A un anno da Beirut: la crisi senza fine del Libano

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A un anno dall’esplosione nel porto di Beirut, il 4 agosto 2020, i parenti delle vittime chiedono ancora giustizia. Nelle ultime settimane ci sono state proteste davanti alla casa del Ministro dell’Interno ad interim Mohamed Fehmi.

Responsabilità

Da settembre 2020, in seguito alle dimissioni del precedente governo, il Paese si trova governato da un’amministrazione provvisoria che, a causa della forte corruzione politica, sta ostacolando le indagini.
Il rifiuto di Fehmi dinnanzi alla richiesta del giudice di interrogare il capo della sicurezza, il generale Abbas Ibrahim, ha scatenato la rabbia e la frustrazione delle famiglie colpite. Le centinaia di persone raccoltesi davanti all’abitazione del ministro hanno marciato in una simbolica processione funebre, portando sulle spalle bare vuote. L’esplosione al porto che ha devastato la capitale e ucciso più di 200 persone è stata causata dalle centinaia di tonnellate di nitrato di ammonio che giacevano mal custodite da anni nei magazzini portuali. Per questo, gran parte della popolazione ritiene che le autorità siano responsabili del disastro.

Crisi economica

Il Libano sta vivendo, secondo la Banca Mondiale, una delle peggiori crisi economiche degli ultimi 150 anni. La lira libanese ha perso più del 90% del suo valore in due anni, la disoccupazione si attesta al 25% e quasi 1/3 della popolazione vive sotto la soglia della povertà. La penuria di carburante ha bloccato due centrali elettriche che nel complesso forniscono il 40% dell’elettricità al paese, aggravando una situazione già precaria con blackout che durano fino a 22 ore.

Il costo di essere donna

All’inizio della crisi il Ministero dell’Economia ha annunciato un’iniziativa per garantire ai cittadini prezzi agevolati su 300 beni giudicati essenziali. Tra questi, mancavano gli assorbenti, il cui prezzo è arrivato a 6/13 euro al pacco (prima della crisi si attestava sui 2,8 euro). Con salari mensili medi che non raggiungono i 100€, molte donne sostituiscono gli assorbenti con pezzi di stoffa. Di fatto, la povertà mestruale impossibilita le libanesi ad assicurarsi prodotti sanitari e per l’igiene personale, o anche solo l’acqua necessaria per lavarsi.

Crisi politica

Alla critica situazione economica si accompagna anche quella politica. Nonostante le forti pressioni da parte dei governi occidentali, la classe dirigente libanese non è riuscita a formare un governo per negoziare un piano di aiuti con il Fondo Monetario e arginare la corruzione. Il Libano occupa la 137esima posizione su 180 Paesi nell’Indice di Corruzione (classifica del 2019 stilata da Transparency International). La corruzione permea tutta la società, soprattutto le maggiori istituzioni: partiti, parlamento e polizia.

Il 15 luglio 2021 il leader sunnita Hariri ha dichiarato di non essere riuscito a formare un nuovo esecutivo, dopo che aveva ricevuto l’incarico lo scorso ottobre nel tentativo di salvare il paese. La sua decisione è arrivata in seguito a mesi di conflitti con il capo dello stato Michel Aoun. Questo aveva, infatti, chiesto radicali cambiamenti alla composizione di governo presentatagli. “E’ chiaro che non saremo in grado di accordarci” ha affermato Hariri. In seguito al tentativo fallito spetterà al Parlamento indicare un nuovo candidato premier. La difficoltà e il dilungarsi dei tempi nel formare un governo non rappresentano un problema solo per la politica nazionale, ma anche per gli aiuti dall’estero. Infatti, un governo funzionante è condizione necessaria affinché i donatori internazionali aprano linee di credito.

“Questo è un paese con una storia di violenza e questa è una crisi con il pilota automatico, non c’è nessuno al comando” afferma Mohanad Hage Ali, membro del gruppo di ricerca Carnegie Middle East Center.

Le prossime elezioni, programmate per il 2022, potrebbero fornire nuove forze politiche per risollevare il paese, anche se l’attuale legge elettorale impedisce qualsiasi cambiamento delle dinamiche in atto da decenni. Il potere rimarrebbe in mano alle élite politiche granitiche che hanno portato il Libano nelle condizioni attuali.

Interesse internazionale

L’unico modo per ridimensionare la loro influenza, afferma l’ex diplomatico Marco Carmelos, sarebbe tramite sanzioni estere: “Per prendere i cleptocrati, segui i loro soldi”.

Fino ad ora nessuna potenza occidentale, ad eccezione della Francia, ha dedicato particolare attenzione alla situazione libanese. A Washington, l’approccio dell’amministrazione Biden rimane incentrato sulla causa antiterrorista, monitorando Hezbollah.

Solo nel luglio 2021, i Ministri degli Esteri europei hanno promosso una serie di sanzioni nei confronti dei leader che hanno presieduto gli undici mesi di stallo nella formazione di un governo. Ma questa misura sarà sufficiente per salvare il Libano dalla sua stessa classe politica?

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About Author

Ghea Felici

Classe 2001, studentessa di Scienze Internazionali e diplomatiche a Forlì. Mi piace scoprire cose nuove in giro per il mondo e mettere in pratica i miei 5 anni di liceo linguistico. Quando non viaggio cerco di scrivere di Politica ma niente di serio. Appassionata di Giustizia e Diritti, illusa sostenitrice delle cause perse.

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