Noi fuori: l’attualissima teoria della classe disagiata

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Noi fuori dallo sfarzo e dalla miseria

Non si dovrebbe augurare a nessuno di percepire i catastrofici effetti che la più ampia recessione che l’economia mondiale e la più internazionalista pandemia della storia hanno causato sul mercato del lavoro. Se poi, come nel caso delle generazioni nate dopo la metà degli anni ’80, questi cataclismi sociali hanno trovato perfetta coincidenza temporale con gli anni dell’istruzione e/o dell’inserimento lavorativo, gli effetti rischiano (e quasi sicuramente lo faranno) di condizionare negativamente l’intera esistenza dell’individuo.

Insomma, nascere millennials non è stato un grande affare.

Tuttavia, non è raro che questa visione un po’ drammatica venga contestata. In particolare, da chi invece preferisce sottolineare come le condizioni di vita medie delle ultime generazioni siano sistematicamente più alte di quelle registrare dall’alba dei tempi fino al secondo dopoguerra. E soprattutto, non troppo più basse di quelle vissute negli anni del boom.

Ma seguiamo un’impostazione diversa. Considerando invece come indice di povertà relativa il rapporto fra le scarse opportunità attualmente presenti sul mercato e le grandi possibilità che quest’ultimo sembrava fosse capace di offrire, è facile rendersi conto di quanto nessuno nella storia possa essere stato truffato dall’illusione dell’autorealizzazione e del successo lavorativo più di quanto noi, ventenni e trentenni di oggi, lo siamo stati.

Cresciuti a pane e speranza, forti della convinzione che il mondo potesse essere nostro come lo fu per i nostri genitori, noi figli di boomer abbiamo modellato il nostro stile di vita su degli standard che difficilmente riusciremo a mantenere con il nostro lavoro.

Noi fuori dalle grandi speranze, dai loro ingranaggi

“Troppo ricchi per rinunciare alle proprie aspirazioni, troppo poveri per realizzarle”: è intorno a questo leitmotiv che Raffaele Alberto Ventura, autore de “La teoria della classe disagiata” (edita nel 2017 ma già circolante in rete da anni, dove era diventato soggetto di un vero e proprio culto carbonaro) fa girare il proprio saggio, che più che ad una semplice narrazione della condizione giovanile nell’epoca delle crisi assurge al ruolo di manifesto generazionale.

Copertina dell’edizione del 2017 de “La teoria della classe disagiata”, pubblicata da Minimum fax

Il come si formi una classe disagiata, è presto detto: quando lo sviluppo dell’economia è galoppante la popolazione cresce, e le nuove generazioni, durante l’infanzia, l’adolescenza e fino alla scelta degli studi godono di un benessere direttamente discendente dalle tasche dei propri genitori. Sempre dalle tasche dei genitori, ma anche e soprattutto da quelle dello Stato, cala materializzata sotto forma di denaro quella possibilità di investimento nell’istruzione che si presume sia capace di garantire, allo stato dell’arte, elevate posizioni economiche e lavorative. Questo accade per due semplici motivi: risorse economiche abbondanti e fiducia nel fatto che la crescita dell’economia continui.

Ma cosa succede se, a seguito di un qualsivoglia motivo, il tasso di sviluppo si arresta o entra in fase discendente?

Succede che di ultra-istruiti, volenterosi di ingrassare quella classe media che sembrava non dovesse finire mai gonfiarsi, ce ne sono troppi. Sicuramente più di quanti il mercato del lavoro sia capace di assorbirne.

Ma per mercato del lavoro – ed è qui che sorge la differenza fra classe povera e classe disagiata – si intende quello più prestigioso, che garantisca redditi, posizioni sociali e consumi almeno pari a quelli della classe media o medio-alta della generazione dei genitori-finanziatori. Sostanzialmente, quello a cui quest’esercito di ultra-istruiti dava per scontato di poter appartenere per via delle proprie competenze e specializzazioni.

Noi fuori, siamo l’acqua sprecata ai confini dei deserti

Il fatto che i millennials siano diventati una classe disagiata è ovviamente stato determinato dall’arresto della crescita di cui avevano goduto le generazioni del boom. Ciò che secondo Ventura aveva permesso quella vitalità economica fu lo spirito fortemente keynesiano dell’economia, di cui il giusto connubio fra pubblico e privato aveva prodotto abbondanza e benessere. Il ruolo dello Stato, suggellato a quello di domandatore di ultima istanza, fu atto a sopperire all’assorbimento della disoccupazione in esubero attraverso forti spinte non solo dal lato dell’investimento pubblico, ma anche attraverso il lato del consumo. Dove non arrivava il mercato, arrivava lo Stato, e tutti erano contenti.

