“O la borsa o la vita”: breve storia delle bolle speculative

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L’ultima bolla

Il 13 gennaio del 2021 le azioni della GameStop Corporation erano quotate al New York Stock Exchange a 20,42 dollari cadauna. Il 29 di gennaio, due settimane dopo, sfioravano quota 380 dollari. Un evento che non capita tutti i giorni.

Cosa è accaduto? In sostanza, un innalzamento tanto abnorme quanto imprevedibile della domanda di mercato delle azioni ne ha fatto schizzare il prezzo in maniera inverosimile.

Già, “inverosimile”: il punto è proprio questo.  Succede quotidianamente che i prezzi delle azioni salgano in maniera anche importante, e ciò può dipendere da infinite congiunture favorevoli: vincite di gare d’appalto, fallimento dei concorrenti, pubblicazioni di bilanci favorevoli o assunzioni di manager stimati rappresentano alcuni fra i fattori che, solitamente, provocano questo effetto. In questi casi il prezzo sale perché l’impresa ha con grande probabilità assunto valore. Quindi, maggiore capacità di generare utili. Quindi, maggiore capacità di remunerare i possessori delle azioni.

Tuttavia, nel caso di GameStop, di congiunture favorevoli ve n’erano ben poche. L’azienda è in perdita da due anni, il suo core business è diventato obsoleto e il futuro all’orizzonte sembra assumere tonalità sempre più scure.

Fenomenologia dello scoppio di una bolla

Tutte le volte in cui il prezzo delle azioni o di altri strumenti finanziari aumenta senza che questo sia dovuto ad un effettivo innalzamento di valore dell’attività sottostante, si ha di fronte una bolla speculativa. Accantonando il caso GameStop (che rappresenta una bolla “organizzata” nata giusto per far perdere denaro a vari fondi d’investimento), tutte le altre bolle registrate nella storia hanno un massimo comun denominatore: un’informazione sbagliata. Questa crea aspettative infondate, e quindi investimenti solo apparentemente sensati.

La gente, le banche, gli Stati e chiunque altro iniziano ad impiegare denaro in attività che sembrano garantire rientri clamorosi, aumentandone la domanda e facendone lievitare il prezzo.

Quando queste attività si rivelano spazzatura, ovvero quando ci si accorge che conservarle frutterà molto meno di quando si abbia investito per ottenerle, è ormai troppo tardi. Le bolle non scoppiano mai piano piano: del resto, se si chiamano bolle, un motivo ci sarà.

Per cercar di recuperare qualcosa, tutti cominciano a vendere, ma la notizia si diffonde a macchia d’olio e nessuno vuol comprare. Il prezzo quindi cala ripidamente, chi possiede le attività registra perdite clamorose e gli unici a guadagnarci sono coloro che, per astuzia o per fortuna, hanno venduto prima del crollo.

Tragicommedie finanziarie

Ciò che diverte delle bolle speculative è che il meccanismo sia sempre lo stesso, e nonostante tutto continui a ripetersi.

Ciò che diverte di meno, invece, è il fatto che le conseguenze dello scoppio di una bolla speculativa possono risultare disastrose per intere economie.

In generale, possiamo dire che le storie delle bolle speculative farebbero sorridere se non facessero riflettere.  Questo articolo, invece, si propone di farvi in primo luogo sorridere, e poi riflettere.

Prima, passando in rassegna gli strambi racconti delle più grandi bolle speculative che l’economia abbia mai registrato. Dopo, considerando come nonostante dei meccanismi di prevenzione si siano sperimentati e abbiano persino funzionato, per volere di qualcuno non particolarmente interessato alle sorti del mondo siano stati successivamente accantonati.

Ma intanto, godetevi le follie del passato.

La prima bolla: la febbre dei tulipani

Nel XVII secolo l’Olanda visse quella che a posteriori può essere ricordata come un’età dell’oro.

I fruttuosissimi commerci esteri, supportati da un agile sistema creditizio estremamente all’avanguardia, agirono da catalizzatori di prosperità nei Paesi Bassi.

