Breaking News del mercoledì

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Come ogni mercoledì torna puntuale il nostro Breaking News, la raccolta di notizie della settimana raccolte per voi da Sistema Critico. La prima notizia di oggi riguarda l’omicidio Khashoggi, per il quale la CIA ha rilasciato un report che vede coinvolto il principe bin Salman. Parlando sempre di Stati Uniti, raccontiamo della prima azione militare all’estero dell’amministrazione Biden. Poi ci spostiamo in Cina, dove il presidente Xi ha annunciato di aver sconfitto la povertà. Per chiudere torniamo in Italia per parlare dell’ex presidente del consiglio Conte, il quale sembra si stia preparando a guidare il M5S, e vi lasciamo con qualche notizia dal mondo dello spettacolo parlando dell’edizione 2021 di Sanremo.

Omicidio Khashoggi, anche la CIA sostiene il coinvolgimento diretto di bin Salman

L’amministrazione Biden ha deciso in questi giorni di rendere pubblico il report della CIA sull’omicidio Khashoggi, in cui si afferma con forza il diretto coinvolgimento del Principe ereditario Muhammad bin Salman. Si tratta della prima forte presa di posizione americana riguardo all’assassinio del famoso giornalista, avvenuto nel 2018. Khashoggi, nato a Medina ma residente in Virginia e giornalista del Washington Post, rappresentava una delle voci più critiche del regime saudita. È stato ucciso il 2 ottobre 2018 nel consolato saudita a Istanbul da un’intera squadra di killer, poi fatto a pezzi per poter portare fuori il cadavere dall’edificio. Inizialmente, bin Salman negò ogni responsabilità, poi, una volta resasi chiara la situazione, si difese sostenendo di non essere stato a conoscenza dell’operazione.

Il rapporto Cia, allo stesso modo di un precedente rapporto ONU, ritiene implausibile questa eventualità. Il sistema gerarchico saudita è estremamente verticistico e il documento sottolinea come sia assurdo pensare che Salman fosse estraneo ad una vicenda così importante. Cinque degli assassini sono stati condannati alla pena di morte, poi commutata in vent’anni di carcere, ma anche questa è sembrata più una mossa propagandista che un vero processo ai colpevoli.

La decisione di Biden di desecretare parte del rapporto è anche un segnale dall’alto valore politico. Gli Stati Uniti hanno inaugurato un’epoca di “ricalibrazione” dei rapporti con l’Arabia Saudita, fino ad oggi strettissimo alleato americano anche in chiave anti-iraniana. È stata sospesa la fornitura di armi e il sostegno logistico-militare all’impegno saudita in Yemen. Il futuro dei rapporto tra Washington e Riyad è oggi in pericolo, dopo due presidenze consecutive (Obama e Trump) molto concilianti. L’Iran attende alla finestra, e spera di potersi reintrodurre nel discorso politico.

Matteo Suardi

L’amministrazione Biden intraprende il primo bombardamento

Nella parte orientale della Siria, in un posto quasi disabitato vicino al confine con l’Iraq, nella notte del 25 febbraio, gli aerei dell’aeronautica statunitense hanno effettuato il primo bombardamento con 7 bombe da 230 kg in un territorio straniero. Il bersaglio dei bombardamenti erano due milizie filo-iraniane che operano in Iraq, Kataib Hezbollah e Kataib Sayyid al Shuhada, che gli americani ritengono responsabili di attacchi recenti alle basi americane in Iraq.

La prima azione militare del Governo Biden prende subito piede in uno dei teatri più roventi del mondo, contro un nemico geopolitico come l’Iran. Lo scopo finale sembra essere ritornare all’accordo nucleare con l’Iran, ma contenere anche la sua espansione nella regione. Contemporaneamente aggiornare e resettare le alleanze regionali, partendo da Arabia Saudita e proseguendo con Egitto e Israele. Nel bombardamento di venerdì sono morti 22 miliziani: gli sciiti iracheni sono impegnati in Siria per conto dell’Iran nella difesa del regime del presidente Bashar al Assad e la base colpita era al confine con l’Iraq, serviva a controllare il passaggio di armi e uomini che dall’Iraq si muovono in Siria.

Le accuse di imperialismo e la strategia di Biden

A 37 giorni dal suo insediamento, anche il Presidente Biden si è reso partecipe del suo primo bombardamento. Non sono infatti mancate le accuse di “imperialismo americano” al Presidente degli USA, soprattutto in relazione alla presunta ipocrisia invocata dagli oppositori conservatori (e della sinistra estrema) della sinistra americana che, lungi dal professare la pace ed i diritti umani, quando sale al potere esegue le stesse azioni militari degli altri. È dai tempi di Reagan che un Presidente americano ha effettuato almeno un bombardamento. Dopo le dure accuse alla Monarchia Saudita di questi giorni, Joe Biden continua a tracciare la propria strategia in Medio Oriente.

Massimiliano Garavalli

Niente poveri in Cina

Il leader illuminato della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping ha recentemente annunciato la sua vittoria contro la povertà. Un risultato importante ed a dir poco unico. Tuttavia, forse è ancora troppo presto per iniziare a gioire.

