L’Italia non è un paese per giovani: crescono i disoccupati

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Questo slogan riprende il titolo dell’omonimo libro Non è un paese per giovani. L’anomalia italiana: una generazione senza voce, scritto e pubblicato da Elisabetta Ambrosi e Alessandro Rosina nel 2009 come denuncia della disastrosa situazione italiana dal punto di vista delle politiche giovanili.

Nel pamphlet, infatti, viene spiegato come le istituzioni dovrebbero prendere coscienza del fatto che la nuova generazione sia diversa da quella precedente, a causa dei massicci cambiamenti sociali avvenuti in questi anni.

Ragion per cui, attraverso questa nuova consapevolezza, la classe politica dovrebbe indirizzare le proprie scelte verso la sostenibilità e il miglioramento dei servizi (accesso al lavoro, istruzione, incentivi…).

Nel 2019, l’Eurostat ha calcolato che in Italia il 27,8% di under 30 faceva parte della categoria dei Neet, persone che non studiano e non lavorano. Un dato che oggigiorno appare ancor più allarmante se si pensa che la categoria dei giovani è stata una fra le più colpite dalla pandemia di Covid-19.

Certamente la burocrazia italiana e gli improponibili test d’ingresso delle maggiori facoltà universitarie non aiutano in questo senso; perché non fanno altro che disincentivare i giovani e allontanarli dai propri obiettivi futuri. 

La “fuga dei cervelli”:

Le emigrazioni dall’Italia ci sono sempre state. Basti pensare che tra il 1861 e il 1985 sono partiti dal Paese quasi 30 milioni di persone.

Tuttavia, la cosiddetta “fuga dei cervelli” è un fenomeno più recente e specifico, dal momento che si riferisce ai giovani laureati che abbandonano la propria terra alla ricerca di condizioni lavorative più dignitose e, in generale, di un futuro più prospero.

Questo movimento umano ha cominciato ad avere numeri sorprendenti intorno al 1996 e ha finito per coinvolgere, dal 2010, anche la categoria degli informatici. 

L’Istat stima che fra il 2009 e 2018 hanno lasciato il nostro Paese circa 320mila giovani di età compresa tra i 20 e i 34 anni. 

A spiegare questo numero è Patrizia Fontana, presidente di Talents in Motion: “Tra le motivazioni che li muovono ci sono gli stipendi troppo bassi del nostro paese, l’over education rispetto al ruolo svolto e la scarsa differenza retributiva rispetto ai diplomati”.

Inoltre, uno dei problemi che si può riscontrare nelle retribuzioni italiane e che va inevitabilmente a discapito dei giovani è il sistema che tende a premiare l’anzianità aziendale.

Per di più gli investimenti all’istruzione sono insufficienti ed è stata la pandemia a mettere in luce questo dato. 

Tuttavia, una società che non investe nei giovani non può evolvere; ed è destinata a morire.

Più espatri e meno nascite:

Basta osservare la curva del calo demografico che non accenna ad arrestarsi per rendersi conto che il problema dei giovani non può più essere sottovalutato. Un paese, infatti, in cui i soldi investiti per le pensioni sono gli stessi di quelli investiti per l’università si può classificare solamente come un “paese di anziani”.

Ragion per cui, mentre le emigrazioni continuano, la demografia cala in modo preoccupante. A salvarla non bastano nemmeno le persone immigrate nel nostro territorio. Nel 2019, infatti, è stato registrato il numero demografico più basso dall’Unità d’Italia

Il saldo naturale, ossia la differenza tra nati e morti, è in negativo in tutte le Regioni, ad eccezione della provincia autonoma di Bolzano.

Lo Stato si sta rendendo conto (troppo lentamente) che la situazione è davvero critica e, per questo, sta provando ad attuare alcuni decreti per arginare il fenomeno dell’espatrio dei giovani dall’Italia.

Tuttavia il decreto “Crescita”, per esempio, si è dimostrato insufficiente da questo punto di vista.

Ragion per cui, lo Stato ora tenta con il decreto “Rilancio” che promette 1,4 miliardi per l’università e la ricerca e l’assunzione di 400 nuovi ricercatori. 

L’ennesima presa in giro…

L’ennesima presa in giro sono stati i fondi del Recovery Fund che l’Italia voleva riservare ai giovani. Migliaia di ragazzi, stanchi che il loro futuro venga costantemente messo in pericolo da una politica che non li tutela, hanno quindi deciso di riunirsi intorno due movimenti, Visionary e Officine,  per fare sentire la propria voce.

Giovani di campagna uno non basta
Crediti: pagina Instagram Uno non basta.

È stata avviata, infatti, una raccolta firme “#Uno non basta” indirizzata al Presidente del Consiglio per chiedere che i fondi riservati ai giovani siano il 10% (20 miliardi di euro) e non soltanto l’1%. Finalmente è arrivata la possibilità di investire nel futuro e di cambiare un sistema sociale oligarchico che non permette ai più di emergere.

È necessario un cambiamento per dare nuova vita al Paese e per farlo risorgere da un momento storico davvero buio. I giovani possono aiutare in questa direzione. Servono nuove idee e scelte mirate per permettere loro di fare la differenza.

Qualcosa si sta muovendo?

Il discorso di Draghi al Senato del 18 febbraio 2021, il giorno del voto di fiducia, ha aperto uno spiraglio di luce in un clima dominato dalla staticità; una speranza per tutti quei giovani che ancora non si sono arresi all’idea di dover abbandonare il paese in cui sono nati solo perché costretti a farlo.

È ancora presto per dire se le belle parole del Presidente si tramuteranno in fatti, ma in questo momento abbiamo bisogno di crederlo.

La voglia di metterci in gioco e di impegnarci per il futuro di questo Paese ce l’abbiamo. Date anche a noi la possibilità di farlo; non toglieteci il futuro. 

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Sara Albertini, marchigiana, classe 1999. Positiva, sognatrice, ostinata; la musica di Einaudi accompagna il flusso dei miei pensieri. Sono iscritta al corso di laurea “Culture letterarie europee” presso l’Università di Lettere e Beni Culturali di Bologna. Scrivo di costume e società per il blog di Sistema Critico con l’illusione che la scrittura possa migliorare il mondo in cui viviamo.

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