In tale terreno fertile, sbocciò il tulipano. Importato dall’Impero Ottomano intorno al 1550 dal botanico fiammingo Charles de l’Ecluse, esso uscì gradualmente dall’hortus academicus di quest’ultimo per diventare la guest star dei mercati di Harlem, dell’Aia e di Amsterdam. La moda dei tulipani contagiò ricchi e meno ricchi, e paradossalmente i prezzi alti dovuti alle particolari cure e ai trasporti ne incoraggiarono gli acquisti: possedere un tulipano era diventato uno status symbol.

Ma quando i ceti medi cominciano a far propri i gusti dei ceti ricchi, questi ultimi sentono il cocente bisogno di differenziarsi nuovamente. L’aristocrazia iniziò a chiedere al mercato tulipani di cilindrata superiore, e questa smania di distanziamento potette concretizzarsi per via di un provvidenziale accadimento.

Alcuni bulbi di tulipano vennero aggrediti da un virus, chiamato volgarmente “virus del mosaico”, che produsse sull’aspetto dei futuri fiori cambiamenti incredibili: apparvero sui petali linee colorate irregolari e ardenti fiammate di pigmenti. I tulipani ammalati, un po’ per via della scarsità, un po’ per via del loro fascino, diventarono carissimi.

Acquerello del tulipano Semper Augustus, il più pregiato, affetto da “virus del mosaico”

Fiori d’oro

L’ampiezza che il mercato dei tulipani assunse in Olanda fece presupporre che la moda dei tulipani-mosaico sarebbe stata adottata da aristocratici e borghesi di tutta Europa. La convinzione venne inoltre rinsaldata da richieste di acquisto di alcuni abbienti signori francesi.

Ed ecco la comparsa della nostra informazione sbagliata: un mercato in crescita. Questa aspettativa innescò investimenti di grossa portata, da cui scaturì un’enorme speculazione di cui ora spiegheremo il meccanismo.

Partiamo dal principio: l’investimento non veniva fatto comprando il fiore per rivenderlo, ma i bulbi, che piantati a fine estate restituivano in primavera tulipani bell’e pronti. I coltivatori non vendevano quindi i fiori, ma il diritto sul fiore futuro. A seguito del pagamento di una caparra, si comprava il diritto a ricevere il tulipano quando quest’ultimo fosse poi sbocciato. Il saldo avveniva, poi, alla vendita sul mercato.

Tuttavia, questi diritti potevano essere acquistati così come potevano essere venduti. Se tutti sanno che il mercato è in crescita, nessuno fa molta difficoltà a vendere il proprio diritto ad un prezzo maggiore rispetto a quello a cui l’ha comprato.

Ora immaginiamo che il sig. Van de Beek acquisti un diritto a dieci fiorini dal coltivatore de Jong, pagando un fiorino di caparra, e quasi contestualmente venda il suo diritto al doppio al sig. Hateboer, che inoltre gli versa una caparra di due fiorini.

Quando il fiore verrà venduto, il Signor Van de Beek si farà pagare i restanti diciotto dal sig. Hateboer e pagherà i restanti nove al coltivatore De Jong. Ma ovviamente il sig. Hateboer, accerchiato di richieste, ha fatto la stessa cosa, e i diciotto fiorini con cui ha pagato il sig. Van de Beek sono una parte dei fiorini ottenuti dal sig. de Vrij, a cui aveva venduto il diritto a quaranta.

Quando si arrestava la crescita del prezzo? Nel punto in cui si presupponeva che un aristocratico sarebbe stato disposto a spendere per ottenere il tulipano.

Ci guadagnavano tutti: dal coltivatore agli speculatori, fino al venditore finale, che possiamo definire come ultimo speculatore.

Mercati che appassiscono

Ma che succede se i ricconi, alla fine, smettono di partecipare alla gara del tulipano più bello?

Succede che i venditori abbassano i prezzi per accaparrarsi i pochi clienti rimasti, magari fino al punto in cui il prezzo che permette la vendita risulta inferiore a quello a cui è stato comprato il diritto. Quindi il venditore registra una perdita, corre da colui dal quale ha comprato il diritto e gli comunica che non riuscirà a saldare, perché il tulipano è stato venduto a molto meno rispetto a quanto avesse presupposto, e non può onorare l’accordo. Ora, immaginate la cascata che ne conseguì.

