Calcio e colore. Carrà e i mondiali del 1934

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In Italia, si sa, sono poche le cose che hanno la capacità di smuovere l’intera popolazione. Tra di esse nulla ha più potere della nazionale di calcio, capace di mettere d’accordo, almeno per una volta, quasi sessanta milioni di italiani. Le Notti magiche, come cantate nel lontano ’90 da Edoardo Bennato e Gianna Nannini, sono tornate e mai, come in questo periodo, ricco di angosce, tristezza e restrizioni, hanno quel sapore di libertà e spensieratezza che tanto manca al popolo italiano. Il mondo del pallone ha proprio un fascino magnetico su tutti noi e nemmeno gli artisti ne sono rimasti insensibili. Tra di essi ce n’è uno che più di tutti rimase conquistato alla maglia azzurra: Carlo Carrà. Chissà da quale momento, da quale partita e da quali giocatori trasse ispirazione per realizzare una delle sue più celebri tele, la Sintesi di una partita di Calcio.

Carlo Carrà, La partita di calcio, 1934, Galleria comunale d’Arte moderna, Roma

Carlo Carrà. Pittura e passione

Per quanto un nome così altisonante come quello di Carlo Carrà non abbia bisogno di presentazioni, è bene ricordare perché questo artista è così importante per la pittura italiana della prima metà, e non solo, del XX secolo. Nato a Quargnento, nella provincia di Alessandria, nel 1881 Carrà ebbe la fortuna di studiare e vivere gli ambienti culturali parigini e londinesi. Fu affascinato dalla pittura dei più grandi maestri dell’800 francese, come Cézanne e Renoir, così come dell’inglese Turner e Constable. Tale formazione, che comprese anche la pittura antica, gli permise di avere sempre uno sguardo attento al passato che spesso non manca di essere rimarcato nelle sue opere. Divenuto amico di Umberto Boccioni, aderirà all’avanguardia futurista per cui firmerà anche il celebra Manifesto. Questa fase futurista durò però relativamente poco: dopo appena sei anni, nel 1916, assieme a Giorgio de Chirico, darà vita alla Pittura Metafisica.

Carlo Carrà non era ancora arrivato a un punto fermo della sua maturazione artistica e così, nel 1922, subì un ulteriore cambiamento. Abbandonate le suggestioni avanguardistiche, l’artista si mise a dipingere in una maniera che lo portò ad essere “soltanto sé stesso”, con un tratto quasi accostabile alla pittura realistica che lo accompagnerà per il resto della sua vita. In Italia vi era aria di cambiamento in quel periodo. L’avvento di Benito Mussolini lo aveva particolarmente affascinato e così aderì al fascismo. Carrà aveva vissuto gli orrori della guerra avendo combattuto nel primo conflitto mondiale e, difatti, del fascismo non condivideva le istanze militari.  Dovette però rimanere fortemente colpito da un evento fortemente voluto da Mussolini: i mondiali di calcio del 1934. In quell’occasione l’Italia di Vittorio Pozzo riuscì a vincere per la prima volta la Coppa Rimet. Un avvenimento che dovette ben rimanere impresso nella mente del nostro pittore.

Carlo Carrà

Il Calcio, il Regime e la Coppa del Mondo

Il campionato del mondo, ovvero la Coppa Jules Rimet, si era giocato per la prima volta nel 1930. Teatro di questa prima competizione fu l’Uruguay che riuscì anche ad alzare l’ambito trofeo. In quella prima edizione l’Italia non partecipò ma Benito Mussolini intuì i forti benefici che una manifestazione del genere avrebbe portato al regime e alla nazione intera. Fu così che la Federazione Italiana Giuoco Calcio, la FIGC, riuscì a convincere la FIFA ad assegnare la seconda edizione del torneo all’Italia. A convincere i delegati FIFA fu l’immagine che in quegli anni il paese riuscì a dare di sé oltre i confini. Mussolini sembrava aver reso la Penisola un paese ordinato, ligio alle regole ed efficiente, in cui lo sport era tra i valori cardine del governo. Non a caso il regime aveva finanziato lautamente, negli anni precedenti, l’erezione di alcuni dei più belli e funzionali stadi dell’Europa intera.

Mario Gross, Manifesto dei Mondiali 1934

Era l’occasione perfetta per il regime fascista. Il palcoscenico del mondiale di calcio 1934 avrebbe permesso di puntare i riflettori globali sull’Italia e sulle prodezze del governo Mussolini. La gestione fu impeccabile, fu organizzata un’ottima ospitalità ai giornalisti sportivi provenienti da tutto il globo e furono predisposte riprese cinematografiche per filmare e immortalare il tutto. Il tutto si svolse in un clima, apparente, di lealtà e correttezza. Le cronache radio, per questo motivo, tendevano anche a sottolineare che il Duce aveva pagato il biglietto delle partite come tutto il pubblico. La vittoria italiana in finale contro la Cecoslovacchia per 2-1 avrebbe compiuto il resto, simboleggiando il trionfo di Mussolini nell’aver fatto degli italiani un popolo forte e vincente. Fu proprio questa dimostrazione di sportività e questo clima a dare l’ispirazione a Carlo Carrà per la sua Sintesi di una partita di calcio.

