, which was traveling near Goma as part of a UN World Food Programme initiative, were also killed. (Photo by Guerchom Ndebo/Getty Images)

Nonostante il corrispondente francese di France24 Clément Bonnerot riporti che le stesse milizie del Fdlr-Foca abbiano smentito qualsiasi coinvolgimento, l’intelligence italiana sembrerebbe mantenere questa pista. Sono importanti infatti in questo senso le dichiarazioni di un sopravvissuto che ha riconosciuto nelle lingue parlate dagli aggressori il kinyarwanda (lingua parlata in Congo ma anche in Rwanda), ed il swahili altro idioma tipico dell’Africa subsahariana e diffuso non solo in Congo ma anche in Rwanda.

Sgomento e solidarietà internazionale

Sono arrivate puntuali le reazioni dalle istituzioni. 

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è detto “sgomento”:

“La Repubblica Italiana è in lutto per questi servitori dello Stato che hanno perso la vita nell’adempimento dei loro doveri professionali in Repubblica Democratica del Congo. Nel deprecare questo proditorio gesto di violenza, gli italiani tutti si stringono nel cordoglio intorno alle famiglie delle vittime, cui desidero far pervenire le condoglianze più sentite e la più grande solidarietà”.

Si è aggiunto il presidente del Consiglio, Mario Draghi, che ha espresso profondo cordoglio suo e del governo in una nota di Palazzo Chigi. Nel governo, in particolare, si segnala la reazione del Ministro degli Esteri Di Maio che ha parlato di “sgomento” e “dolore”:

“Due servitori dello Stato che ci sono stati strappati con violenza nell’adempimento del loro dovere. Non sono ancora note le circostanze di questo brutale attacco e nessuno sforzo verrà risparmiato per fare luce su quanto accaduto. Oggi lo Stato piange la perdita di due suoi figli esemplari e si stringe attorno alle famiglie, ai loro amici e colleghi alla Farnesina e nei Carabinieri”.

Infine un forte segnale anche dall’Europa dove è intervenuto l’Alto Rappresentante per gli affari esteri e le politiche di sicurezza Josep Borrell. L’HR/VP ha ribadito che l’UE continuerà “a combattere contro ogni violenza nella regione”. 

Il rientro in Italia, le celebrazioni.

Nella serata di ieri Attanasio e Iacovacci hanno fatto rientro in Italia. Ad attenderli all’aeroporto di Ciampino, in rappresentanza del Governo, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini ed il Presidente del Consiglio Mario Draghi.

Questa mattina, alla Camera dei Deputati, si è svolta una comunicazione urgente del Ministro degli Esteri. Di Maio è stato chiamato a riferire sull’attentato, sulle prime ricostruzioni e sull’azione del Governo.

Alla Camera è stato osservato inoltre un minuto di silenzio e Palazzo Chigi ha disposto anche le bandiere a mezz’asta per tutta la giornata.

I ministri Guerini (difesa) e Di Maio (esteri) assieme al Presidente del Consiglio Mario Draghi all’aeroporto dove è atterrato l’aereo dell’Aviazione militare che ha riportato in Italia le salme di Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

La morte di due servitori dello Stato in aree notoriamente complicate del mondo, servirà a rivedere l’organizzazione attorno a coloro che ancora oggi operano, in nome dell’Italia, in zone altrettanto pericolose?

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Chi mi conosce sa che se non argomento il perché di ogni cosa che faccio non sto bene ed è forse per questo che ora studio Giurisprudenza all'Università di Bologna. Finiti gli studi, annoierò la gente per mestiere. Amo leggere, scrivere e viaggiare. Dicono che a volte sono un po' troppo serio, in realtà ho anche dei difetti.

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