Pena di morte negli USA: il persistere di un’assurdità

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Recentemente la pena di morte è tornata al centro del dibattito pubblico negli Stati Uniti, dopo che nuovi test del DNA hanno provato l’innocenza di un uomo giustiziato quattro anni fa. Intanto, lo Stato della Carolina del Sud ha reintrodotto la fucilazione come metodo di esecuzione alternativo.

Mentre in Europa le esecuzioni sembrano appartenere a un passato ormai superato, gli USA sono l’unico paese occidentale che applica la pena di morte, trattandosi assieme al Giappone di un’eccezione di rilievo tra i paesi industrializzati. Ad oggi 28 Stati federati prevedono questo tipo di punizione. 14 la applicano attivamente ricorrendo soprattutto all’iniezione letale e in misura minore alla sedia elettrica. Inoltre, la pena capitale è prevista per diversi reati federali tra cui omicidio (in varie circostanze aggravanti), terrorismo, sequestro e dirottamento.

Nel 2003 George W. Bush ha promosso una moratoria per tutte le esecuzioni federali. Tuttavia, 17 anni dopo, l’amministrazione Trump ha ripreso le esecuzioni portando il numero di giustiziati a 13 in soli 6 mesi. La decisione di Trump è giunta negli ultimi attimi della sua presidenza, prima dell’insediamento di Joe Biden che, al contrario, vuole il ripristino della moratoria.

Un rapporto del 2020 di Amnesty International fissa a 2.656 il numero dei detenuti nei bracci della morte. Nonostante ciò, negli USA vi sono segni di un graduale miglioramento, che fanno sperare in un abbandono definitivo di tale pratica. Nel 2018 lo Stato di Washington ha abolito la pena di morte, seguito dal New Hampshire nel 2019 e dal Colorado nel marzo 2020. Inoltre, alcuni Stati come la California, l’Oregon e la Pennsylvania stanno osservando una moratoria che ha sospeso le esecuzioni.

Questa tendenza incoraggiante si scontra però con alcuni avvenimenti recenti che evidenziano come il cammino verso una completa abolizione è ancora lungo.

Ledell Lee, vittima di un errore giudiziario

Nel 1995 Ledell Lee, un uomo afroamericano originario dell’Arkansas, è stato condannato alla pena capitale per aver ucciso la ventiseienne Debra Reese, trovata morta nella sua abitazione a Jacksonville. Nonostante i tentativi degli avvocati di scagionarlo per l’inconsistenza delle prove e la necessità di ulteriori analisi, il 20 aprile 2017 Lee ha ricevuto l’iniezione letale. Instancabilmente, le organizzazioni non profit per i diritti civili Innocence Project e American Civil Liberties Union (ACLU) hanno continuato ad occuparsi del caso anche dopo la sua morte. Grazie alle pressioni delle associazioni e dei familiari di Lee, la città di Jacksonville ha acconsentito alla conduzione di nuovi test sui reperti del delitto. In seguito, le analisi scientifiche hanno portato alla luce nuove prove a favore dell’innocenza del condannato, rilevando tracce di DNA appartenenti a un altro uomo.

Dal momento dell’arresto al giorno dell’esecuzione Ledell Lee ha sempre negato la sua colpevolezza. La riapertura del caso alla luce dei recenti sviluppi significherebbe ammettere che il sistema giudiziario abbia perseguito l’uomo sbagliato, con chiare implicazioni morali riguardo alla pena capitale. È impensabile un vero risarcimento alla persona direttamente interessata che ha dovuto pagare con la propria vita un errore giudiziario evitabile.

Il caso di Ledell Lee ha provocato l’indignazione pubblica, facendo sollevare nuove voci contrarie alla pena di morte. Intanto, la governatrice dell’Arkansas Asa Hutchinson ha difeso l’esecuzione di Lee, sostenendo che le nuove analisi sono inconcludenti e che la Corte ha agito in base alle prove disponibili.

L’esecuzione di Ledell Lee è avvenuta nel contesto di un’ondata di 11 esecuzioni tenutesi nello Stato, dopo un decennio di sospensione. L’attuazione improvvisa delle condanne era dovuta alle scorte del sedativo utilizzato nelle iniezioni, prossime alla scadenza e difficilmente rimpiazzabili.

