Anarco-capitalismo: il fascino del mercato

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A morte lo Stato

Lo Stato è necessario? La domanda potrebbe suonare come un’assurdità. Di solito, i discorsi in merito si focalizzano più sul come uno Stato debba funzionare. Più o meno tasse, più o meno esercito, più o meno polizia, più o meno scuola, più o meno destra o sinistra.

Ma se da un giorno all’altro sparissero Banche Centrali e Ministeri, Parlamenti e Commissioni, Agenzie e Organizzazioni sovranazionali, cosa succederebbe?

Chiunque abbia mai sentito parlare di Hobbes, e si fosse persuaso dell’effettiva esistenza di una sorta di selvaggissimo “stato di natura”, potrebbe rispondere utilizzando indifferentemente la parola “caos” o “anarchia”.

C’è chi invece, al giorno d’oggi (e oramai da quasi un secolo) non sarebbe troppo d’accordo. Dalla costola più radicale del liberalismo si è difatti affrancato un orientamento politico dal nome altisonante: l’anarco-capitalismo.

Gli anarco-capitalisti, detti anche libertariani, sono convinti di una cosa: lo Stato è un crimine. Secondo questa corrente, che possiede come pilastri ideologici gli scritti di Murray Rothbard, Ayn Rand e Hans-Hermann Hoppe, attingendo inoltre da Robert Nozick e Friedrich Von Hayek, l’unica legge che dovrebbe regolare i rapporti umani dovrebbe essere il principio di non aggressione. Se a questo viene poi affiancato il mercato, unica istituzione capace di coesisterci, il gioco è fatto: benvenuti nel migliore dei mondi possibili.

Il paradigma è chiaro: nessuna violenza nei confronti dell’individuo e nessuna violenza nei confronti della proprietà.
Secondo i libertariani, lo Stato, in quanto violante il principio di non aggressione, sarebbe un’istituzione da abbattere. Tasse e leggi statali sono crimini contro la persona.

Allora cosa metterci al suo posto? Assolutamente nulla. Ogni singola prerogativa dello Stato potrebbe essere lasciata in mano al libero mercato (che di fatto rimarrebbe l’unica istituzione legittima). Questo non causerebbe alcuna problematica. Alla faccia di Hobbes e della guerra omnium contra omnes.

Nell’immaginario libertariano si staglia una società senza Stato, ipercontrattualista, caratterizzata da un disordine perfetto: l’apparente caos del mercato.

Bandiera di Gadsden, importante simbolo dell’area libertariana statunitense

La società senza Stato

Le prerogative statali e il come queste potrebbero essere offerte in qualità di servizi all’interno di un libero mercato rappresentano uno dei principali temi d’interesse dei pensatori libertariani.

Esse potrebbero essere elencabili storicamente nella protezione dell’individuo e dello “spazio comune”, nell’emanazione delle leggi e la relativa applicazione delle sentenze, nella circolazione monetaria, nella tassazione e nella spesa pubblica.

Una volta eliminato il monopolio statale, gli individui riuscirebbero a creare uno spazio di libero scambio trattando le suddette come qualunque altra merce? Secondo i libertariani, assolutamente sì.

Essi sostengono come l’incapacità di immaginare come questi servizi possano essere garantiti anche in un sistema in cui diventino appannaggio del libero mercato derivi esclusivamente dal fatto che siano sempre stati appannaggio dello Stato stesso.

Inoltre, e addirittura, il meccanismo di premio e condanna insito nella concorrenza garantirebbe efficienza ed efficacia, premiando i “migliori” offerenti. Bisognerebbe infatti considerare come lo Stato, ponendo delle barriere all’entrata, possa ridurre la qualità dei servizi offerti.

Essi sottolineano anche come lo Stato possa permettersi di attuare un prezzo più alto rispetto a quello che si avrebbe in concorrenza.

Passiamo ad esaminare dunque i vari punti, cercando di immaginare quella che i libertariani definiscono come “la società senza Stato”.

Il libero mercato delle leggi

A differenza dell’anarchismo di stampo collettivista, all’interno di una società libertariana verrebbe prevista la presenza di leggi e norme giuridiche. Nonostante sia dibattuta fra i teorici la necessità o meno di uno Stato piùcheminimo, che perlomeno riesca ad imporre le norme attraverso le quali le leggi debbano essere scritte, l’opinione prevalente (quella di Rothbard, ça va sans dire) sarebbe quella di considerare semplicemente il principio di non aggressione come matrice giuridica fondamentale.

Da John Hasnas ed Hans-Hermann Hoppe possiamo ricavare le linee guida per la formazione del diritto all’interno di una società anarco-capitalista.

Secondo gli autori, un pluralismo giuridico potrebbe essere raggiunto e garantito attraverso la concorrenza sul mercato di varie agenzie di protezione. Queste potrebbero, oltre che emanare la legge, risolvere controversie.

