Il colosso di San Lorenzo – Baccio Bandinelli e Giovanni delle Bande Nere

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Guardalo un po’, come se ne sta seduto comodo in San Lorenzo, con quel suo tronco di randello nel pugno. O piove, o tira vento, Giovanni è sempre là col suo viso, col suo sorriso molle nel viso barbuto”.  Con tali parole, impregnate di sprezzante ironia toscana, Curzio Malaparte descrisse una delle opere scultoree più celebri e ammirate di Firenze: il Monumento a Giovanni delle Bande Nere. Realizzato dal fiorentino Baccio Bandinelli, il cenotafio di Giovanni de’ Medici fu fortemente voluto dal figlio di questi, il granduca Cosimo I, per glorificare la memoria paterna. Quello che doveva essere il sepolcro di uno dei più grandi condottieri del rinascimento italiano ebbe però una storia assai travagliata che ne ha contribuito a costruire il mito. Una storia fatta di ripensamenti, spostamenti e sprezzante ironia che fece del Giovanni delle Bande Nere uno dei monumenti più conosciuti del capoluogo toscano.

Baccio Bandinelli, Monumento a Giovanni delle Bande Nere, 1540-1560, Firenze
Baccio Bandinelli, Monumento a Giovanni delle Bande Nere, 1540-1560, Piazza San Lorenzo, Firenze

Il Monumento a Giovanni delle Bande Nere raccoglie in sé quasi cinquecento anni di storia fiorentina e si porta dietro racconti e segni di quelle trasformazioni che hanno cambiato, nel corso dei secoli, non solo Firenze ma anche la sua gente. La celebre statua dal “muso duro” e dalla “testa ritta” ha da sempre legato la sua esistenza a quella della stessa piazza e della basilica di San Lorenzo. Per comprendere meglio il suo passato è però necessario iniziare a raccontare da prima ancora di quando Cosimo de’ Medici ne richiedesse la realizzazione a Baccio Bandinelli. Bisogna infatti principiare da chi fosse il celebre effigiato e perché il suo nome è così legato alla città gigliata.

Giovanni de’ Medici detto “delle Bande Nere”

Giovanni delle Bande Nere fu uno dei più famosi uomini d’arme del Cinquecento, fra gli ultimi capitani di ventura a solcare i campi di battaglia. Le sue doti erano talmente celebri da far credere a Niccolò Machiavelli di poter essere l’unico in grado di opporsi all’avanzata dell’imperatore Carlo V e di difendere la libertà degli stati italiani. La sua carriera militare iniziò quando Giovanni ebbe appena diciotto anni. Nel 1517 si svolse quella che è passata alla storia come Guerra di Urbino, un breve conflitto che vide opporsi le truppe pontificie a quelle di Francesco Maria I della Rovere per il controllo della città marchigiana. Fu qui che Giovanni riuscì a guidare trionfalmente un manipolo di armigeri che si erano dimostrati indisciplinati in più occasioni. Tale esperienza gli fece intuire il declino, ormai inarrestabile, della cavalleria pesante e lo convinse ad ingaggiare unità di cavalleria leggera, più veloci e versatili.

Giovanni de’ Medici ottenne numerose vittorie con la sua compagnia d’armati ma passò alla storia principalmente per ciò che accadde il 1° dicembre 1521. In quel giorno venne infatti a mancare papa Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico e dunque parente del capitano. Il condottiero fiorentino decise dunque di far annerire col fuoco le sue insegne, al tempo a righe bianche e viola, come segno di lutto. Fu grazie a questo avvenimento che assunse il tanto famoso nome “delle Bande Nere”. Messo infine a capo delle truppe pontificie della Lega di Cognac, Giovanni si ritrovò ad affrontare le truppe imperiali. In tale occasione, più precisamente nella Battaglia di Governolo, presso Mantova, venne ferito in maniera gravissima. Un colpo di falconetto, cannone di piccolo calibro, colpì il militare sopra al ginocchio, spezzandogli la gamba.

