Cina in Africa: una nuova forma di colonialismo ?

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“In questo momento si potrebbe dire che qualsiasi grande progetto nelle città africane che sia più alto di tre piani o strade che siano più lunghe di tre chilometri molto probabilmente è opera dei cinesi” afferma Daan Roggeven, architetto autore di numerosi studi sull’urbanizzazione in Cina e Africa.

L’interesse cinese nei confronti del continente africano risale sino alla nascita della Repubblica popolare nel 1949. Per il Partito comunista cinese l’Africa aveva un ruolo fondamentale nella diffusione dei principi della rivoluzione maoista e si impegnò ad ottenere il riconoscimento della Repubblica da parte degli stati africani, supportando i vari movimenti di liberazione in nome dell’anticolonialismo. In cambio del supporto politico africano la Prc avviò la prima costruzione di reti ferroviarie, ospedali ed università. Lo scopo principale era porre le prime basi politiche ed economiche per una futura posizione chiave sul continente; il governo cinese, consapevole delle risorse naturali africane, ambiva a colmare il vuoto lasciato dalle potenze europee.

Tuttavia, solo all’alba del XXI secolo la Cina, potenza emergente, istituzionalizza formalmente un impegno politico, economico e militare sul continente con la creazione del Forum per la cooperazione Cina-Africa (FOCAC). L’interazione tra le due parti si fonda sulla loro complementarietà economica: da un lato la necessità africana di infrastrutture, dall’altro il crescente fabbisogno cinese di risorse naturali. La carenza africana perenne di centrali elettriche, reti di telecomunicazione e trasporto incontra le esigenze cinesi.

Infrastrutture

A partire dal 2009 la Cina è il primo partner commerciale del continente africano. Dal 2011 gli investimenti esteri dietro il boom delle infrastrutture africane sono per il 40% cinesi. I finanziamenti aumentano dai 500 milioni di dollari del 2001 ai 14 miliardi del 2011. Tra i progetti più importanti compaiono la linea ferroviaria lungo la costa della Nigeria (12 miliardi di dollari) e quella che collega Addis Abeba al porto di Gibuti (4,5 miliardi di dollari).

Materie prime

Sul fronte cinese ruolo fondamentale è ricoperto dalle importazioni, costituite per il 64% da petrolio. L’Africa rifornisce la Cina con 1,2 milioni di barili di greggio al giorno ma non si tratta solo di oro nero, un significativo 22% è costituito da minerali. Il continente possiede circa la metà dei giacimenti mondiali di Manganese, elemento fondamentale per la produzione di acciaio e significativi quantitativi di Coltan, essenziale per l’industria delle componenti tecnologiche. Il carattere degli interessi cinesi è dimostrato dal fatto che la maggioranza dei finanziamenti alle infrastrutture è destinata ai paesi africani ricchi di risorse naturali.

Ma non si tratta solo di pure transazioni commerciali, la Cina ha anche avviato aiuti e assistenza ai paesi africani al fine di facilitare lo scambio commerciale e gli investimenti diretti. In particolare l’interesse degli ultimi anni riservato alla salute e all’istruzione rientra nella strategia di soft power, utile a Pechino per dare un’immagine positiva delle operazioni di sfruttamento sul territorio.

La nuova via della seta

Nel 2013 Pechino annuncia la Belt and Road initiative. La “nuova via della seta” prevede un massiccio piano di investimenti che coinvolge ben 71 paesi tra Sud-est asiatico, Africa ed Europa nello sviluppo di vie commerciali terrestri “belt” e rotte marittime “road”. Nello specifico gli interessi cinesi in Africa si sono concentrati nella parte orientale del continente. A gennaio 2021 una delle più grandi multinazionali cinesi firma un accordo da 350 milioni di dollari in investimenti per trasformare il porto di Gibuti in un polo commerciale internazionale. Dopo l’insediamento di una base militare su territorio gibutiano nel 2017, Pechino consolida ulteriormente la partnership strategica con il Gibuti. Il paese è oggetto d’interesse cinese per la sua posizione strategica, al crocevia di una delle rotte marittime più trafficate, in prossimità del canale di Suez.

Quali rischi?

A livello internazionale la BRI ha sollevato polemiche, portando ad accuse di neocolonialismo. Secondo i critici Pechino potrebbe usare la debt-trap diplomacy. Trattando con paesi ad elevato livello di povertà potrebbe sfruttare la possibilità che i partner non riescano a pagare i debiti contratti richiedendo concessioni strategiche. Se la Cina è il diventato il primo partner commerciale dell’Africa possiede anche il 15% del suo debito estero, per un totale di 143 miliardi di dollari.

La rete ferroviaria Addis Abeba-Gibuti è costata all’Etiopia un quarto del suo budget totale del 2016, la Nigeria ha dovuto rinegoziare il contratto con la controparte cinese non riuscendo a pagare mentre ad Aprile 2020 la Tanzania, dopo anni di trattative, ha respinto il progetto di Bagamoyo ritenendo che l’accordo andasse quasi esclusivamente a vantaggio della Cina. Il piccolo villaggio tanzaniano sarebbe stato oggetto di 10 miliardi di dollari d’investimenti per trasformarlo nel più grande porto d’Africa.

In particolare il caso Bagamoyo è emblematico dell’evoluzione delle relazioni sino-africane. Se le iniziative e gli interessi provengono per lo più dalla Cina, è altrettanto evidente che le sue politiche si sono scontrate con le diverse realtà del continente, smentendo la percezione di eredità colonialista che vede i paesi africani come oggetti passivi di politiche estere. In conclusione, il futuro dei rapporti tra Cina e Africa è molto più imprevedibile di quanto possa sembrare.

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About Author

Ghea Felici

Classe 2001, studentessa di Scienze Internazionali e diplomatiche a Forlì. Mi piace scoprire cose nuove in giro per il mondo e mettere in pratica i miei 5 anni di liceo linguistico. Quando non viaggio cerco di scrivere di Politica ma niente di serio. Appassionata di Giustizia e Diritti, illusa sostenitrice delle cause perse.

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