Il tipo di competizione sarebbe incentrata su una sorta di differenziazione del prodotto. Esisterebbero agenzie di protezione che si rifarebbero al diritto canonico, altre applicanti la legge mosaica, altre ancora islamica o laica dei più svariati tipi.

Inoltre, la soluzione proposta dai libertari in merito alla risoluzione di controversie fra persone soggiacenti ad ordinamenti diversi sarebbe quella di prevedere all’interno del contratto la possibilità di rifarsi ad una agenzia terza e “super partes”.

Ovviamente, data la possibilità di aderire a diversi tipi “contratti sociali”, si verrebbero a creare delle comunità in cui non viga all’interno un modo di produzione capitalistico.

John Sneed sottolinea come “un sistema sociale competitivo non implica per forza il capitalismo e non nega il comunismo. Sarebbe davvero molto poco anarchico negare al comunismo o al capitalismo o a qualsiasi altra teoria l’opportunità di competere in quanto sistema economico. Ogni vero anarchico tollererà il capitalismo e il comunismo come sistemi economici puri, come schemi di produzione a cui i partecipanti aderiscono senza coercizione, con libero trasferimento da uno all’altro”.

Detto ciò, è chiaro come la speculazione sul possibile funzionamento di un diritto “libertariano” stia in piedi grazie all’assicurazione dell’opzione exit agli individui. La libera concorrenza permetterebbe di recedere da un ordinamento giuridico, e quindi la possibilità di allontanarsi da una comunità che lo utilizzi. Non vi sarebbero obblighi di cittadinanza nei confronti di un’istituzione che funzioni, regoli e investa in modo diverso da come l’individuo stesso vorrebbe.

Il potere giuridico in una società anarco-capitalista

Come già introdotto in precedenza, non vi sarebbe contraddizione fra principio di non aggressione e sentenze che impongano restrizioni della libertà o risarcimenti pecuniari. Nel momento in cui queste discendessero dall’applicazione del diritto a cui l’individuo ha spontaneamente aderito, non vi sarebbe possibilità di contestazione.

Anche nel caso in cui la contestazione si riversasse nei confronti di una mancata “giusta applicazione” della legge, questo potrebbe rappresentare nient’altro che un caso isolato. Di fatti, per un’agenzia di protezione, la reputazione sarebbe troppo importante. Nel caso in cui una di queste non esplicasse le proprie funzioni in maniera efficace, verrebbe surclassata dai concorrenti e sarebbe quindi destinata al fallimento.

A tal proposito, è interessante riportare come all’interno della speculazione teorica libertaria venga riportata la possibilità che sorgano delle “agenzie di rating”. Anche loro in concorrenza, esse potrebbero valutare l’operato delle agenzie di protezione e quindi avrebbero la capacità di indirizzare le scelte di mercato.

Ci sarebbe inoltre la possibilità di una separazione fra potere legislativo e giudiziario. Un individuo che volesse accettare le leggi emanate da una certa agenzia di protezione potrebbe decidere di farsi giudicare, in caso di controversie, da un altro tribunale.

Siglando due contratti separati, gli individui potrebbero decidere di vivere in una comunità retta da leggi a loro congeniali anche nel caso in cui non riponessero fiducia nei confronti della capacità di giudizio dei tribunali affiliati alla stessa agenzia di protezione.

Difesa e Sicurezza

Il principio di non aggressione non esclude la possibilità di risposta ad attacchi nei confronti dell’individuo o della proprietà. Quando si parla di Difesa, il concetto di proprietà viene inteso come quello di “proprietà condivisa”.

Per proteggere gli spazi comuni, magari di una comunità soggiacente alla stessa agenzia, sarebbe possibile l’affidamento a delle compagnie mercenarie. Queste potrebbero gestire le entrate e proteggere i confini.

Per quanto riguarda invece la sicurezza interna, il leitmotiv rimarrebbe lo stesso. La protezione dell’individuo potrebbe essere garantita da una sorta di assicurazione. Quest’ultima (che dovrebbe dotarsi di una forza di polizia capace di intervenire ogni qualvolta ci sia un pericolo per l’assicurato) dovrebbe garantire all’individuo protezione contro ogni incidente coperto dal contratto individuale..

I libertariani non escludono inoltre la possibilità che le agenzie di protezione possano fornire esse stesse delle assicurazioni, attraverso un’integrazione verticale.

La circolazione monetaria

Il saggio “Denazionalizzare la moneta” del filosofo appartenente alla scuola austriaca Von Hayek rappresenta sicuramente uno dei testi fondamentali del corpus anarco-capitalista.

