Come guardiamo oggi le fotografie?

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Alcune fotografie hanno cambiato la storia e hanno dato modo a chiunque di scoprire realtà prima sconosciute o solo accennate, e prenderne coscienza.

La forza delle immagini

Non è possibile fare a meno di pensare a “Bambino con avvoltoio” (titolo originale: Stricken Child crawling towards a Food Camp), scattata e pubblicata nel marzo del 1993. Una singola fotografia che ha cambiato le vite di molte persone, fino a causare il suicidio di chi l’ha scattata.
Con quell’immagine, l’autore, Kevin Carter (Pulitzer nel 1994) ha acceso i riflettori sul problema della carestia in Sudan, mostrando al mondo intero le condizioni di vita in Africa. È riuscito a concretizzare il detto “In Africa i bambini muoiono di fame”, tanto famoso quanto abusato. Kevin Carter ha insegnato che le immagini, talvolta, possono modificare la percezione di alcune situazioni e arrivare persino a cambiare il mondo senza usare nemmeno una parola.

Kevin Carter, Stricken Child crawling towards a Food Camp, 1993

Carter non è stato il primo.
L’8 giugno 1972 Nick Út scattò quella che divenne la testimonianza della smisurata violenza perpetrata durante la Guerra del Vietnam. L’iconica fotografia, valsagli il Pulitzer nello stesso anno, fece subito il giro del mondo. Non cambiò l’autore, ma esasperò la sopportazione dell’opinione pubblica e ne acuì la vena pacifista. Si pensò, addirittura, che quell’immagine avesse contribuito a mettere fine alla guerra.

Nick Út, Napalm girl, 1972

Sarebbe illogico non nominare Tank Man di Jeff Widener che, nel 1989, ebbe l’occasione di consegnare al mondo la prova della sanguinaria repressione cinese. Ancora oggi, a distanza di trent’anni, l’immagine dello sconosciuto davanti ai carri armati è l’emblema della censura e della politica oppressiva operate in Cina.

Jeff Widener, Tank man, 1989

Il cambiamento (non) è sinonimo di evoluzione

Oggi siamo travolti quotidianamente da immagini di qualsiasi tipo e si può fare a meno di chiedersi se una singola fotografia possa avere ancora il potere di esprimere e sconvolgere così tanto, pur rimanendo nel più totale silenzio.

Durante il secolo scorso, le fotografie sono state custodi di memorie e ricordi e hanno reso eterni istanti non ordinari. Per lungo tempo sono state portatrici di un intrinseco potere coesivo, perché lo scatto in genere avveniva in un momento considerato particolare e l’atto di mostrare il risultato di quello scatto avveniva, inevitabilmente, faccia a faccia.
Le fotografie sono state anche emblema di rivoluzioni e cambiamenti, di prese di coscienza e turbamenti globali che hanno segnato la Storia fino ai giorni nostri (ad esempio quelle citate sopra).

Ma la fotografia, come qualsiasi artefatto umano, segue il corso della Storia e con essa si trasforma ed evolve. Da parte nostra, abbiamo la tendenza ad associare una connotazione esclusivamente positiva a tutto ciò che riguarda l’avanzare del tempo e il progredire della storia umana. Siamo sicuri si tratti sempre di evoluzione?

Oggi, il paradigma della fotografia e del suo consumo è assai cambiato. Gradualmente, ha perso il suo potere aggregante ed è stata svuotata dei significati che aveva o di cui poteva farsi messaggera per portare un’attitudine divisiva e auto-edificante. Oggi non rappresenta più la convivialità, ma l’individualità del singolo.

La fotografia oggi: realtà o finzione?

Nella società delle apparenze, che predilige la forma al contenuto, la fotografia è passata dall’essere strumento di memoria e di denuncia, a mezzo autocelebrativo e auto-confermativo guidato da mere logiche narcisistiche.

Viviamo nell’era dei social network e lì immagine e apparenza regnano sovrane. Gli smartphones sono diventati l’inevitabile prolungamento dei nostri arti e la macchina fotografica ivi incorporata ha preso il posto dei nostri occhi.
E così abbiamo imparato a vedere e vederci solo attraverso l’obiettivo. Con il tempo, poi, sono stati aggiunti i controversi filtri, che piano piano ci hanno portato a modificare, consapevolmente o meno, la nostra percezione della realtà, fino a procurarci delle vere e proprie ossessioni riguardo al nostro fisico e, persino, allo stile di vita che dobbiamo avere.