Per capire quanta gente fu sull’orlo della rovina, basti pensare a quanto si era disposti a spendere per acquistare un singolo diritto: un uomo, per far proprio un bulbo di Viceroy, finì per scambiare due carri di grano, due carri di segale, quattro buoi, otto maiali, dodici pecore, due botti di vino, quattro barili di birra, due tonnellate di burro, mille libbre di formaggio, un letto matrimoniale, un baule pieno di vestiti e una coppa d’argento.

Alla fine, intervenne il governo olandese, dichiarando quasi nulli i contratti sui tulipani, trasformando i future in semplici opzioni di acquisto, non più obbligatorio. Sostanzialmente ciò che andò perso furono soltanto le caparre, e nonostante opinioni contrastanti non si pensa che la bolla dei tulipani abbia creato grossi danni all’economia olandese del tempo.

Attualmente, dodicimila ettari di terreno in Olanda sono deputati alla coltivazione dei tulipani. Tuttavia, dopo il 1637, nessuno più si azzardò a lasciare il proprio lavoro per investire il proprio tempo nello speculare su dei fiori.

La Compagnia dei mari del Sud

Tra il 1711 e il 1720 la Corona Inglese riuscì a liberarsi dell’80% del proprio debito pubblico. Una cifra impressionante, considerando anche come, per via delle eccessive spese belliche sostenute nella guerra contro la Spagna, il debito aveva sfiorato quota 40% del Pil.

La verità è che l’impresa non fu dovuta alla saggezza dei governanti, bensì alla loro astuzia. Nei fatti essi riuscirono ad ordire un saccheggio nei confronti dei propri cittadini attraverso un velato meccanismo di espropriazione. Questo prese ufficialmente il nome di Compagnia dei Mari del Sud, che all’epoca era una piccola società mercantile che si occupava di commerci con il Sud America.

Come prima mossa, il Governo cercò di rendere le azioni della Compagnia appetibili per gli investitori, attraverso l’assegnazione di un monopolio per il commercio con il Nuovo Mondo.

Dopo di che, alla scadenza di molti titoli di debito nel 1711, propose ai detentori un’alternativa: azioni della Compagnia, di fatti proprietà dello Stato, in cambio dello stralcio contabile dei titoli. Inoltre, promise un rendimento annuo del 6% per azione, perpetuo, ovvero fino a quando un meteorite non fosse caduto sulla terra distruggendola.

Non accettare, sarebbe stato da deficienti. Ed infatti, le azioni andarono a ruba.

Altro giro, altra corsa

Quale fu, in questo caso, l’aspettativa degli investitori che si sarebbe rivelata fallace? Il fatto che il monopolio sul commercio siglato da firma regia avrebbe prodotto profitti mirabolanti. La verità, invece, fu che il Trattato di Utrecht, siglato nel 1713, limitò i viaggi ad una sola nave mercantile l’anno. Inoltre, la maggior parte delle colonie in Sud America erano spagnole, e dati i rapporti tesi fra le due potenze non ci si poteva aspettare grandi trattamenti di favore. Successe quindi che la Compagnia dei Mari del Sud non realizzò pressoché nessun profitto fino al 1717, anno in cui, fra le altre cose, vi fu un nuovo aumento di capitale con lo stesso scopo di quello avvenuto nel 1711.

Tuttavia, questo parve non importare a nessuno. Tutti volevano le azioni della Compagnia, e ogni giorno grande trambusto si creava tra il Jonathan’s Coffee e il Garraway’s Coffee in Exchange Alley a Londra, primi veri mercati finanziari in territorio britannico. Nel 1719, il prezzo di una singola azione finì per quintuplicarsi rispetto al proprio valore di bilancio, toccando quota 550 sterline. Per avere un’idea di quanto fosse alto questo valore all’epoca, basti pensare che il reddito annuo di un artigiano si aggirava intorno alle 20 sterline.

Euforia finanziaria

Per favorire gli investimenti sulla Compagnia, si invitavano esponenti di spicco della società britannica ad acquistare azioni. Fra questi, Robert Walpole e Isaac Newton. Quest’ultimo, allo scoppio della bolla speculativa, perse 13.000 sterline, tanto che ebbe a dire: “Sono capace di calcolare i movimenti degli astri, ma non la follia della gente”.