La fine di un uomo e di un’epoca

Agonizzante fu trasportato nel capoluogo gonzaghesco dove per cercare di salvargli la vita si attuò una soluzione drastica. Il colpo di Falconetto aveva reciso parte della gamba e l’amputazione sembrò essere l’unica via percorribile. Ciò però non fu sufficiente a fermare la setticemia che era già ad uno stadio avanzato. Fu così che Giovanni delle Bande Nere trovò la morte, il 30 novembre 1526, circondato da eminenti personalità tra i quali Pietro Aretino. Venne così tumulato nella chiesa mantovana di San Domenico ma non prima che ne fosse tratta una maschera mortuaria ad opera di Giulio Romano. Era infatti desiderio dell’Aretino ricavare da tale impronta un ritratto e così fu consegnata ad Alfonso Lombardi affinché realizzasse una sua statua. Tale proposito non ebbe però seguito e, dopo aver chiesto anche allo stesso Tiziano senza successo, la maschera fu affidata a Gian Paolo Pace che ne trasse finalmente il ritratto.

Tibia e Fibula della gamba destra di Giovanni della Bande Nere con i segni della ferita e dell'amputazione subita
Tibia e Fibula della gamba destra di Giovanni della Bande Nere con i segni della ferita e dell’amputazione subita

Baccio Bandinelli e il Monumento a Giovanni delle Bande Nere

I resti di Giovanni de’ Medici rimasero così a Mantova per lunghissimo tempo. Nel frattempo a Firenze il figlio naturale del capitano delle Bande Nere, il granduca Cosimo I, si adoperò per rimpatriare i resti mortali del genitore. Dette così ordine a Baccio Bandinelli, tra gli artisti più ammirati e stimati dal sovrano, di progettare il monumento paterno. Bandinelli presentò il progetto all’illustre committente nel 1540 e si impegnò di ultimare l’opera entro due anni. Il monumento non solo avrebbe previsto la statua del compianto Giovanni ma anche la presenza di due rilievi raffiguranti episodi della vita del condottiero. La destinazione finale dell’opere avrebbe dovuto essere la Cappella Neroni all’interno della Basilica di san Lorenzo. Un tale ubicazione spiegherebbe la posizione seduta dell’effigiato che, per problemi di spazio, mal si sarebbe prestato a una rappresentazione stante. Nonostante i patti siglati l’opera non venne però mai terminata.

La Basilica di San Lorenzo e il Monumento a Giovanni delle Bande Nere di notte
La Basilica di San Lorenzo e il Monumento a Giovanni delle Bande Nere

Racconta Giorgio Vasari che Cosimo I aveva pensato inizialmente di commissionare l’opera al Tribolo ma poi la scelta ricadde su Baccio Bandinelli, appena rientrato dal soggiorno romano. Baccio, a detta del Vasari, si sarebbe poi fatto portare nella sua bottega dei marmi che erano stati precedentemente lavorati da Michelangelo. Bandinelli, per quanto avesse subito l’influsso di quest’ultimo, era divenuto in qualche modo un rivale artistico del Buonarroti e i legami tra i due non erano affatto dei migliori. Come ci dice lo stesso Vasari, Baccio prese i marmi che si era fatto recapitare e “tagliò e tritò in pezzi […] parendogli in questo modo di vendicarsi e fare a Michelagnolo un dispiacere”. Nonostante gli accordi pattuiti prevedessero la consegna del monumento entro il 1542, alla morte del Bandinelli nel 1560 l’opera era ancora incompleta.

