Amare Kanye come Kanye ama Kanye

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Kanye West è un genio. Però è anche uno stronzo. Sì, però soffre di bipolarismo. Ok ok, va compreso, ma non va giustificato. Ecco, ne ha sparata un’altra delle sue: lo odio. Senti però che disco che ha fatto: lo amo.

È difficile essere fan di Kanye West nel 2021. Anche se sarebbe più appropriato dire che è difficile approcciarsi alla figura del rapper e producer di Chicago in generale, che lo si odi o che lo si ami. Sin dagli albori della sua carriera, Kanye è stato un personaggio divisivo, anche artisticamente parlando.

Una discussione che si protrae tuttora e che sembra aver pervaso ogni aspetto della sua vita (pubblica, privata e politica) e anche parte della nostra. Perché è inevitabile: qualsiasi cosa faccia, finiremo sempre per parlare di lui e a dedicargli del tempo. Se cercare di capire Kanye West è impossibile, proviamo almeno a osservarne la complessità.

Family Business: la formazione di Kanye

Kanye Omani West nasce nel giugno del 1977 a Chicago, città con la quale manterrà sempre un rapporto speciale. Fin da piccolo si distingue per la sua scaltrezza e spiccata intelligenza: «A scuola prendevo sempre voti altissimi e non mi impegnavo nemmeno» ha dichiarato una volta. Sì, spocchioso lo è sempre stato.

La madre, Donda West, ex professoressa universitaria, è stata la figura genitoriale che ha formato maggiormente il carattere e l’indole da leader di Kanye, portandolo ad avere anche una visione artistica dell’hip hop (e della musica tutta) diversa dal resto. Donda West morirà improvvisamente nel 2007 a seguito di una complicanza dopo un intervento di chirurgia plastica: un evento che segnerà profondamente il figlio e che sarà uno spartiacque nella sua carriera.

Through The Wire: da produttore a rapper

I primi passi di Kanye West nel mondo della musica sono dentro uno studio, dall’altra parte del vetro rispetto al microfono dove i rapper registrano le loro barre. Qui si fa notare da un magnate dell’hip hop, Jay Z, per il quale produrrà buona parte di The Blueprint. Nel mentre, Kanye rappa, rappa di continuo, ma nessuno se lo fila.

La svolta arriva in seguito a un incidente che costringe West a portare uno di quegli apparecchi odontoiatrici esterni enormi: la sua bocca è forzatamente chiusa tra fili metallici in tensione che si intrecciano. Un giorno arriva in studio, accende il microfono sotto gli occhi increduli dei suoi collaboratori e inizia a rappare emettendo suoni tra la bocca semi-chiusa e i fili metallici: nasce così Through The Wire, il suo primo successo.

Touch The Sky: la fama di Kanye

La tenacia di Kanye non passa inosservata e su di lui iniziano a crederci in molti. Non è un rapper eccellente, ma il suo modo strampalato di fare le rime, di flirtare con un’infinità di generi e soprattutto le sue produzioni ne fanno un artista unico nel suo genere. Passa così in prima linea, facendo uscire tra il 2004 e il 2005 The College Dropout e Late Registration, due album che segneranno un nuovo corso nella storia dell’hip hop.

Sono brani come All Falls Down e Jesus Walks a portarlo al successo, mentre altri come Touch The Sky e Gold Digger lo consacrano come uno dei rapper del momento. West ha un modo molto originale di produrre le basi: utilizza una grande quantità di campioni che nel corso della sua carriera hanno allargato sempre di più la forbice di generi presi e destrutturati. A volte risultando anche un po’ kitsch, ma il successo è assicurato.

Un ulteriore salto arriva nel 2007 con l’uscità di Graduation. Qui è il pop europeo e l’elettronica da ballo a farla da padrona. Memorabile la riuscita di Stronger (che campiona i Daft Punk) o di Good Life che estrapola il groove di Michael Jackson rendendolo ancora più pop. Ma il vero capolavoro del disco è Flashing Lights, che mostra una maggiore complessità di produzione e struttura.
Kanye West è sul tetto del mondo, ma nello stesso anno viene a mancare la madre Donda. Da questo episodio cambierà tutto.