I dirigenti furono addirittura invogliati ad emettere prestiti con la quale gli investitori potevano comprar azioni della Compagnia stessa, un trucco di prestigio autorizzato.

L’esaltazione per gli investimenti finanziari fu così forte che qualcuno riuscì a sfruttarla per mettere a segno truffe enormi. Con la creazione di società fittizie si raccolse capitale che in realtà non sarebbe stato investito mai.

Un tizio si propose di costruire una ruota a moto perpetuo, ottenendo capitale per un milione di sterline, mentre un’altra società che aveva come oggetto sociale il trasformare il mercurio in metalli preziosi non raccolse molto meno. Se qualcuno avesse cercato fondi per costruire castelli in aria, probabilmente avrebbe trovato qualcuno disposto a finanziarlo.

The party is over

Nonostante nell’estate del 1720 le azioni della Compagnia venissero scambiate a mille sterline, e valessero tutte insieme tre volte il territorio inglese, si ebbe il crollo. Perché avvenne? Perché in Francia, dove vigeva uno schema di funzionamento esattamente uguale a quello inglese (ma in cui al posto della Compagnia dei Mari del Sud lo specchietto per le allodole prendeva il nome di Mississippi Company), le azioni della compagnia di Stato cominciarono ad essere vendute frettolosamente. Ciò fu alimentato dai primi dubbi sul fatto che la Compagnia fosse davvero capace di generare profitti.

Questo scatenò, semplicemente, il panico. Tutti si chiedevano: “Se l’impresa francese non è affidabile, allora perché la nostra dovrebbe esserlo?”. Chi si recava in centro a comprare azioni fino al giorno prima, il giorno dopo ci andava per venderle. Nonostante gli sforzi del Parlamento e del Governo per far risalire i prezzi, il crac fu inevitabile. In qualche mese, le azioni tornarono ad essere scambiate a cento sterline l’una.

Alla fine dei giochi, il bilancio statale ne uscì depurato. Ma questa pulizia ebbe un costo: tanti fra aristocratici e borghesi caddero in rovina, la capacità d’acquisto di molte famiglie fu compromessa e tanti prestatori e investitori dichiararono bancarotta. In fin dei conti, a finanziare a fondo perduto la guerra con la Spagna, furono proprio questi ultimi.

Il crollo del ‘29

Se vi è una bolla speculativa d’antologia conosciuta anche dai non addetti ai lavori, è quella del ’29. Dopo anni di prosperità economica e jazz nelle sale da ballo, in tre anni la borsa di New York registrò una perdita di valore delle azioni pari al 90%. Nella settimana peggiore, il totale di denaro volatilizzato fu pari a dieci volte il bilancio degli Stati Uniti dell’epoca.

La speculazione iniziò nel ’24 e per lo stesso, scontato motivo di sempre: una fiducia estrema. Questa volta essa veniva riposta nelle imprese che producevano beni quali elettrodomestici e automobili. Chiunque si convinse del fatto che il valore delle azioni di queste imprese sarebbe stato destinato a salire indefinitamente. Infatti, dal ’24 al ’29, il livello medio del Dow Jones avanzò del 500%.

Nel decennio della Grande Depressione, susseguente al crollo, 12 milioni di statunitensi vagavano per le strade in cerca di lavoro. Tra questi, ce ne furono molti che prima del ’29 il lavoro lo abbandonarono volontariamente, e per un semplice motivo: poter passare più tempo a guardare le variazioni di valore proiettate sui cartelloni di Wall Street.

La moltiplicazione dei pani e dei trust

L’enormità della bolla speculativa discese, ovviamente, dall’impressionante mole di denaro che venne investita. Tali proporzioni furono possibili poiché chiunque ebbe modo di far parte di un baccanale finanziario dotato di due nuovi strumenti potentissimi: il leverage e i trust.

Il primo di questi due era una versione più raffinata di un meccanismo già sperimentato durante la corsa ai tulipani. L’agente di borsa riusciva a far ottenere al proprio cliente un prestito dalle banche, anch’esse convinte di star facendo un investimento sicuro per via del continuo rialzo delle quotazioni. Con i soldi ottenuti, l’investitore comprava un’azione depositando una caparra, con la promessa di saldare all’agente e quindi al venditore quando avesse venduto ad un prezzo maggiorato. Il broker guadagnava sulla commissione, l’investitore sul differenziale e le banche sull’interesse applicato al prestito.

