Il Genocidio degli Herero e dei Nama: Germania e Italia a confronto

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Ad un secolo di distanza, la Germania ammette, nero su bianco: il massacro delle popolazioni Herero e Nama in Namibia durante il periodo coloniale tra il 1884 e il 1915 fu «genocidio». Il fatto che la Germania non desse un nome alle proprie colpe era uno dei motivi per cui in Europa questi avvenimenti sono stati poco conosciuti per così tanto tempo.

È questo il punto centrale di un accordo siglato dopo oltre cinque anni di trattative tra la Germania e il Paese africano. A titolo di «riconoscimento per il dolore inumano sofferto dalle vittime», Berlino verserà oltre un miliardo di euro – che sarà erogato in 30 anni – per sostenere i discendenti di Herero e Nama in progetti «per la ricostruzione e lo sviluppo». Non si tratta di un risarcimento su base giuridica e tale riconoscimento non apre la strada ad alcuna richiesta legale di risarcimento

Gli antefatti

Il genocidio degli Herero e dei Nama ebbe luogo nell’Africa Tedesca del Sud-Ovest (oggi Namibia) fra il 1904 e il 1907, nel periodo della spartizione dell’Africa. Il generale Lothar von Trotha incaricato di reprimere la ribellione diede l’ordine di sterminio: “Entro i confini tedeschi ogni Herero, armato o disarmato, con o senza bestiame, sarà ucciso. Non accetterò più donne e bambini, riportateli alla loro gente o fateli fucilare”. Circa 65.000 degli 80.000 Herero e almeno 10.000 dei 20.000 Nama furono uccisi in quel periodo, in una pagina di storia ancora poco nota al grande pubblico. Già nel 2004 il governo tedesco aveva riconosciuto i suoi crimini, ma escludendo qualsiasi risarcimento finanziario per i discendenti delle vittime.

Il genocidio degli herero e dei nama è stato anche campi di concentramento, studi razziali, esperimenti medici e crimini indiscriminati sulla popolazione civile, composta in prevalenza da pastori, anticipano l’orrore a venire nella storia europea. Un genocidio, questo, che prefigura quello degli armeni del decennio successivo – in cui, ancora una volta, fu coinvolto l’esercito tedesco – e la Shoah, inaugurando la pagina d’infamia dei genocidi del Novecento.

La memoria collettiva, Germania e Italia a confronto

Questo capitolo di storia recente ci porta al nucleo centrale dell’articolo: I tedeschi hanno fatto i conti con il loro passato, anche questa volta. Ed è questa la differenza più importante tra la memoria collettiva italiana e quella tedesca.

La tendenza del corpo sociale a guardare avanti è naturale, così come è stata spontanea l’esigenza delle società italiana e tedesca di lasciarsi alle spalle il passato il più velocemente possibile. A maggior ragione nel caso italiano, dove all’esperienza dolorosa della guerra è succeduta una fase traumatica come quella della Resistenza: da un lato una guerra di liberazione nazionale, dall’altro anche una guerra civile tra italiani.

La comunità ebraica in Italia, piuttosto che puntare il dito – e avrebbe avuto tutto il diritto di farlo – contro gli italiani che li avevano denunciati, fatti catturare e consegnati nelle mani dei tedeschi, come nel caso della Repubblica sociale italiana, sottolineò l’aiuto ricevuto dalle persone, dalla Chiesa o da intellettuali.

Del resto dipingere gli italiani solo come “bravi italiani”, caricando i crimini quasi esclusivamente sulle spalle dei tedeschi, è stato il meccanismo con il quale l’Italia ha rinviato il momento della consapevolezza di cos’erano stati la guerra e il fascismo. Anche in Germania c’è stata una fase in cui i tedeschi si sono dipinti come vittime del regime nazista, ma le pressioni internazionali e, nel caso della Germania Federale, anche i dossier che la Ddr ha raccolto sugli ex nazisti entrati a far parte della sua classe dirigente, le hanno imposto di misurare le responsabilità nelle aule giudiziarie. In Italia questo non è accaduto.