Agnolo Bronzino, Ritratto di Cosimo I in armatura, 1545 ca., Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid
Bronzino, Cosimo I, Madrid, coll. Thyssen-Bornemisza

Il Giovanni delle Bande Nere “dimezzato”

Il monumento non era dunque stato completato. La statua non era terminata e uno dei due rilievi, che doveva raffigurare una scena di lotta, non fu mai realizzato. Col fallimento della commissione il granduca di Toscana rinunciava di fatto a riportare a Firenze la salma paterna; essa tornò in patria solo nel 1685. Bandinelli era lontano dal terminare la statua di Giovanni delle Bande Nere: la sua testa pare come mancare di un pezzo mentre l’oggetto che tiene in mano è stato solamente abbozzato. Quest’ultimo è stato variamente interpretato come lo scettro del comando o come, più verosimilmente, una lancia. La figura seduta, vestita all’antica con una lorica muscolata, ha dei chiari antecedenti all’interno della vicina Sagrestia Nuova. I due monumenti medicei di Lorenzo duca di Urbino e di Giuliano duca di Nemours, opera di Michelangelo, funsero da ideali punti di partenza per la statua commissionata a Baccio Bandinelli.

Baccio Bandinelli, statua di Giovanni delle Bande Nere
Baccio Bandinelli, Giovanni delle Bande Nere
Michelangelo, Giuliano duca di Nemours e Lorenzo Duca di Urbino, Sagrestia Nuova, Basilica di San Lorenzo, Firenze
Michelangelo, Giuliano duca di Nemours e Lorenzo Duca di Urbino, Sagrestia Nuova, Basilica di San Lorenzo, Firenze

Dalla Cappella Neroni la sola statua venne poi portata nel 1592 nella Sala Grande di Palazzo Vecchio in occasione del battesimo di Cosimo II. Fu infine per volere dello stesso Cosimo II che il basamento fu trasportato fuori dalla basilica e posto in piazza, all’angolo con via dei Ginori. Grazie a questa nuova collocazione la parte ora all’esterno della basilica prese il nome di “Base di San Lorenzo”. Il basamento è decorato nei lati brevi dallo stemma e dell’anello mediceo. Vi compaiono inoltre delle teste di leone che idealmente rimandano al Marzocco, simbolo di Firenze. L’intero basamento si caratterizza per l’uso dell’ordine dorico e presenta lungo la trabeazione, tra i triglifi e le metope, delle panoplie mentre sulla sommità vi sono dei bucrani inframezzati da serti vegetali.

Basamento di San Lorenzo (part.)

La Forza e la Clemenza di Giovanni de’ Medici

La parte più interessante dell’intera Base di San Lorenzo è senza ombra di dubbio il grande bassorilievo che la orna. Esso raffigura la presentazione di alcuni prigionieri allo stesso Giovanni il quale gli riceve con clemenza. La scena pare ambientata idealmente al tempo dei cesari e infatti i personaggi vestono armature all’antica. È chiaro dunque che Baccio Bandinelli nello scolpire la scena si sia ispirato a qualche antico sarcofago romano. Per quanto riguarda la scena mancante sappiamo, da una lettera dello stesso scultore indirizzata a Cosimo I, che essa avrebbe dovuto rappresentare una scena di battaglia. Tale bassorilievo non fu mai portato a compimento ma possiamo ricostruire il suo aspetto da un disegno che potrebbe costituirne il progetto.

Baccio Bandinelli, Clemenza di Giovanni delle Bande Nere
Baccio Bandinelli, Clemenza di Giovanni delle Bande Nere
Baccio Bandinelli, Combattimento, Christ Church, Oxford
Baccio Bandinelli, Combattimento, Christ Church, Oxford

Il monumento ricomposto

La Base di San Lorenzo non fu naturalmente immune al passare del tempo e alla trasformazione della città. Come un monumento vivo essa fu modificata nel 1812 per accogliere una fontana-abbeveratoio, ancor oggi esistente. Di questa fase è un preziosissimo documento la tela del 1830 di Giovanni Signorini che ci illustra come il monumento doveva apparire all’epoca. Il basamento però non dovette rimanere solo ancora per molto e infatti, nel 1850, si pensò di ricollocarvi la statua di Giovanni delle Bande Nere, da troppo tempo “esiliata” a Palazzo Vecchio. Da questo momento in poi la sprezzante satira fiorentina ha colpito più e più volte il povero Giovanni delle Bande Nere. Ad esser spesso vittima della satira fu specialmente la strana posizione seduta che tanto inusuale pareva ai fiorentini per un capitano di ventura.