Vittorio Pozzo portato in trionfo dai suoi giocatori dopo la vittoria finale

Il Calcio, una questione di “spazi”

Era il 1935 quando Carlo Carrà presentò l’opera alla Seconda Quadriennale di Roma. La Sintesi di una partita di Calcio piacque moltissimo e fu acquistata dallo Stato per la Galleria Mussolini di Roma, la futura Galleria Comunale di Arte Moderna. Carrà, convinto fascista, oltre a datare l’opera al XIII anno dalla rivoluzione, si riallaccia in qualche modo alle dinamiche futuriste. Lo sport era stato infatti uno degli interessi maggiori di tale avanguardia, un baluardo della modernità. Nonostante questo richiamo, è impensabile osservare il quadro senza tenere a mente la tradizione artistica a cui il pittore era fortemente legato. Il piccolo olio su tela, 90×70 cm, cerca di rendere in uno stile volutamente arcaizzante l’essenza moderna del gioco del pallone. La fatica, la paura, la gioia e l’agonismo sono tutte emozioni che il sapiente pennello dell’artista ha saputo imprimere al supporto pittorico, in uno straordinario gioco di linee e incastri.

Carlo Carrà, Sintesi della Partita di Calcio (part.)

L’opera rappresenta un momento estremamente concitato. In mezzo a tre giocatori italiani si erge la figura di un avversario: è il portiere. Oltre ad avere una divisa color rosso, che ne simboleggia il ruolo di protagonista più che l’appartenenza ad una data nazione, il portiere è riconoscibile per le ginocchiere e per lo slancio del braccio. Alle sue spalle, su uno sfondo aereo pulsante di frenesia, si intravvede la porta, varco spazio-dimensionale, che conferisce profondità alla scena. A delimitare la zona è poi la netta riga bianca che, diagonale, taglia il campo, caratterizzato anche questo da una colorazione nervosa. Ad assistere alla scena vi è anche un difensore il quale, impotente, osserva l’azione. Il colore, le luci e l’azione, un mix perfetto per rendere la suspense del momento. Gli attaccanti avranno portato a casa il gol tanto agognato? L’Italia ha insaccato il portiere o è il trionfo dell’estremo difensore?

Italia-Spagna del 31 maggio 1934

Il Calcio è strano…

L’artista non si è limitato a riprodurre una azione di gioco. Ha saputo infatti creare una composizione equilibrata, in cui le forze, opponendosi, creano una particolare architettura, dinamica e imprevedibile. Curioso notare che i giocatori non hanno numeri sulle divise. Questo non fu fatto per rendere in qualche modo universali, fuori dal tempo, i protagonisti (per quanto l’intento fosse anche quello) ma perché la FIFA ne stabilì l’obbligo solo dal 1939. Per quanto il tutto abbia un taglio evidentemente arcaico, modellato su una tradizionale cultura figurativa mediterranea, vi è un audace elemento di avanguardia futurista: è lo spettatore a ricostruire l’azione e a determinarne lo svolgimento. Questo opporsi di forze anteposte di antichità e di modernità, così come quelle dipinte nel quadro, fa si che la composizione si innalzi a realtà storica. È come se il calcio fosse da sempre presente su questa terra.

Come finisce dunque l’azione nessuno lo potrà mai sapere. L’opera è per questo un inno alla vitalità e alla azione, in cui il colore rende manifesto questo sentimento diffuso. Lo spettatore è come bloccato in un limbo di incertezza. Comunque si concluda l’azione, gioia e amarezza saranno per forza presenti in campo, per una o per l’altra squadra, per il gol o per l’interruzione del gioco. A noi non resta che aggrapparci a quella candida sfera sospesa in aria perché, si sa, il calcio ci fa sognare ma ci fa anche piangere

Il Mondiale del ’34 in breve: https://www.youtube.com/watch?v=sbj8infPgEs&t=221s

Mussolini, l’uomo della provvidenza: https://www.sistemacritico.it/2020/12/03/luomo-della-provvidenza-uno-sguardo-allultimo-libro-di-antonio-scurati/

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About Author

Danilo Sanchini

Danilo Sanchini, nato a Pesaro nel 1996. Attualmente studente di Storia dell'Arte presso l'Università degli studi di Firenze. Appassionato di Racconti, Leggende, Storie e ovviamente di Capolavori. Innamorato del bello e di ogni sua sfumatura. Scrivo per Sistema Critico da Maggio 2018.

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