Le cose andavano così bene che ci fu chi pensò di aprire imprese che avessero come principale attività quella di comprare e vendere azioni: questi furono denominati trust. Quando le azioni delle altre imprese possedute dai trust si apprezzavano, allora anche le stesse azioni dei trust subivano un aumento di valore.

Tant’è che nacquero trust di cui l’attività consistette nel vendere e comprare azioni di altri trust. E così via fino ad avere trust di trust di trust di trust che al mercato mio padre comprò.

Come abbiamo già appreso, fin quando il tracollo non sopraggiunge, si pensa che ciò che stia lievitando sia una torta e non una bolla speculativa. Ma basta un ago, anche minuscolo, e il trucco si svela.

Castelli di carte

Bastò una flessione delle vendite delle imprese di elettrodomestici per far capire quanto quel mercato che sembrava dovesse espandersi a dismisura in realtà fosse arrivato al culmine. Si ebbe una crisi di sovrapproduzione, e la merce rimasta invenduta fece calare il valore delle azioni.

Tutti cercarono di vendere prima che il prezzo calasse troppo, e come sempre il risultato fu quello di farlo scendere ancor più velocemente. Banchieri e agenti cercarono di puntellare il mercato supportando in maniera organizzata la domanda, ma dopo qualche giorno di acquisti disperati gettarono la spugna.

Il 29 luglio del ’29, il famigerato “martedì nero”, venne scambiato per la frenesia un ammontare di azioni pari a 16,4 milioni. Un volume di transizioni del genere non si registrò nuovamente fino al ’69.

Le conseguenze furono catastrofiche. I trust persero velocemente il 100% del loro valore e crollarono come un castello di carte. La mancata chiusura dei meccanismi di leverage aveva prodotto, inoltre, il fallimento di 40 banche per via dell’insolvenza generalizzata. Le bancarotte arrestarono l’attività creditizia e anche le imprese che avevano bisogno di finanziamenti per le proprie attività produttive dovettero chiudere i battenti. Il Pil diminuì velocemente del 32%. Personaggi di spicco dell’alta finanza, come J.J. Riordan e Ivar Krueger tagliarono la testa al toro e si spararono un colpo in testa.

Per la prima volta nella storia, una bolla speculativa varcava i confini nazionali. Ci vollero anni affinché il mondo intero riuscisse a riprendersi da quella crisi.

La cavalcata dei subprime: la bolla speculativa del 2008

Se avete già guardato La Grande Scommessa, potete saltare questo paragrafo. Se non lo avete fatto, o se dalle spiegazioni di come funzioni un credit default swap o un collateralized debt obligation (CDO) da parte di Margot Robbie e Selena Gomez non ci avete capito molto, allora prestate attenzione.

Immaginate che un governo, per favorire gli investimenti, attui una politica monetaria espansiva. Sostanzialmente immette denaro, e questo fa calare il tasso d’interesse che rappresenta il “costo” del denaro stesso. Le banche, quindi, si ritrovano a dover concedere dei mutui ad un tasso molto più basso di quello che riuscivano ad applicare in precedenza. Per non perdere guadagni, queste cominciano a compensare aumentando il numero di mutui concessi.

Riuscendo quindi ad acquistare una casa in maniera molto più semplice e meno costosa, chiunque richiede un finanziamento per accaparrarsene una. Se due più due fa quattro, a causa dell’aumento della domanda, il prezzo delle case sale. Ora, siccome i mutui sono garantiti da ipoteca sulla casa stessa, più aumenta il valore dell’immobile, più le banche sono felici di concedere mutui, per il semplice fatto che nel caso in cui il debito non fosse estinto esse potrebbero pignorare un qualcosa che sta via via salendo di valore.

Le banche iniziano ad eccitarsi per la cosa, sapendo che in un modo o nell’altro potranno guadagnarci. Quindi, a coloro che a fine mese non possono permettersi di pagare la rata (e facciamo finta ce ne siano tanti, tantissimi) le banche offrono prestiti con cui i mutuatari possono pagare la rata stessa, garantiti dalla costante rivalutazione dell’immobile.