Ledell Lee a una udienza nel 2017. Fonte: Benjamin Krain/The Arkansas Democrat-Gazette, via Associated Press

La scarsità delle iniezioni e la ricerca di metodi alternativi

Gli ultimi anni hanno visto un crescente boicottaggio da parte di alcune aziende contrarie alla produzione di sostanze utilizzate nelle iniezioni letali. Ad esempio, la farmaceutica Pfizer si è rifiutata di fornire i propri prodotti chimici ai dipartimenti carcerari americani, provocandone la scarsità. Come risultato, è iniziata la corsa di molti Stati alla riesumazione di vecchi metodi come la camera a gas e la fucilazione, precedentemente abbandonati in favore dell’iniezione, giudicata più moderna e umana.

È il caso della Carolina del Sud, dove il 17 maggio il governatore repubblicano Henry McMaster ha approvato una legge che impone ai condannati la scelta tra la sedia elettrica e la fucilazione qualora l’iniezione letale non fosse disponibile. Infatti, la richiesta di molti condannati di venire uccisi in quest’ultimo modo ha bloccato la capacità dello Stato di implementare la pena di morte per oltre un decennio. Così, il sistema giudiziario della Carolina del Sud si è trovato in una situazione di completo stallo. Una condizione insostenibile soprattutto per i detenuti, costretti fino alla fine a vivere nella totale incertezza riguardo al proprio destino.

La decisione sconcertante della Carolina del Sud arriva dopo quella dello Utah, che nel 2015 ha reintrodotto il plotone di esecuzione a un decennio dalla sua abolizione (non retroattiva). Il sistema giudiziario statunitense ha applicato raramente questo metodo, solo in tre occasioni negli ultimi quarant’anni. L’ultimo risale al 2010, quando le autorità dello Utah vi ricorsero per giustiziare Ronnie Lee Gardner, un detenuto che aveva espressamente richiesto tale pena.

La fucilazione avviene secondo modalità pianificate con cura, ma non per questo meno cruente. Le guardie incappucciano il detenuto e lo legano a una sedia circondata da sacchi di sabbia. Dopo aver localizzato il cuore con uno stetoscopio, un medico pone un bersaglio circolare sul petto del condannato. Infine, i cecchini sparano con fucili calibro 30 da delle fessure a 20 metri di distanza, causando la morte del detenuto per dissanguamento.

La stanza dell’esecuzione di Ronnie Lee Gardner, nella prigione statale dello Utah. Fonte: mirror.co.uk / Reuters.

L’opinione pubblica e la pena di morte

Negli ultimi 50 anni la società americana ha espresso opinioni altalenanti riguardo alla pena capitale, passando da una quasi abolizione totale negli anni ’70 a un ripristino della stessa. Nel 1972 la Corte Suprema dichiarò incostituzionale la pena capitale a seguito del caso Furman vs. Georgia. Il processo contro William Henry Furman, un afroamericano accusato di omicidio, era visibilmente sbilanciato a causa dei pregiudizi razziali. Siccome l’accusa puntava alla pena di morte, la difesa di Furman si appellò alla Corte Suprema, che conseguentemente si espresse a favore della cessazione delle esecuzioni.

All’epoca i movimenti per i diritti civili erano molto attivi e con loro avevano iniziato a diffondersi le idee contrarie alla pena capitale. L’opinione pubblica era divisa riguardo alla sua legittimità ed efficacia, sebbene alcuni sondaggi mostrassero il prevalere delle istanze abolizioniste. Decisivi furono alcuni episodi in cui le pene inflitte ai detenuti sulla sedia elettrica o nelle camere a gas si dimostrarono particolarmente cruente. Talvolta, l’incompetenza degli esecutori o l’uso di strumenti di scarsa qualità avevano procurato la morte dei condannati dopo diversi minuti di agonia. Inoltre, le condanne riflettevano palesemente le disparità sociali e razziali. Ancora oggi i condannati a morte provengono tipicamente da ambienti poveri e spesso appartengono a gruppi marginalizzati come afroamericani e ispanici.

Gli USA non erano mai stati così vicini alla soppressione totale della pena di morte. Tuttavia, a partire dalla seconda metà degli anni ’70, la società statunitense ha iniziato ad attraversare un periodo di stagnazione economica. Si prospettava un periodo di crisi, mentre la disoccupazione aumentava e di riflesso anche il tasso di criminalità. Tutto ciò fece virare l’opinione pubblica a favore della pena capitale, generando crescenti pressioni sulla politica. Nel 1976 la Corte Suprema approvò i nuovi statuti del Texas e della Florida, che cercavano in diversi modi di regolare il ricorso alle esecuzioni.