I social pullulano di bellezza, o presunta tale. Noi partecipiamo a questo gioco alla finzione scegliendo con cura quali fotografie apprezzare, sulla base di canoni spesso inconcepibili, e ci arrovelliamo per capire quale sia quella più “instagrammabile”. Abbiamo instillato in noi, infatti, l’insensata convinzione che i social riportino in toto la realtà e ne siano garanti di veridicità. In questo modo, abbiamo avvalorato la tesi formulata da Susan Sontag negli anni ‘80: “Oggi tutto esiste per finire in una fotografia”.
Di conseguenza, diventa necessario documentare assiduamente ciò che accade nel mondo vero per postarlo e darne prova. Quasi come se fosse necessario immortalarlo per renderlo reale. Di qui il noto “non esiste se non è su Instagram”.
Noncuranti, però, che la realtà accade fuori da lì, fuori dalle fotografie selezionate con attenzione; accade nelle fotografie che scartiamo e non postiamo e in quelle che sapientemente decidiamo di non guardare.

Abbiamo perso le parole

Esiste anche chi va controcorrente e scardina le regole della società odierna: si mostra sui social per ciò che è (forse), talvolta fa trasparire le proprie fragilità, sfortune o sofferenze e, ergendosi a paladino del “Nuovo Verismo”, le trasforma in punti di forza alla base di veri e propri business.

Siamo oberati di fotografie prive di senso che ci accompagnano per tutta la giornata portandoci perfino a comunicare tramite immagini (ad esempio le emoji o gli stickers). Ognuna di queste imperversa nei feed dei nostri social e su internet e nella fiumana fotografica che ci travolge, perdiamo di vista le uniche immagini rilevanti. Perché, nella gara a chi appare più e meglio degli altri, decidiamo di regalare la nostra attenzione a immagini inutili, che raccontano, o meglio non-raccontano, banalità. In questa sfida i perdenti sono i protagonisti delle immagini che non rispettano i requisiti per stare sui social, quelle che ritraggono la realtà per davvero, senza filtri e giochi di luce.

Testimoni impassibili

Se è vero che la proliferazione delle immagini ne diminuisce la forza, perché ci siamo abituati alle fotografie che ritraggono il dolore e le ingiustizie? Perché, al contrario, non ci siamo ancora stancati di quelle vacue, tutte uguali, inutili? Perché avvertiamo il crescente bisogno di mostrare la nostra invidiabile quanto finta presenza ignorando quella altrui?

“La fotografia è diventata uno dei principali meccanismi per provare qualcosa, per dare una sembianza di partecipazione”

Susan Sontag, 1976

Come scrive Francesca Mannocchi, ci sentiamo partecipi di quella cosa ma allo stesso tempo siamo consapevoli che non è accaduta a noi. In tal modo, ne prendiamo le distanze. Immobili, partecipiamo temporaneamente a quel dolore per un dovere morale.
A riprova, ci siamo commossi davanti alla fotografia del corpicino esanime di Alan Kurdi, o alle bare di Bergamo, o ai corpi martoriati dei prigionieri nei lager libici.

Ma, oltre a ciò, oltre a reiterare la sempre attuale Sontag e il suo “chi interviene non può registrare, chi registra non può intervenire”, occorre aggiungere che oggi siamo diventati anche asettici e smemorati. Partecipiamo, sì, ma dimentichiamo in fretta.

Galleria di immagini

Eppure, nonostante lo shock iniziale che queste immagini hanno destato, anche loro sono diventate pane quotidiano e sono finite quasi a non avere più nemmeno un sapore.
Talvolta, addirittura, preferiamo consapevolmente ignorare: non solo evitiamo l’intervento, ma decidiamo di non vedere. Intenzionalmente, siamo fautori dell’oblio di queste immagini e favoriamo l’indifferenza generale nei confronti di ciò che rappresentano. Argomenti duri, problemi sociali, questioni esistenziali non certo facili da affrontare. Dovremmo farcene carico come esseri umani; tuttavia, quando subentra la nostra peculiare freddezza, prediligiamo le immagini di una realtà finta, perfettamente costruita.

Forse non avvertiamo ancora l’invasione fotografica nella sua interezza. Forse ci siamo solo assuefatti ad un tipo di fotografie e, peggio ancora, al dolore che rappresenta.

Camilla Galeri

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