L’offerta di una moneta sganciata dal controllo delle banche centrali e rimessa in capo alla gestione delle banche private o degli agenti stessi avrebbe un funzionamento complicato da spiegare in questa sede.

Basti quindi sapere che, negli ambienti anarco-capitalisti, vi è un forte entusiasmo nei confronti della diffusione delle criptovalute, e il loro funzionamento potrebbe considerarsi di certo aderente con l’idea libertariana di moneta e di circolazione della stessa.

Il paradosso dell’interventismo statale

Ma una delle peculiarità più interessanti della visione anarco-capitalista riguarda quello che potrebbe essere definito il paradosso dell’interventismo statale.

I libertariani si allontanano sia dall’idea di Stato come garante di ultima istanza capace di rattoppare i fallimenti di mercato, sia dalla visione liberale che vede lo Stato come qualcosa di innecessario in quanto i fallimenti si risolverebbero nel famigerato lungo periodo.

Infatti, secondo la visione anarco-capitalista, sarebbe addirittura lo Stato stesso a causare monopoli e oligopoli. In primo luogo, questo avverrebbe a seguito della formazione di lobbies. Inoltre, l’imposizione di legislazioni proibitive in termini di tassazione sugli utili, protocolli di qualità, responsabilità sociali e salari minimi favorirebbe indirettamente le big industries, ponendo all’entrata delle barriere insormontabili per quelle imprese che puntassero a concorrere negli stessi settori. Senza queste implicite protezioni – sostengono i libertariani – il grado di concentrazione del potere di mercato si abbasserebbe di molto. Per riassumere, senza lo Stato non ci sarebbe bisogno di Stato.

Per ciò che concerne invece la tassazione, ovviamente questa violerebbe il principio di non aggressione. Inoltre, non avrebbe alcun motivo di esistere in assenza di spesa pubblica, anch’essa inesistente se venissero privatizzati tutti quei settori in cui attualmente lo Stato opera in qualità di monopolista.

Anarco-capitalismo: realtà o fantasia?

Le istanze anarco-capitaliste sono solo velleità? Potrebbero non esserlo. La difficoltà che le classi politiche attualmente incontrano nel gestire una società sempre più complessa potrebbero risultare, in futuro, un ottimo pretesto per mettere in discussione il concetto stesso di Stato. Se questo mai succedesse, i libertariani avrebbero già le carte in regola per praticare una sorta di egemonia culturale.

Alcune forze politiche lamentano già l’eccessiva burocratizzazione, l’insostenibilità del welfare, la corruzione e la scarsissima efficacia delle politiche economiche in un contesto con un numero di variabili in costante aumento. In un’ipotetica società libertaria, dicono gli anarco-capitalisti, questi problemi non si verrebbero neanche a creare.

Inoltre, esistono al giorno d’oggi delle congiunture internazionali, degli orientamenti economici e delle percezioni dell’individuo e della sua auto-realizzazione che non si sposerebbero male con alcune delle idee libertariane.

Per iniziare, il “dove” vivere e sotto quale ordinamento rappresenta sempre più una scelta che una forzatura rispetto ad un passato neanche troppo lontano. Questo ha già prodotto il fenomeno della concorrenza fiscale fra gli stati.

Tuttavia, non è solo la diversa gestione della spesa pubblica a causare una sorta di concorrenzialità. Abbandonate o ridotte le barriere tecnologiche, sociali, linguistiche ed economiche (si pensi al fenomeno dello smart working) che nei secoli passati “obbligavano” l’individuo alla permanenza, l’attrattività sta di certo diventando una caratteristica che gli stati puntano ad assicurarsi, scommettendo ovviamente sulle proprie peculiarità, siano esse del tipo più disparato.

Sotto questi aspetti, esiste già una sorta di parallelismo fra gli stati e le agenzie di protezione previste dalla teoria anarco-capitalista.

Se in un futuro venisse a mancare l’idea di cittadinanza come qualcosa che debba essere agganciata alla nazionalità, il parallelismo non potrebbe far altro che diventare più consistente.

Prescindendo poi dalle istanze economico-sociali, le idee libertarie potrebbero esercitare un fascino non di poco conto su di una società sempre più attenta alle sensibilità individuali, che già attualmente portano gli individui a spostarsi in luoghi e paesi in cui la propria identità risulti essere maggiormente rispettata.

Non sarebbe stupefacente se, in un prossimo futuro, alcune delle prerogative anarco-capitaliste entrassero a far parte del panorama politico in maniera più formale e combattiva. Lo Stato è in pericolo?

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About Author

Pasquale Bucci

Nato e cresciuto nell'Alto Salento, attualmente studente dell'Alma Mater. Appassionato di teorie economiche eterodosse ed "eretiche". In sostanza, il "there is no alternative" di thatcheriana memoria non mi ha mai convinto del tutto.

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