Tutto paradossale, vero? Ma purtroppo poco visibile. Infatti, le rate dei mutui risultano comunque pagate senza ritardo, e questo fa sembrare il debitore solvente e il credito garantito.

CDO d’asporto

Quando un fondo d’investimenti decide di diversificare il rischio di mercato, o quando un fondo pensione, in quanto ha interesse solo nel lungo termine, deve impiegare i capitali presi in prestito, le scelte sono scontate: titoli di stato e mutui. Questi offrono un tasso di rendimento basso, ma senza rischio.

Sfruttando l’altrui prudenza, le banche ordinano una serie di scatoloni da riempire di mutui subprime, ovvero mutui in realtà ad alto rischio di insolvenza che apparentemente sembrano essere dei buoni assets e sono valutati dalle agenzie di rating con una tripla A.

Poi confezionano tanti bei pacchi regalo chiamati CDO e iniziano a fare più vendite di quanti giocattoli Babbo Natale consegni in una notte. Pensiamo ora che alcuni enti, banche e privati inizino a prendere in prestito dei soldi per investire in CDO, utilizzando il meccanismo di leverage già sperimentato negli anni ’20 e guadagnandoci sul differenziale d’interesse.

Facciamo ancora un ulteriore sforzo e immaginiamo che le banche concedano altri prestiti, questa volta semplicemente al consumo, ai cittadini, immettendo nuove ipoteche sulla loro abitazione che sta continuando a salire di valore.

Infine, supponiamo che le case smettano di salire di valore perché il mercato è così tanto in crescita che l’offerta sta aumentando a dismisura e questo sta assestando i prezzi. Cosa può accadere?

Un giorno, un uomo, va in banca…

Accade che il Sig. Dunder, che il mese prima aveva richiesto un nuovo prestito che gli avrebbe permesso di pagare la rata, decide di chiederne un altro per lo stesso motivo. Tuttavia, arrivato allo sportello, il Sig. Miffilin gli comunica che il mercato immobiliare ha subito un assestamento, e di conseguenza non è possibile per la banca concedere un altro prestito perché impossibilitata a ipotecare nuovamente.

Il Sig. Dunder sembra perplesso, quindi l’operatore cerca di spiegare il meccanismo con un esempio.

Con tutta la calma del mondo, il Sig. Mifflin informa il cliente che se due mesi prima la sua casa valeva 80.000 dollari e alla fine del mese ne valeva 100.000, sui 20.000 residui era possibile istituire una nuova ipoteca. Ma se la casa rispetto al mese prima non ha subito nessun apprezzamento, non rimangono porzioni di valore della stessa non ancora ipotecate.

Allora in Sig. Dunder svuota le tasche e conta le monetine, ma accortosi del fatto che non basteranno a pagare la rata comunica al gentile impiegato che semplicemente non sborserà un dollaro quel mese.

Game Over

Vi ricorderete che all’inizio abbiamo ipotizzato che di Sig. Dunder ce ne fossero tanti, tantissimi. Da ciò discende, ovviamente, che anche di mutui ce ne saranno tanti, tantissimi.

Ipotizziamo che il valore totale dei crediti che le banche, gli enti, i fondi pensione e i fondi d’investimento vantano nei confronti dei mutuatari sia di 14,5 migliaia di miliardi dollari. Ipotizziamo, alla fine, che quasi il 30% di questi mutuatari sia un omologo del Sig. Dunder.

Cosa può accadere, se non una catastrofe? Ed infatti fu esattamente quello che accadde.

Chiunque di noi ha subito sulla propria pelle gli effetti di quella crisi causata da quelle armi di distruzione di massa (come li definì l’investitore Warren Buffet) chiamate CDO. Quelli che apparivano come dei bei pacchi regalo, una volta scartati, contenevano delle vere e proprie bombe ad orologeria.

Per la seconda volta, in meno di ottant’anni, una bolla speculativa fu la causa della devastazione dell’economia mondiale.