Giuseppe del Rosso, Fontana
Giovanni Signorini, La base di San Lorenzo, 1830, Museo Tracce di Firenze, Firenze

Non solo la posizione seduta ma anche l’espressione un po’ imbambolata e la targa postavi nel 1850 furono presi di mira. La statua fu addirittura soprannominata “il Capitano Ebbe” per via di una non felice soluzione linguistica adoperata nella lapide postavi col restauro del 1850. La scritta RESTAURATA NELL’ANNO MDCCCL/ E POSTAVI LA STATUTA DEL GRAN CAPITANO/ EBBE ALFINE COMPIMENTO LA PREGEVOLE OPERA/ SCOLPITA DAL BANDINELLI/ fu la causa di tale soprannome. L’ultima traversia il monumento a Giovanni delle Bande Nere dovette subirla nel 1939. Con la sempre maggiore diffusione dell’automobile e i rinnovamenti urbani che interessarono Piazza San Lorenzo, il monumento fu spostato di qualche metro verso il sagrato della basilica. Tale spostamento, per cui vennero fatte delle prove con un modello fittizio, fu messo in atto per permettere una migliore transito sulla vicina strada di auto e carri.

Lapide "Capitano Ebbe"
prova con copia spostamento Giovanni delle Bande Nere

Messer Giovanni delle Bande Nere

dal lungo cavalvar noiato e stanco,

scese di selle e si pose a sedere.

– Epigramma satirico del tempo

Maledetti Toscani e Giovanni delle Bande Nere

Il monumento a Giovanni delle Bande Nere si ritaglia un posto d’eccezione in uno dei più noti libri della letteratura italiana contemporanea. Fu lo scrittore pratese Curzio Malaparte a dedicare alla statua di Bandinelli un intero capitolo del suo Maledetti Toscani, saggio sulla Toscana e gli animi della sua gente. Malaparte prende ancora una volta di mira la scultura, la reputa silenziosa e traditrice perché tutto ascolta e niente dice mentre tiene tra le mani tra le mani “il suo inutile bastone”. Nella finzione letteraria il monumento serve all’autore per indagare l’animo attaccabrighe dei fiorentini. Nel farlo, immagina una strana rissa estiva tra la statua e alcuni animosi giovani. Ecco dunque che Giovanni de’ Medici diviene bersaglio ideale di schiamazzi e ceffoni, contribuendo allo stesso tempo a rendere il monumento di Baccio Bandinelli uno dei simboli più iconici di Firenze.

“Giovanni delle Bande Nere non guardava in faccia a nessuno: a muso duro, a testa ritta, la bazza pelosa volta in su, col suo inutile bastone in mano. Faceva il sordo, ma non perdeva una parola dei discorsi della gente. E non era prudenza, la sua, bensì pigrizia, indifferenza e superbia.”

– Curzio Malaparte, Maledetti Toscani, XII, pp. 160-161
Curzio Malaparte, Maledetti Toscani

Firenze scultorea: https://www.sistemacritico.it/2019/09/21/un-trionfo-di-marmo-e-bronzo-nel-cuore-di-firenze-la-loggia-dei-lanzi/

Maledetti Toscani: http://www.mori.bz.it/Malaparte%20-%20Maledetti%20Toscani.pdf

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About Author

Danilo Sanchini

Danilo Sanchini, nato a Pesaro nel 1996. Attualmente studente di Storia dell'Arte presso l'Università degli studi di Firenze. Appassionato di Racconti, Leggende, Storie e ovviamente di Capolavori. Innamorato del bello e di ogni sua sfumatura. Scrivo per Sistema Critico da Maggio 2018.

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