The coldest story ever told: la caduta

Dopo appena un anno dall’uscita di un album dai toni pomposi come Graduation, Kanye West se ne esce con qualcosa di inaspettato, dai toni oscuri e tristi: 808s & Heartbreak. Il titolo fa riferimento alla drum machine, usata da West per produrre l’album, e alla morte della madre.
Sono i due elementi che pervadono lo stile dell’album, inaspettatamente minimale, cupo, freddo e con molto più cantato rispetto alle parti rappate, aiutato dall’utilizzo dell’autotune. Tutte scelte che faranno molto discutere e dividere la critica, ma che col senno di poi daranno ragione a Kanye: da questo album nascerà buona parte dell’estetica sonora della trap come la conosciamo oggi (soprattutto per l’utilizzo della 808 e dell’autotune), mentre i toni cupi e confidenziali influenzeranno profondamente artisti come Drake.

In 808s & Heartbreak è contenuto anche uno dei brani meno noti ma più emblematici di Kanye West: Pinocchio Story. Si tratta della registrazione di un freestyle eseguito dal vivo durante un concerto in Giappone. I versi di Kanye sono estremamente confidenziali e depressi, accompagnati da un piano: «To get my heart, out of this hell/And my mind, out of this jail/There is no clothes that I could buy/That could turn, back in time […] Real life, what does it feel like?» rappa tra le urla dei fans che sembrano non prestare attenzione alle sue parole.
I just wanna be a real boy” è il grido di vulnerabilità di un uomo, che tutti sentono ma nessuno ascolta.

All Falls Down: odiare Kanye West

Kanye West non è mai stato un personaggio comodo. Anzi, molto spesso è più noto per le sue cazzate che per la sua musica, e ciò lo rende piuttosto odiato. A buona ragione, bisogna ammettere. Se 808s ha segnato, a detta della critica di allora, un calo artistico, di lì a poco si sarebbe consumato anche il primo episodio di impopolarità.

È il 2009, stanno andando in onda gli MTV Video Music Awards e a contendersi il premio ci sono una giovane Taylor Swift e Beyoncé. Il titolo va alla stella del country, che durante la premiazione viene interrotta da Kanye West che sale sul palco, le strappa il microfono e dice: «Taylor, sono contento per te e ti farò finire. Ma quello di Beyoncé è uno dei video migliori di sempre». Fa spallucce e se ne va, a chiusura di un episodio che metterà in secondo piano la povera Taylor.

West nel corso degli anni seguenti si è reso triste protagonista di altri episodi spiacevoli: dal supporto a Trump alla dichiarazione secondo la quale «400 anni di schiavitù degli afro-americani sono una scelta degli afro-americani stessi», passando per un nuovo attacco a Taylor Swift nel brano Famous (I feel like me and Taylor might still have sex/Why? I made that bitch famous) dopo un’apparente riappacificazione.

Nel mentre, Kanye dice di soffrire di disturbo bipolare. La malattia non giustifica le uscite fuori di senno del rapper, ma si inserisce come tassello di un mosaico molto più grande.

Devil In A New Dress: la rinascita artistica

Tra il 2009 e il 2010 le controversie sembrano essere l’unico argomento per il quale si possa parlare di Kanye West, il quale decide di ritirarsi in studio per dare vita al suo più grande capolavoro. Nel novembre del 2010 esce così My Beautiful Dark Twisted Fantasy, un’opera monumentale che segnerà la musica black e la musica in generale nel decennio a seguire, spianando la strada ad artisti talentuosi come Drake, Frank Ocean e Kendrick Lamar.