Le conseguenze delle bolle speculative

Dall’analisi della bolla speculativa del ’29 e di quella del 2008, sorge spontanea una domanda. Perché lo scoppio di una bolla può avere effetti così tanto devastanti sull’economia reale? La Grande Depressione e la Grande Recessione non furono nient’altro che le conseguenze di speculazioni finite male.

La risposta, in realtà, è molto semplice. Se le banche in cui depositate i vostri soldi decidono di investirli in un affare sbagliato, li perderete. E se voi perderete i vostri risparmi diventerete più poveri. Questo vi porterà a diventare più parsimoniosi, e a tagliare i consumi. Ma se considerate che i vostri consumi rappresentano i guadagni del vostro salumiere, del vostro panettiere, del vostro idraulico e del vostro barista, vi viene facile concludere come questi vedranno di conseguenza diminuire le proprie entrare. Insomma, l’antifona è chiara.

Ci si potrebbe anche chiedere: perché una bolla come quella della Compagnia dei Mari del Sud, nonostante l’enorme ampiezza, non causò crisi gravi come quelle più recenti? Perché in quel caso, i soldi investiti non erano né vostri, né dei salumieri, né dei panettieri, né dei baristi. E state ben certi che invece, chi perse tanto in quella speculazione, il giorno dopo dal salumiere, dal panettiere e dal barista (o qualcosa del genere) ci andò lo stesso. Perché se chi investe è abbastanza abbiente, come avvenne anche nel caso della bolla speculativa dei tulipani, non verrà affossato da un’eventuale perdita.

Quest’intuizione non è di chi scrive. Anzi venne fuori al Congresso degli Stati Uniti dopo la bolla speculativa del ’29, e provocò una riforma semplice quanto provvidenziale: la legge Glass-Steagall.

Separando semplicemente le banche di risparmio, che investono su titoli sicuri, a basso rendimento (per intenderci, quelle vostre e del vostro salumiere) dalle più dinamiche banche d’investimento (che gestiscono denaro di chi in fin dei conti può sopportare perdite anche elevate) si istituì un argine enorme agli effetti dello scoppio delle bolle speculative sull’economia reale.

Tuttavia, nel 1999, la Glass-Steagall fu abrogata dal governo Clinton. Le conseguenze di questa scelta le trovate nel paragrafo precedente.

Poker-economy

Checché ne dicano i libri di economia, i mercati sono caratterizzati da gradi d’incertezza elevatissimi. Per quanto ci si possa sforzare di considerare ogni singolo fattore ed ogni singolo aspetto, ogni investimento è caratterizzato da una certa dose di aleatorietà.

Nel nostro caso in particolare, finché le bolle speculative non scoppiano, nessuno si accorge di esserne dentro.

Mi si permetta quindi un’analogia, certamente un po’ spinta.

Esattamente come un giocatore di poker con parecchie vittorie alle spalle si sente estremamente capace di poter vincere ancora, le banche si sentono capaci di generare facilmente enormi profitti in epoche di grande crescita dei mercati.

Tuttavia, il fatto di avere delle grandi probabilità di vittoria non implica mai una vittoria assicurata.

Certo, nel caso i soldi siano i vostri potete farne quello che volete, esattamente come gli olandesi che nel ‘500 decisero di vendere e comprare i tulipani sicuri del fatto che ci avrebbero guadagnato.

Oppure, nel caso in cui qualcuno vi prestasse denaro per giocare al posto suo, vorrebbe dire che si fida di voi e che probabilmente non sarà condizionato enormemente da un’eventuale perdita.  Esattamente come chi affida i propri capitali a dei fondi d’investimento, al massimo smetterà di puntare su di voi al giro successivo.

Ma se i soldi che avete in mano sono quelli che qualcuno vi ha affidato affinché voi li conserviate, come nel caso delle semplici banche di risparmio, il discorso cambia. Per quanto possiate sentirvi Matt Damon ne “Il giocatore”, a quel tavolo, non è giusto che vi ci sediate.

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About Author

Pasquale Bucci

Nato e cresciuto nell'Alto Salento, attualmente studente dell'Alma Mater. Appassionato di teorie economiche eterodosse ed "eretiche". In sostanza, il "there is no alternative" di thatcheriana memoria non mi ha mai convinto del tutto.

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