Innanzitutto, occorre definire cosa Xi Jinping intende per povertà. Per la Cina, un individuo è povero se gode di uno stipendio giornaliero inferiore a $2,30. Xi Jinping si è servito di questo dato per affermare la sua vittoria contro la povertà. Tuttavia, vi è un problema.

La Banca Mondiale ha stabilito che ogni individuo con uno stipendio giornaliero inferiore a $1,90 rientra nella fascia di povertà estrema. Al contrario, la Cina ha posto tale limite a $1,69. Questa differenza è estremamente importante in quanto la ‘vittoria’ della Cina fa in realtà riferimento alla riduzione dell’estrema povertà.

Xi Jinping non ha quindi eliminato la povertà. Al contrario, il leader ha ridotto le situazioni di estrema povertà definite dalla Cina stessa. Infatti, il risultato cinese non tiene conto degli individui con uno stipendio giornaliero tra $1,70 e $1,90.

Nonostante la Cina sia uno dei Paesi leader nella lotta contro l’estrema povertà, ad avviso dell’autore, è ancora troppo presto per invocare una vittoria contro la povertà.

Kevin Carrara

Giuseppe Conte punto ad assumere la guida del MoVimento 5 Stelle

L’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha partecipato nei giorni scorsi ad una riunione con Beppe Grillo ed altri alti vertici dei 5 Stelle. Oggetto dell’incontro è stata la possibilità per l’ex premier di assumere la guida di un MoVimento in calo nei sondaggi, in crisi di identità e con la necessità impellente di rinvigorirsi.

L’esito sembrerebbe essere stato positivo anche se non sono ancora noti i modi e i termini nei quali questo dovrebbe concretizzarsi.

Il salto in politica di Giuseppe Conte è una mossa che non stupisce ed è anzi da tempo paventata. Indiscrezioni degli scorsi mesi parlavano di un nascente partito tutto suo; altre lo volevano proprio vicino ai 5 stelle, formazione alla quale Conte deve tanto da quando lo pescò dall’anonimato per portarlo a ricoprire la quarta carica della Repubblica.

Come accennato non si conoscono tempi e modi, ma soprattutto questi ultimi sembrano porre problemi in casa 5 Stelle. Non in termini giuridici ma di coerenza: nelle ultime settimane con un voto su Rousseau gli iscritti avevano deciso su forte indicazione della dirigenza (come spesso accade) di approvare delle modifiche statutarie che avevano fatto tramontare la figura del capo politico in favore di un direttorio composto da 5 membri. Conte come si colloca in tutto questo? È evidente che la sua figura si sarebbe incastrata in maniera molto più naturale nel vecchio assetto.

Si pone un’ulteriore questione: con l’ultimo discorso alla stampa, fuori da Palazzo Chigi, Conte si era di fatto proposto come federatore di un’alleanza di centro-sinistra comprendente M5S – Pd e LeU. Una volta assunta la guida del MoVimento e, immaginiamo, candidato nelle liste dello stesso a future elezioni, come potrebbero dalle parti del Nazareno accettarlo come candidato premier in quanto non più figura (formalmente) indipendente ma espressione di un altro partito?

Lorenzo Alessandroni

Sanremo 2021: tra giovani e polemiche

È finalmente (?) arrivata la settimana della 71esima edizione del festival di Sanremo. Se l’anno scorso il motto è diventato “Dov’è Bugo?”, probabilmente quest’anno sarà “Dov’è il pubblico?”. Dopo le numerose polemiche degli ultimi mesi infatti il Comitato tecnico scientifico ha deciso che il festival di Sanremo rispetta le regole vigenti per contrastare la pandemia in corso e si priva dell’elemento del pubblico (non c’è minaccia di Amadeus che tenga). Sarà sicuramente un festival diverso da tutti gli altri, ma d’altronde com’era possibile fare un’eccezione quando da un anno a questa parte niente è più normale? L’opinione pubblica si è divisa tra chi considera Sanremo un po’ come i mondiali, un evento che unisce il Paese, e tra chi invece lo considera uno schiaffo in faccia a tutti quei lavoratori del mondo dello spettacolo che non lavorano da un anno.

Polemiche a parte, una bella novità di questa edizione sono certamente i cantanti in gara: forse è presto per dirlo, ma a sentire i nomi pare che il processo di “svecchiamento” che negli anni si è cercato di attuare, quest’anno sia arrivato ad un punto di svolta (Orietta Berti a parte). Lo spiega bene lo speciale di Rolling Stone di questo mese, dove i 26 “Big” sono raccontati da 26 a loro volta artisti e musicisti, il tutto capitanato dalla giovanissima artista Madame che fa da copertina della rivista. Accanto a nomi più classici e conosciuti quali quelli di Malika Ayane, Noemi, Arisa ci sono facce giovani e meno conosciute come La Rappresentante di Lista, Willie Peyote, Colapesce e Dimartino e chi più ne ha più ne metta.

 Di sicuro il contesto incuriosisce, c’è da ben sperare che nella scelta degli artisti si celi il simbolo della musica che riparte, e questa volta nel nome dell’innovazione.

Alessandra Sabbatini

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