MBDTF riporta la magniloquenza sonora al centro della creatività di Kanye West, il quale attinge sonorità e strutture trasversalmente da generi come il prog (si veda il campionamento dei King Crimson in POWER), l’hard rock (il riff di Hell Of a Life, che ricorda Iron Man dei Black Sabbath), l’indie rock (i featuring di Bon Iver) e l’elettronica (Aphex Twin campionato in Blame Game). Non mancano poi featuring importanti, come quelli con Rihanna, Pusha T, Rick Ross fino agli undici collaboratori per realizzare All Of The Lights, dove tra i vari figurano Drake ed Elton John (!).

Con questo album, Kanye West si riprende il trono portando anche temi interessanti, ovviamente autoreferenziali, nelle liriche. Si parla di eccessi e celebrità e delle problematiche che queste comportano: Runaway, capolavoro del disco, sembra essere proprio un’ammissione di tutti suoi sbagli, ma allo stesso tempo testimonianza della sua testardaggine. Con questa, West ci invita a fuggire via perché lui è così e non cambierà mai. Prendere o lasciare.

I Am A God: ancora Kanye al centro del villaggio

In tanti scelsero di prendere Kanye e tenerselo così com’è, pregi e difetti. Così, egli decise ancora una volta di fare incazzare tutti, ma questa volta con l’ennesimo grande lavoro. Nel 2013 Kanye West annuncia e pubblica Yeezus, album ambizioso già dal titolo e che si discosta dal massimalismo del precedente.

Yeezus è infatti un album abrasivo e dai suoni duri, minimali e sperimentali. Per quanto ridotto all’osso grazie al contributo di un guru come Rick Rubin, Kanye costruisce attorno a sé delle cattedrali sonore che proiettano le sue visioni artistiche verso una vetta irripetibile.
L’album vede una massiccia influenza da parte della musica elettronica, in particolare acid house e techno, testimoniata dall’aiuto in cabina di regia dei Daft Punk. Yeezus è uscito a due anni di distanza dall’album collaborativo con Jay Z, intitolato Watch The Throne, dove era presente N*ggas In Paris che anticipava un po’ le sonorità che sarebbero arrivate due anni dopo.

Questo album vede ancora una volta la testardaggine di West a farla da padrona. Come scrisse Lou Reed in una recensione che osannava Yeezus: «With this album, it’s “Now that you like me, I’m going to make you unlike me”». Ma anche: «There are moments of supreme beauty and greatness on this record, and then some of it is the same old shit. But the guy really, really, really is talented. He’s really trying to raise the bar. No one’s near doing what he’s doing, it’s not even on the same planet».
E se a dirlo è stato uno come Lou Reed, c’è da fidarsi.

This is a God dream: un altro miracolo

Anche se ora fa scalpore (in virtù di prese di posizione più radicali rispetto al passato), la fede di Kanye West non è mai stata un mistero. Un esempio pratico è Jesus Walks, brano che già allora campionava canti gospel. Il rapporto tra spiritualità e arte in Kanye West ha iniziato a farsi più stretto con l’uscita di The Life Of Pablo del 2016. Un album che potremmo considerare il suo (primo) lavoro di gospel, chiaramente interpretato a modo suo.

The Life Of Pablo è un lavoro tormentato fin dalla sua genesi: continui rinvii della data di pubblicazione e modifiche alla tracklist e al titolo. Una forma definitiva all’album non è stata data nemmeno dopo la pubblicazione ufficiale: di questo non esistono copie fisiche, poiché è disponibile solo sui servizi streaming. Kanye stesso lo ha aggiornato nel corso dei mesi.

La perfezione è parte della visione artistica di West.
The Life Of Pablo non è un album perfetto, anzi è incoerente e racchiude tante idee diverse tra loro. Caratteristiche queste che lo rendono un’opera vivente, che si avvicina di più alla natura del suo creatore che a quella artistica. Proprio per questo è l’ennesimo capolavoro.

