La grave situazione del patrimonio culturale afghano

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Oramai siamo tutti a conoscenza di cosa stia succedendo in questi giorni in Afghanistan. Probabilmente non sarà un futuro facile (eufemismo) per buona parte della popolazione, soprattutto per donne e bambini, ma nemmeno per l’ingente patrimonio storico, artistico e archeologico del Paese. Che succederà ora che i Talebani ne sono entrati in possesso?

La preoccupazione delle istituzioni culturali

Due delle associazioni culturali più importanti e di rilievo del mondo si sono prontamente espresse su ciò che sta accadendo nel Paese.
L’ICOM, il International Counsil of Museums, ha espresso un preoccupato allarme per le minacce che gli uomini e le donne che dedicano la propria vita e attività alla conservazione e alla protezione del patrimonio nazionale afghano stanno subendo.
Anche la direttrice generale dell’UNESCO Audrey Azoulay, in un comunicato ufficiale, auspica che “il patrimonio culturale dell’Afghanistan venga preservato nella sua diversità, che vengano rispettate le leggi internazionali, e che vengano prese tutte le precauzioni necessarie per risparmiare e proteggere questo patrimonio dalla distruzione e dalla razzia.”.

I Buddha di Bamiyan

La preoccupazione che investe il mondo della cultura non è infondata: si teme, infatti, che si ripeta ciò che successe in Afghanistan nel 2001.
Il 2 marzo di quell’anno, poco prima dell’arrivo degli statunitensi, i Talebani musulmani iconoclasti minacciarono la distruzione dei Buddha di Bamiyan. Si trattava di due enormi statue di pietra, al tempo le più alte del mondo (una alta 53 e l’altra di 38 metri), scolpite tra il III e il V secolo da un gruppo religioso buddhista nelle pareti di roccia della Valle di Bamiyan.
Musei, istituzioni, governi si mobilitarono per scongiurare questo attacco, ma a nulla valsero gli sforzi.
Un paio di settimane dopo, tonnellate di dinamite distrussero quello che la storia non aveva fatto in millenni.
I Talebani fornirono anche una motivazione: avevano intrapreso l’azione per protestare contro l’attenzione che la comunità internazionale dimostrava nei confronti delle statue mentre il popolo afghano soffriva la fame.

Un patrimonio straordinario

Molti si stanno quindi chiedendo: e se attacchi di questo tipo succedessero di nuovo, ora che i Talebani hanno ripreso il controllo del Paese?

L’Afghanistan conta un vastissimo patrimonio storico, in buona parte ancora sconosciuto. Queste terre, infatti, sono state per millenni un crocevia di popoli e culture: i regni dei Medi e dei Persiani nell’antichità, i Greci e Alessandro Magno poi, il succedersi di vari regni islamici (Sassanidi, Abbasidi,…), fino ad arrivare agli interventi russi e inglesi nel XIX secolo e al conflitto contemporaneo. Ognuno ha lasciato proprie tracce.
Come detto, solo una minima parte di questo tesoro è ad oggi conosciuta, ma soprattutto posta sotto la tutela dell’UNESCO. Sono solo due, difatti, i siti per ora iscritti nella Lista del Patrimonio mondiale dell’Umanità. Il sito del Minareto di Jam, inserito nel 2002, e la Valle di Bamiyan nel 2003. Questa, oltre alle statue di cui sopra, costituiva una delle principali tappe della Via della Seta ed è costellata da caratteristici monasteri e celle buddhiste, spesso connesse da gallerie, dove si trovano dipinti murali e statue del Buddha.

Un triste primato

Tra i tanti problemi di cui soffre l’Afghanistan, ve n’è uno del quale si parla poco: il traffico illecito di beni culturali. La difficile situazione interna crea, infatti, deboli presupposti per una salvaguardia sufficiente ed efficace del patrimonio nazionale.
Inoltre, ci sono numerosi studi che confermano che l’Afghanistan sia uno stato di origine dei beni culturali. Tale espressione indica uno Stato il cui patrimonio culturale viene rubato ed esportato illegalmente (non è ovviamente una qualifica che spetta solamente a questo Paese).
La presenza di inestimabili beni culturali, però, non interessa solo a commercianti, curatori d’aste o compratori. Anche i gruppi terroristi vogliono mettere mano a queste ricchezze: preziosi, pezzi antichi, statue e ori rappresentano, infatti, un ottimo investimento per il finanziamento delle attività terroristiche.

Gli agricoltori locali scavano tesori sotterranei e li vendono a organizzazioni criminali o governative locali per una piccola frazione del loro valore effettivo. Le antichità poi vengono contrabbandate all’estero, con una falsa provenienza, e vendute, a ignari musei e collezionisti. Questi non immaginerebbero mai che il loro acquisto ha finanziato indirettamente le attività dei Talebani.

Noah Charney, Protecting Cultural Heritage from Art Theft: International Challenge, Local Opportunity, 2012

Un futuro poco luminoso

Oltre a questi problemi pratici, tra i quali si annovera anche il rischio di possibili attacchi e distruzioni, vi sono anche problemi di tipo gestionale. È infatti altamente possibile che in questa critica situazione politica ed economica le strutture destinate alla conservazione e alla tutela dei monumenti, e i monumenti stessi, collassino per mancanza di fondi e di personale.

Non è ancora possibile sapere quale atteggiamento assumeranno i Talebani nei riguardi del patrimonio storico e artistico del Paese che hanno riconquistato. Probabilmente è molto bassa la possibilità che l’attività di conservazione e fruizione, completamente rinata negli ultimi vent’anni, possa continuare e prosperare.
Speriamo solo che quello che è successo ai Buddha di Bamiyan sia il primo e unico esempio di ciò che questo gruppo è capace di fare.

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About Author

Caterina Costa

Bellunese a Bologna, con una passione per l’arte nata tra i banchi di scuola e proseguita tra quelli universitari. Nata nel 1996, frequento il corso magistrale di Arti Visive. Da un anno sbarcata su Sistema Critico, la scrittura è un’esperienza nuova che mi piacerebbe coltivare.

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