Ma l’armonia è oramai venuta meno. Il debito pubblico inefficace e l’inflazione hanno fatto venir meno la fiducia nei confronti di un welfare sempre più corrotto ed inefficiente.

Il risultato è stato, come ben sappiamo, l’austerità. Che questa sia stata la giusta soluzione o meno, non è importante ai fini dell’analisi. Ciò che conta, è il risultato: masse di precari istruiti (per dirla alla Bifo, cognitariato) impegnati in una guerra omnia contra omnes per accaparrarsi i pochi posti rimasti.

L’effetto può essere descritto attraverso quella vecchia legge della caduta tendenziale del saggio di profitto che se applicata sul corrente capitale umano pare essere stata predittiva per davvero.

L’investimento nell’istruzione non ha restituito quanto promesso, e la reazione non è stato altra se non quella di investire ancora. Più titoli, più competenze, più stage. Quindi più competizione, più offerta e alla fine posizioni sempre più instabili. Sempre e comunque per chi ce la fa. Agli altri resta un cumulo di cenere di vecchie speranze e aspettative non appagate.

Noi fuori dai campi dell’orgoglio e dall’ansia di medaglie

La teoria della classe disagiata, tuttavia, non è soltanto un libro di teoria economia. Anzi, forse non lo è per niente. È più una presa di coscienza generazionale, un’analisi della condizione di tutti coloro che probabilmente non riusciranno mai a incarnare il ruolo che prospettavano per sé stessi quando avevano quindici o vent’anni.

Siamo cresciuti drogati di aspettative, e ora ne siamo in astinenza. Abbiamo vissuto di pubblicità colorate e favorevoli congiunture economiche che oramai non esistono più. Siamo senza speranze di cambiamento che ci permettano di ottenere ed avere abbastanza (o almeno quanto crediamo di meritarci). Rimandiamo sistematicamente l’inserimento nella “vita attiva”, che probabilmente non farà altro che riservarci un infame ruolo di nobili decaduti.

Noi fuori dalle vacche grasse

È calzante il paragone che Ventura espone nell’introduzione tra la condizione di questa generazione e quella di Auguste Langlois, personaggio del romanzo Controcorrente di Huysmans.

Auguste, adolescente di umili origini, viene raccattato una sera per strada dal duca Jean des Esseintes. Viene portato in giro ad ubriacarsi e poi, infine, in un bordello. La storia si ripete per un po’ di mesi, ogni quindici giorni. Il piano che c’è dietro è machiavellico.

“La verità è che sto semplicemente costruendo un assassino”: con queste parole il duca si rivolge alla gestrice del bordello in risposta alla curiosità di quest’ultima sul perché del cadenzato appuntamento.

La volontà non troppo nascosta del duca è quella di creare un nemico per una società che odia. Infatti, dopo tre mesi, il duca scompare, lasciando Auguste in preda a delle voglie che non conosceva, ma che ora necessita di dover soddisfare.

“E allora lui ruberà, pur di continuare a venire in questo bordello! Farà ogni sorta di follia pur di rotolarsi su questo divano! E alla fine, costretto alla rapina, io spero che ammazzerà qualcuno!”

Pochi di noi andranno a rubare, e ancor meno ammazzeranno qualcuno o impiegheranno il proprio tempo nell’escogitare truffe mirabolanti; tutti gli altri accetteranno mestamente lavori sottopagati e poco all’altezza delle proprie competenze.

Ma una cosa ci accomuna tutti: il paradiso è perduto, e già ci manca da morire.

Noi fuori da Manzoni e da Mameli

Ma non solo nell’introduzione Ventura mette in scena le proprie allegorie sulle condizioni della classe disagiata. Il libro, infatti, rappresenta un’antologia di casi letterari e teatrali, che accompagnano la trattazione scientifica dandone sapore e vigore.

Volendo trattare l’economia come fosse letteratura e la letteratura come fosse economia, Ventura assume un compito arduo. Tuttavia, data l’efficace realizzazione, non fa altro che rendere le spiegazioni degli ingranaggi economici estremamente più limpide.

Gli espedienti delle commedie di Goldoni, considerato da Ventura un fine economista del suo tempo, vengono ripescate per sostenere la spiegazione degli attuali meccanismi di mercato. Le opere di Cechov e di Kafka, invece, ricorrono continuamente per supportare la descrizione dello stato d’animo dei disagiati, dato dal fallimento nel perseguimento dei propri obiettivi e la conseguente perdita degli orizzonti.

Kafka in particolare rappresenta per l’autore il capostipite della classe disagiata. È un individuo estenuato dalla lotta quotidiana per ricavare spazio e modo di leggere e scrivere, volenteroso di partecipare alla lotteria di un mercato artistico in cui la domanda è alta ma l’offerta ancor di più e ingolfato nelle sue aspirazioni dal padre che lo condanna ad una vita impiegatizia e troppo distante dalle sue inclinazioni.