The Life Of Pablo apre ufficialmente la stagione gospel di Kanye West, con tanti elementi che fanno riferimento alla sua fede ma anche ai suoi eccessi. Non a caso il parallelismo con San Paolo, convertitosi sulla via di Damasco, non si limita al titolo. Altri riferimenti sono presenti in Father Stretch My Hand e Ultralight Beam, che sono quasi delle invocazioni, mentre dei cori angelici frammentati costellano le sonorità di Waves.

Pablo è forse l’album che ci offre una visione panoramica più completa del Kanye-pensiero, ma è anche l’ultimo lavoro degno di nota di un artista che si è lasciato vincere dai suoi fantasmi.

Kids See Ghosts: il ritorno alla produzione

Il 2018 è stato un anno piuttosto prolifico per Kanye West, soprattutto per il ritorno alla cabina di regia come produttore. Anche in questo caso con una visione artistica ben precisa. Ossessionato dalla scoperta di una giacca appartenente a Michael Jackson con sopra disegnato il numero 7, Kanye decide di produrre una serie di album tutti composti da sole sette canzoni.

Gli album appartengono a Pusha T, Teyana Taylor e Nas, oltre che uno a suo nome e un altro realizzato in collaborazione con Kid Kudi sotto lo pseudonimo Kids See Ghosts. Lo stato di forma di Kanye sembra essere piuttosto buono: Ye, il suo album solista di questo lotto, funge da coming out per il suo disturbo bipolare, come testimonia la copertina.

Un lavoro riuscito per metà, che lascia un certo languorino dovuto alla brevità del prodotto. Decisamente riuscite invece le produzioni per Pusha T e Teyana Taylor, così come quella a nome Kids See Ghosts. Bocciata quella di Nas. Alti e bassi, che lasciano intendere un tracollo. L’ennesimo.

«A black man?»: il declino

Il 2018 e il 2019 sono gli anni in cui le controversie di Kanye West raggiungono il loro apice. Dal cappellino rosso Make America Great Again, al supporto esplicito a Trump, fino alla decisione di candidarsi come presidente degli USA, passando per il radicalismo religioso. Questa volta il lato spirituale non è solo un’influenza, ma pervade tutto l’iter artistico di West, che sembra aver deciso di voler redimere le proprie colpe dedicando la propria vita e la propria arte a Dio.
Sono i deliri di una persona che non è più in controllo di sé stessa e che viene continuamente attenzionata dei media come un animale da circo. Non è questo lo spazio per discutere di malattie mentali, né di quanto alcune colpe possano ricadere su Kanye stesso, ma ciò che i media hanno fatto al rapper di Chicago è semplicemente vergognoso.

Tornando alla musica: nel 2019 Kanye West pubblica Jesus Is King, un album fortemente influenzato dal gospel tanto da vedere un massiccio contributo del Sunday Service Choir, del quale ha prodotto l’album Jesus Is Born. Ciò che stupisce di questo album è che, per quanto sia frutto di un delirio, contiene comunque alcune idee brillanti.

Nonostante tutto, una parte dell’old Kanye sembra essere rimasta. Ad esempio il suo spropositato egocentrismo: al termine del video di Follow God, appare una cartella con un dialogo tra West e suo padre, dove il figlio indica la grandezza del suo ranch. I told him 4000 (acres). He replied with these three words: “A black man?”.

Guess who’s goin’ to jail tonight: un quasi ritorno

Nell’estate del 2020 Kanye West annuncia l’uscita di Donda, un nuovo album dedicato alla madre. L’album non esce, così come non uscì Yandhi, altro progetto annunciato e accantonato. Nel 2021, un anno dopo, West annuncia nuovamente Donda e questa volta sembra essere vero: c’è una data e c’è un listening party ad Atlanta. La serata si svolge in diretta su Apple TV e registra il record di spettatori della piattaforma. Si riesce ad ascoltare, finalmente, nuova musica del rapper di Chicago.