Al contrario in Italia si può arrivare ad affermare, anche a livelli istituzionali alti, che il fascismo “non è stato così grave” o “ha avuto solo la colpa di fare le leggi razziali”, magari alludendo in quest’ultimo caso al fatto che ci sia stato imposto dalla Germania, cosa dimostrata come non vera. La rimozione insomma incide anche sul presente, consegnandoci un’Italia immatura.

Bisognerebbe spiegare meglio a scuola cos’ha fatto il generale Graziani in Etiopia. Andrebbe raccontata l’invasione italiana di gran parte dell’ex-Jugoslavia e della Grecia, Paesi dove sono stati commessi gravi crimini di guerra.

Quando si analizzano le foibe dimentichiamo, o meglio non sappiamo, che esse furono la conseguenza storica delle vicende successive al Trattato di Rapallo del 1920, e soprattutto della rovinosa invasione nazifascista nel 1941 della Jugoslavia, che produsse l’annientamento dei civili.

L’Italia ha potuto mettere sotto processo i tedeschi per i crimini compiuti in Italia, ma non è stato possibile fare altrettanto per i 200-300 collaborazionisti della Repubblica sociale italiana che commisero assieme a loro i crimini perché coperti dall’amnistia Togliatti.

Detto più semplicemente, all’epoca, nell’immediato dopoguerra, il discorso politico in Germania si impostò sul concetto che i tedeschi avevano scelto volontariamente il nazismo, e quindi ne erano complici. Diversamente, in Italia, l’impostazione fu che gli italiani subirono il fascismo, partito da un colpo di stato, e dunque non ne erano complici, e non avevano di che vergognarsi.

La mancata Norimberga italiana, per usare un termine coniato nei primi anni duemila da diversi storici italiani che affrontarono la vicenda, è in larga parte responsabile del fatto che gli italiani non hanno mai fatto i conti col fascismo e che il fascismo non è mai stato completamente consegnato alla storia.

Un caso Italiano

Armadio della vergogna“, così Franco Giustolisi intorno alla metà degli anni 90, definì un armadio rimasto chiuso per oltre quarant’anni, in cui, nel 1994 vennero trovati gli incartamenti dei processi mai computi ai criminali di guerra italiani.

Analizzando i documenti, oggi liberamente consultabili da chiunque e conservati presso gli uffici dell’ex tribunale militare di La Spezia, emerge che all’epoca, sul finire degli anni quaranta, a ormai qualche anno di distanza dalla fine della seconda guerra mondiale, in Italia si manifestò la precisa volontà politica, dell’allora classe dirigente italiana di “dimenticare il fascismo”, e non affrontandolo il fascismo è rimasto lì, a sedimentare e fermentare. L’Italia decise quindi, per mantenere l’integrità e l’unità dei propri territori, di non richiedere alla Jugoslavia di processare i propri criminali, tra cui i responsabili degli eccidi delle Foibe, che nel nuovo asset del governo di Tito ricoprivano incarichi di rilievo e posizioni centrali.

La cura per la memoria, l’amore per la verità e la sua trasmissione, l’educazione e i monumenti non valgono a vaccinare dalle ricadute né dalle nuove barbarie. Possono perfino, a volte, dar loro un pretesto. Mi piacerebbe che non fosse così, ma io penso che la memoria sia prima di tutto fine a se stessa. Un paese, e del resto una persona, che si metta in regola col proprio passato non si garantisce per il futuro: fa la cosa giusta. Del resto, è vero il contrario: che rimozione e falsificazione del passato preparano il peggior futuro. In conclusione oggi l’Europa, anche in ciò che ha di precario e artificioso, è migliore delle sue parti. Umori cattivi premono dal basso sull’intero continente e l’Unione europea è ancora la principale tentata assicurazione contro cattiverie e paure dei suoi Stati.

Il Genocidio degli Herero e dei Nama: Germania e Italia a confronto

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About Author

Claudio Mariani

23 anni, studente di Storia all'università di Bologna. Appassionato di filosofia e cinema. Adoro i film sugli zombie e la musica funky. Ho tanti capelli.

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