Breaking News del mercoledì

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Dopo la pausa pasquale, torna Breaking News del mercoledì, la raccolta di notizie settimanale a cura si Sistema Critico. Oggi partiamo dal freddo della Groenlandia, dove il partito Inuit ha vinto le elezioni. Poi ci spostiamo in Medio Oriente, dove c’è stato un attento a una centrale nucleare iraniana e sembra che dietro ci sia Israele. Poi in Sudan, perchè centinaia di donne hanno protestato per tutelare i loro diritti e per contrastare la proposta del capo della polizia. Chiudiamo la nostra rassegna negli Stati Uniti perchè a Minneapolis un afroamericano è morto per mano di un agente.

Elezioni in Groenlandia: la sostenibilità vince sullo sviluppo economico

Si sono appena tenute in Groenlandia le elezioni governative, che hanno visto vincitore il partito d’opposizione Inuit Ataqatigiit (letteralmente “comunità Inuit”). Vittoria storica sui socialdemocratici Siumut di Erick Jensen, principale partito groenlandese dal 1979, già sconfitti nel 2009. Il leader del partito radicale di sinistra, Muté Bourup Egede, a soli 34 anni potrebbe diventare Primo Ministro della Groenlandia: il più giovane del mondo.

La campagna elettorale di IA si è basata in larga parte sull’obiettivo di contrastare un controverso progetto minerario, la cui rilevanza è stata causa dell’anticipazione delle elezioni stesse. Si tratta della diatriba sullo sfruttamento di risorse minerarie nel monte Kuannersuit (Kvanefjeld in danese), che attira molti investitori stranieri per la ricchezza di terre rare e uranio.
L’opposizione della Comunità Inuit congelerebbe per i prossimi quattro anni il progetto, a discapito dell’indipendenza economica e politica della nazione, tuttora costitutiva del Regno di Danimarca.

Inuit Ataqatigiit non è contrario allo sfruttamento delle risorse minerarie in generale, ma si concentra sul caso di Kuannersuit. La decisione è dovuta al fatto che, stando ad una stima del think tank Polar Research, la montagna sarebbe “il secondo più grande giacimento di metalli rari al mondo, e la quinta più grande riserva di uranio. Ed è proprio l’elevata radioattività dell’uranio a destare preoccupazione.

Per quanto la notizia delle elezioni groenlandesi non abbia avuto particolare risonanza, le decisioni che verranno prese in merito al progetto minerario potrebbero rivelarsi di notevole importanza per le economie globali.

Agnese Galli

Attacco terroristico alla centrale nucleare iraniana, quasi certo il coinvolgimento di Israele

Un attacco terroristico ha danneggiato l’impianto elettrico della centrale nucleare di Natanz, in Iran, senza causare vittime né feriti. Un ordigno, precedentemente nascosto nell’area, ha fatto saltare in aria alcune centrifughe bloccando in modo grave il funzionamento di una centrale vitale per il progetto nucleare di Teheran. Questa volta persino i media israeliani che appoggiano la politica del governo non si sono premurati di nascondere il coinvolgimento del proprio paese. Di fatto, si tratta dell’ennesima efferata operazione del Mossad attuata sul territorio iraniano, pochi mesi dopo l’assassinio di Fakridazeh.

L’intera faccenda si inserisce in un’ampia cornice di conflitto sempre più aperto fra Teheran e Gerusalemme. In particolare, il Mossad si è rivelato nell’ultimo anno un’autentica spina nel fianco per i servizi segreti iraniani, che vengono puntualmente colti impreparati. L’Iran, grande potenza regionale, appare sempre più come un gigante barcollante: pericoloso, ma colpito come un pugile sul ring. Si tratta del terzo attacco frontale sul proprio territorio (o comunque su un territorio controllato, come nel caso dall’omicidio Suleimani) subito in poco più di un anno. Per un simile attore internazionale, si tratta certamente di un minaccioso campanello d’allarme.