La deriva giustizialista della società

Al giorno d’oggi, sullo sfondo dei grattacapi per trovare alternative veloci, indolori e “morali” per porre fine all’esistenza di un individuo, nella società civile si fa strada l’idea che, in fondo, la pena di morte sia uno spreco di vita umana insensato. Tuttavia, gli Stati che ancora applicano questa punizione non intendono cogliere l’occasione data dall’inagibilità delle iniezioni letali per ripensare definitivamente il loro approccio alla giustizia.

Dopo la parentesi abolizionista degli anni ’70 e il ritorno dirompente delle opinioni favorevoli con un picco a ridosso degli anni ’90, l’opinione pubblica degli americani si è dimostrata nuovamente sempre più contraria alla pena capitale. Un sondaggio condotto dall’istituto Gallup indica che nel 2019 il 60% degli americani riteneva l’ergastolo una condanna più giusta rispetto alla pena capitale. Si tratta di un aumento del 15% in soli 5 anni.

Più in generale, mentre negli Stati Uniti la pena di morte sembra essere sempre più impopolare, in molte società occidentali si assiste a un montante giustizialismo e all’irrigidimento dell’opinione pubblica. Il rapporto Censis del 2020 indica che il 43% degli italiani sarebbe favorevole alla pena di morte. Una percentuale raddoppiata in 10 anni nel paese che ha dato i natali a Cesare Beccaria, uno dei primi pensatori a schierarsi contro la pena di morte già nel 1764.

A sostegno della pena di morte spesso si arriva a parlare di deterrenza. I contrari all’abolizione ritengono che la paura della morte induca i cittadini a non compiere crimini. Ma la realtà è più complicata e indica chiaramente che non c’è una correlazione tra l’applicazione della pena di morte e tassi di criminalità più bassi. Il numero di crimini commessi non è aumentato negli Stati americani che hanno abbandonato la pena capitale, nemmeno in quelli che hanno applicato una moratoria. Inoltre, ci sono diversi fattori che possono influenzare il tasso di criminalità in un paese, come la densità della popolazione, le disuguaglianze economiche, il livello di istruzione e la religione. Fattori che spesso vengono visti come costanti in alcuni studi condotti dai sostenitori della tesi della deterrenza.

Altre argomentazioni fanno leva sull’emotività e la volontà di vendetta, facendo breccia nell’opinione dei cittadini e spesso anche negli esiti dei processi. Negli USA è attivo il cosiddetto victims’-rights movement, ossia quell’insieme di movimenti che in diverse occasioni hanno esercitato pressioni per il mantenimento e l’attuazione della pena capitale, in quanto unico modo per soddisfare il senso di giustizia dei parenti delle vittime. La mediatizzazione del dolore talvolta può portare il pubblico a pretendere una giustizia sommaria e la compressione dei diritti dell’imputato, inficiando il corretto funzionamento della giustizia e fomentando la sfiducia dei cittadini nei confronti del sistema.

Una realtà dura a morire

Amnesty riporta che nel 2019 sono state giustiziate 657 persone in tutto il mondo. Un numero che potrebbe essere molto più alto, siccome la Cina non rende pubblici i dati delle sue esecuzioni. La pena di morte è ancora in vigore in 58 paesi, principalmente tra Africa e Asia, mentre in Europa persiste in Bielorussia. Arabia Saudita, Iran e Iraq sono i paesi che eseguono più condanne, l’81% del totale mondiale. Ad ogni modo, a livello globale si registra un calo del 5% rispetto al 2018. Un dato positivo, che però non può essere considerato veramente tale finché non si avranno passi sostanziali per un’abolizione totale.

In questo senso, gli Stati Uniti di Joe Biden possono mettere in atto un rinnovamento importante, riscoprendo i valori illuministi che hanno fondato la prima nazione liberaldemocratica della storia e abbandonando un tipo di giustizia brutale, implacabile, nonché tristemente incapace di rimediare ai suoi errori più grossolani.

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About Author

Massimiliano Marra

Di radici italo-cilene ma luganese di nascita, attualmente studio economia e politiche internazionali all’Università della Svizzera Italiana e mi interesso di storia e relazioni internazionali con un occhio di riguardo ai contesti extraeuropei. Nel tempo libero suono il basso elettrico, adoro esplorare i mondi sconosciuti della musica e perdermi tra le oscillazioni di particelle che risultano piacevoli all’udito.

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