Il risultato, per chi ha seguito la diretta, non è molto soddisfacente. Non lo è nemmeno per West, che decide di non pubblicare l’album e di finire il lavoro, istituendo una residenza artistica all’interno dello stadio di Atlanta. Seguiranno altri due show e altri due rinvii, fino al 29 agosto: Donda viene pubblicato. «L’Universal ha pubblicato l’album senza il mio permesso», scrive Kanye su Instagram. La verità non si sa da che parte stia in questo caso, ma che Donda sembri incompleto questo è innegabile.

Partiamo da due dati: 27 brani, quasi due ore di musica. A Donda manca palesemente un editing che riduca la tracklist, composta di brani molto interessanti (Hurricane, Jail, Off The Grid, Jesus Lord e Moon su tutti) e altri palesemente incompleti (ci sono tracce che si interrompono bruscamente e alcune parti di testo sono silenziate).
Che senso aveva pubblicarlo, soprattutto con il carico emotivo che si avverte durante l’ascolto? Non stupirebbe se l’album subisse delle modifiche in corso d’opera, come accaduto con The Life Of Pablo.

Wake up Mr. West!

Per quanto un ritorno a una forma album più estesa rispetto alle uscite precedenti, una spiritualità più calibrata e qualche spunto interessante abbiano rinsavito la figura di Kanye West come artista (Donda ha il record di ascolti su Spotify ed è al numero uno in classifica su Billboard), va comunque ammesso che il nostro non sembra godere dello splendore degli anni migliori.

Dopo aver perso (come immaginabile) la corsa alla presidenza degli USA e il divorzio da Kim Kardashian, Kanye si è dedicato esclusivamente alla realizzazione di Donda. Ciò comunque non lo ha salvato dalle critiche, asprissime per quanto riguarda il lato artistico (Donda non è stato recensito benissimo) e umano.

Name a genius that ain’t crazy

Il suo disturbo bipolare sembra pesare su di lui come un colpa, almeno secondo i media. La stigmatizzazione delle malattie mentali non risparmia nessuno, come ci hanno dimostrato le testate giornalistiche con Simone Biles alle Olimpiadi, ma anzi, aumentando ancora di più la loro proliferazione in questo sistema malato fatto di prestazioni, competizione e risultati. Chi resiste, chi ce la fa è un esempio; chi non ce la fa, chi si spezza è uno scarto di mondo.

Qualcuno potrebbe dire che Kanye West ha contribuito a questa causa, trasformandosi nel male di sé stesso. Può darsi che sia così, ma la condanna senza alcun cambio del contesto in cui certe cose vengono raccontate non portano a nulla di buono per chi ne soffre. Il disturbo bipolare è soltanto un lato delle infinite facce del prisma di Kanye West e spettacolarizzare solo questo tragico aspetto significa anche perdersi tante altre cose.

I love Kanye like Kanye loves Kanye

La storia di Kanye West è quella di un ragazzo che sognava di diventare un rapper. Ci è riuscito passando per la via della produzione, indicando nuove strade e spianandole a nuovi artisti. L’influenza che ha avuto sulla musica è innegabile, così come lo sono le innumerevoli innovazioni. Parte di questi fatti, che possono non piacere o comunque essere discussi, sono oscurati da fattori al di fuori dalla valutazione prettamente musicale.

L’autoreferenzialità di Kanye West è sicuramente uno degli aspetti più divisivi della sua figura: c’è chi la trova divertente, chi insopportabile. O lo ami, o lo odi. C’è solo bianco e nero, non esistono vie di mezzo. Ma alla fine torneremo sempre a parlare di lui: nel bene e nel male.

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About Author

Luca Petinari

Classe '90, giornalista, mi piace scrivere di musica. Immagino nuovi futuri possibili e ho nostalgia di quelli perduti, tra accelerazionismo e hauntology. Nelle canzoni cerco il suono perfetto ma alla fine trovo sempre qualcosa di me che non conoscevo.

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