Il fatto è accaduto pochi giorni prima dell’apertura, a Vienna, di nuovi colloqui per ridare vita all’Accordo sul Nucleare. Teheran al momento non ritiene di doversi sedere a un tavolo con Washington, e attende, almeno formalmente, un rientro americano nell’Accordo “as it was”. Gli USA di Biden invece sperano in un nuovo accordo, preceduto da un rientro dell’Iran entro i parametri di arricchimento dell’uranio stabiliti un tempo. Nel frattempo, la diplomazia degli altri firmatari dell’accordo P5 + 1 è all’opera per riavvicinare statunitensi e iraniani, ma le azioni israeliane in Medio Oriente rischiano di minare le basi del processo.

Matteo Suardi

Essere donna in Sudan

Khartoum, aprile 2021: centinaia di donne sono scese in piazza per chiedere delle norme che le tutelino da violenze e molestie, per chiedere la parità di genere. Più associazioni di donne si sono unite, scrivendo una lettera al primo ministro e al responsabile della Giustizia. Han chiesto al governo di “avere il coraggio di continuare nel cammino di civilizzazione”, come recitava uno degli striscioni che sono sfilati davanti a tutti i palazzi del potere.

Il capo della polizia di Khartoum Issa Adam Ismail, lo scorso 20 marzo, aveva richiesto di riattivare la legge dell’ordine pubblico del regime di Omar El Bashir. Una legge aberrante, che prevedeva che gli agenti di polizia potessero bastonare le donne vestite, secondo il loro giudizio, in maniera provocante. La risposta è stata immediata: il giorno dopo questa richiesta, sono esplose le proteste delle donne e il ministero dell’Interno ha dichiarato la sua estraneità alla proposta di Ismail.

Essere donna in Sudan non è semplice. Questo perché all’essere oggetto di molteplici tipi di discriminazione e violenze di genere, specialmente nelle aree rurali, si va a sommare la situazione di grave povertà. La forte coesione con cui le donne hanno reagito, fa ben sperare: potrebbe essere il segnale che la situazione per le donne in Sudan sta finalmente cambiando.

Letizia Vian

Ventenne afroamericano ucciso a Minneapolis

Domenica scorsa a Minneapolis un agente ha sparato ferendo mortalmente Daunte Wright, un ragazzo afroamericano di 20 anni.

La pattuglia aveva fermato il ragazzo per una piccola infrazione stradale, per poi scoprire che su di lui pendeva un mandato di cattura per non essersi presentato in tribunale per rispondere ad alcuni reati minori. Allora uno dei poliziotti cerca di immobilizzarlo, ma il ragazzo riesce a liberarsi e risale in macchina con l’intento di scappare. A quel punto, durante un attimo concitato, la poliziotta spara un colpo a brucia pelo verso il guidatore che gli sarà fatale.  

La polizia di Minneapolis ha reso pubblico il filmato dell’accaduto, in cui si vede l’agente Kim Potter urlare “taser”, per poi esclamare “Holy shit! I shot him”. Daunte riesce comunque a fuggire per un tratto, per poi schiantarsi e morire prima dell’arrivo dei soccorsi. Il comunicato ufficiale della polizia parla di un errore. Infatti, secondo quanto dichiarato dalla stessa poliziotta, Potter ha confuso il taser in dotazione alla polizia di Minneapolis con la pistola.

Una ferita che brucia ancora a Minneapolis

In effetti, anche dal video sembrerebbe trattarsi di un incidente piuttosto che di un omicidio per motivazioni razziali (anche se bisogna attendere le indagini ancora in corso). Ciò, però,  non ha placato gli umori di una Minneapolis ancora segnata dall’omicidio di George Floyd e che, in questi giorni, sta seguendo con attenzione il processo dell’agente che l’ha soffocato per 9 minuti con il ginocchio, Derek Chauvin. Al diffondersi della notizia della morte di Wright centinaia di persone si sono riversate per le strade a protestare, arrivando a scontrarsi con la polizia. Il sindaco di Minneapolis ha disposto il coprifuoco ieri notte, dispiegando anche l’esercito per mantenere la sicurezza. Insomma, altri giorni di fuoco nella città del Minnesota, in cui, tra le forze dell’ordine, oltre che ad un problema di razzismo, sembra esistere anche un problema di incompetenza.

Carlo Sapienza

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