Disturbo oppositivo provocatorio: Dolan mostra luci ed ombre.

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La legge fittizia

Mommy” è il film col quale Xavier Dolan compie un atto sadico nei confronti degli spettatori, incastrandoli a cena con un ospite indesiderato: il disturbo oppositivo provocatorio.

Il giovanissimo regista Xavier Dolan, enfant prodige del Quebec, con questa pellicola nel 2014 si è aggiudicato il Premio della giuria al Festival di Cannes.

Amato dai più, ma non immune alla critica, il film verrà definito emo, egocentrico e kitsch, tutte componenti della sua stravagente visione estetica grazie alle quali, tuttavia, è stato pluripremiato.

Ma torniamo a noi.

Questa pellicola è ambientata nella cornice di un Quebec leggermente distopico.
L’escamotage di Dolan serve a inserire nella sua narrazione una legge fittizia. Questa legge consentirebbe ai genitori con figli affetti da un disturbo mentale di internarli, affidandoli a cliniche statali generiche per un tempo indeterminato.

Quella che conosceremo è una famiglia per cui questa legge sembra implicare un destino ineluttabile.

La famiglia Dèspres

La co-protagonista Diane è una vedova di mezza età, provocante e tenace, che dovrà ri-accettare il figlio adolescente in seguito alla sua espulsione da un collegio.

Diane ha un problema di alcolismo, indossa solo tacchi altissimi e usa un linguaggio semplicemente volgare, ma più la conosciamo e più comprendiamo la forza smisurata di questa madre single.

I veri protagonisti di questo film sono però il figlio Steve e il suo disturbo oppositivo provocatorio.

Steve è meravigliosamente eccentrico, sfrontato, ribelle, ma anche molto triste ed emarginato.

Nei primi venti minuti ce lo presentano come il fautore di un incendio, lo vediamo mandare al diavolo un tassista e molestare i passanti.
Nelle scene successive però, lo vedremo danzare, piangere, studiare, avere dei sogni e delle ambizioni perfettamente simili a quelle dei suoi coetanei.

La madre e il figlio, soli al mondo, provano a galleggiare, illudendosi che il loro amore sia sufficiente.

Noi ci amiamo ancora? Certo, è la cosa che ci riece meglio!

La scelta di Dolan

La narrazione vuol essere intima, una telecamera nascosta, nella casa della famiglia Dèspres.

Il formato è un 4:3 per la quasi totalità del film, una forma quadrata e stretta, quasi a sembrare lo schermo di un cellulare o di una piccola fotocamera.

Questo arricchisce lo spettatore di un’angoscia, di un disagio perniciosi, quasi soffocanti, che lo portano a sentirsi l’ospite a cena della famiglia Dèspres e del disturbo oppositivo provocatorio.

Inoltre, fedele alle sue origini, Dolan vuole narrarci della sua terra, così che, se vediamo il film in lingua originale, saremo travolti da uno strettissimo franglais.

Franglais è il termine utilizzato in Quebec per definire la lingua parlata, lo slang tipico, che consiste in una miscela di francese ed inglese.
Questo rende la compresione ardua tanto per gli anglofoni, quanto per i francofoni, inneggiando così, implicitamente, all’unicità del Quebec. Un fil rouge della produzione di Dolan.

Il disturbo oppositivo provocatorio

Steve è affetto da un disturbo della personalità che, in un paziente su quattro, degenera in un disturbo della condotta: vandalismo, comportamenti violenti e aggressivi sono solo alcuni degli aspetti del disturbo presentati nella pellicola.

Il disturbo oppositivo provocatorio è difficilmente rilevato e trattato per tempo: esso si manifesta infatti in età adolescenziale.

Nell’infanzia invece, quando diagnosticato, il paziente viene in tutta probabilità inserito sotto l’ombrello dell’iperattività, senza così poter accedere alle cure e al supporto specifici che possono fare la differenza nel lungo termine.

Viviamo luci ed ombre di questo disturbo grazie alla sensibilità di Dolan, che a tratti romanticizza il tutto, per poi però riportarci alla realtà, fino al momento della scelta.

La scelta di Diane

Diane in seguito a un drammatico episodio di autolesionismo del figlio, deciderà di internarlo, come consentito dalla legge.

Come biasimarla?

Il dramma dell’essere un genitore solo, con difficoltà economiche. Un disturbo ancora incompreso, camuffato dallo charme di Steve, ma non per questo meno doloroso, non le lasciano molto margine di azione.

La donna, sola e sconfortata, che capisce lucidamente di non avere il supporto necessario, le competenze e gli strumenti per fare del bene al figlio.

Purtroppo

Nella scena iniziale del film, una responsabile del collegio dirà a Diane che non basta amare qualcuno per salvarlo, facendo così riferimento al disturbo oppositivo provocatorio, prima di affidarle nuovamente Steve.

Tristemente si conosce ancora poco il dopo, e chi ne viene maggiormente danneggiato sono le persone affette dallo stesso.

Come tanti altri disturbi mentali, e quindi “invisibili”, non viene preso in considerazione nè dall’opinione pubblica, nè dalle istituzioni, che si trovano impreparate.

Non basta amare qualcuno per salvarlo, purtroppo.

Questo film sembra voler rompere questa superficialità, dare un nome e un volto al disturbo oppositivo provocatorio, così da creare estrema empatia negli spettatori, che usciti dalla sala, non chiameranno mai più un bambino agitato “iperattivo”.

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About Author

Sofia Hadjichristidis

talo-greca, attualmente studio scienze politiche e sociali internazionali per poter giudicare e commentare l'attualità con cognizione di causa, arrabbiarmi solo quando ne vale la pena e fare bella figura alle cene. Più volte volontaria, ho molte cause a cuore per cui scendo in campo, dato che fortunatamente esiste il multi-tasking. Spugna di natura, avendo trascorso la mia infanzia nel Regno Unito, un anno ad Atene e l'adolescenza a Milano, può darsi che il mio slang ti lasci perplesso, ma sarò felice di spiegartelo.

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