Franz Kafka racconta la sua tragedia nei diari e nella Lettera al padre, mettendosi in scena come uomo perennemente fuori posto, ovvero disagiato. “La mia educazione mi ha nuociuto in molti sensi” dichiara infatti, in un passo, lo scrittore praghese. Parole che risultano, considerato tutto ciò che è stato scritto fino ad ora, tremendamente attuali.

Noi fuori dalle condizioni dei finanziamenti

I drammi di mercato che hanno reso possibile la creazione di una classe disagiata non esauriscono gli effetti soltanto nella creazione di quest’ultima. Ne causano molti altri con cui tuttavia la correlazione è lampante.

La teoria per la quale l’ascesa dei populismi sia stata favorita dalla lenta decostruzione della classe media è certamente tra le più accreditate.

Lo stesso Schumpeter, annoverato nel Pantheon degli economisti, e di cui le teorie rappresentano ancora oggi spunti essenziali per lo studio della dottrina economica, sottolineò come uno degli ingranaggi più compromettenti del capitalismo risieda proprio nella creazione di disoccupazione intellettuale, che aumenta il radicalismo politico (a destra o a sinistra) contro le dinamiche di mercato. “L’insoddisfazione genera risentimento”, e chi più di un intellettuale, di uno studioso, di un istruito, di un competente e quindi attualmente di un declassato riesce a manifestare questo risentimento in maniera coinvolgente e persuasiva?

L’Italia, infatti, accusa da tempo un mismatch fra domanda e offerta sul mercato del lavoro, dato dal fatto che le aziende cercano profili con competenze diverse da quelli disponibili: sotto l’infelice denominazione di lauree inutili sono state convogliate tutte quelle specializzazioni in materie umanistiche che rappresentano attualmente il vero cuore pulsante della classe disagiata.

Noi dentro ai contagi e alla peste

Gli effetti della pandemia probabilmente non faranno altro che accrescere ulteriormente quel gap fra aspettative e realtà già molto alto. Uno degli indicatori più visibili già attualmente è l’aumento dei neet.

Il fenomeno è causato dall’arrendevolezza nei confronti della ricerca di un lavoro stabile e soddisfacente oramai diventato un miraggio.

La cosa peggiore sta nel quanto la politica sembri incapace di mettere in atto o almeno di formulare strategie di sviluppo capaci di creare terreno fertile per una nuova età dell’oro.

Come recita l’ultimo verso della canzone “Noi fuori” dei Ministri, che ha accompagnato l’alternarsi dei paragrafi in questo articolo, “… Noi fuori non sappiamo cosa fare.”. E questa citazione fa il paio con un’altra di Kafka, ricordata più volte nel libro di Ventura: “c’è molta speranza, ma nessuna per noi”.

La teoria della classe disagiata, getta luce su una condizione futura che sembra inesorabile per tutti coloro che si affacciano al mondo degli “adulti”. La profezia dell’autore, con la quale il libro si conclude, cede al pessimismo: “… La classe disagiata verrà interamente consumata. Un solo compito le resta: testimoniare.”

È dall’alto che ci dividono, è là in alto che inventano il pericolo

Chi scrive quest’articolo, invece, non pensa che l’unica missione rimasta sia quella di prendere una sorta di coscienza di classe.

È certamente necessario tenere le distanze da quell’industria della speranza fatta di slogan e doverismi che ha come solo output l’alimentazione del mito del self-made-man versione 2.0.

Facendosi plagiare da queste idee, che continuano a supportare in maniera stucchevole e retorica l’idea per cui ognuno sia unico artefice del proprio successo o insuccesso, si rischia di interiorizzare falle del sistema interpretandole come incapacità personali.

Una volta ottenuto il quadro d’insieme, una volta avute le idee chiare, non si può gettare la spugna e accettare l’infame ruolo di bug del sistema. Il fatto di non aver ricevuto quello che ci si aspettava non implica l’impossibilità di ottenerlo comunque, magari in modi ancora non sperimentati.

Solo chi ha subito gli effetti perversi di certi meccanismi può capire cosa migliorare, cosa cambiare, come evitare di dover stare a rappezzare continuamente.

Non è un caso che l’inquadramento del problema sia venuto fuori dalla testa di un trentenne. Non è detto che, dagli studi inutili di qualche altro disagiato, non possa venir fuori anche una soluzione.

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About Author

Pasquale Bucci

Nato e cresciuto nell'Alto Salento, attualmente studente dell'Alma Mater. Appassionato di teorie economiche eterodosse ed "eretiche". In sostanza, il "there is no alternative" di thatcheriana memoria non mi ha mai convinto del tutto.

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