La parabola ottomana: una storia che non sembra finire

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La profonda crisi economica turca è il risultato di eccessive spese militari, di scarsa capacità amministrativa e corruzione dilagante, nonché dai contraccolpi della pandemia da Covid 19. Tutto ciò rende ancora più difficile la situazione del presidente turco e del suo partito, l’AKP (Partito del Progresso e dello Sviluppo), che insieme governano la Turchia ininterrottamente dal 2002.

2023: un anno significativo

Le recenti elezioni amministrative hanno visto la sconfitta dell’AKP e i sondaggi elettorali segnalano che, nonostante l’alleanza tattica tra il partito di Recep Tayyip Erdoğan e l’ultra nazionalista Movimento Nazionale, alle elezioni politiche e presidenziali del 2023 un successo del presidente e del suo partito appare tutt’altro che sicuro.

Dopo sette appuntamenti elettorali – tra amministrative, parlamentari, presidenziali e un referendum – negli ultimi sei anni, il capo di stato turco ha assicurato che le prossime elezioni si terranno regolarmente nel 2023.
Una data pregna di simbolismo. Se vincesse in questa occasione, Erdoğan sarebbe riconfermato presidente in occasione del centenario della fondazione della Repubblica di Turchia, opera di Mustafa Kemal Atatürk.

Una vasta parte della società turca già considera l’attuale presidente come l’antitesi del “padre” della patria che nel 1923 fondò, sulle ceneri dell’Impero Ottomano, una Repubblica orientata verso valori occidentali, dove la religione veniva sottomessa al potere dello stato. Sarebbe quindi curioso vedere un fervente rappresentante dell’Islam politico quale Erdoğan trionfare nuovamente alle urne mentre in Turchia si celebra il centenario della fondazione di una Repubblica secolare.

Sulla scia di Turgot Özal

Definita da molti analisti come una politica di stampo neo-ottomano, quella di Erdoğan ha iniziato a svilupparsi molto prima, negli anni Ottanta, parallelamente ad un altro fenomeno, il riemergere dell’Islam nel contesto pubblico e politico. Sviluppi favoriti dalle scelte intraprese da Turgot Özal, fondatore e guida del Partito della Madrepatria d’ispirazione liberal-conservatrice e neo-liberista, due volte Primo ministro della Turchia fra il 1983 ed il 1989, ed ottavo Presidente della Repubblica Turca dal 1989 fino alla morte. Per primo cercò di rilanciare le ambizioni turche attraverso una graduale riconciliazione con l’eredità imperiale.

Idee riprese e sviluppate nell’ultimo ventennio dall’azione politica del Primo Ministro Erdoğan e del suo ideologo, il Ministro degli Esteri Davutoğlu (in seguito all’acuirsi degli scontri con il presidente turco Erdogan, Davutoğlu decise di rimettere l’incarico e dimettersi). I due hanno rilanciato nel contesto internazionale l’idea neo-ottomana della Turchia, convinti che potesse far rivivere i fasti di allora, facendole ri-assumere il ruolo di potenza regionale e globale.

La Turchia di Özal

Il processo iniziò nel 1983 con l’avvento nel mondo politico turco di Turgot Özal. Fu l’inizio della rottura con il passato e con la politica dei primi sessant’anni della Repubblica, improntata sui valori kemalisti, ben espressi nel cosiddetto “lungo discorso” di Mustafa Kemal Atatürk all’Assemblea Generale nel 1927 e successivamente ripresi nelle famose “sei frecce” programmatiche del 1931.

Le elezioni ebbero una grande rilevanza perché furono le prime dopo il colpo di Stato militare del 1980 e la successiva promulgazione della Costituzione (1982) che, seppur con diverse modifiche, è tutt’oggi vigente. La Turchia stava uscendo da un decennio doloroso, caratterizzato da violenti scontri interni tra forze estreme di destra e di sinistra, nonché dalle azioni di guerriglia armata tra il 1977 e il 1980 compiuta dal PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan).

Il “turchismo” di Özal era in realtà un concetto fortemente culturale, che non intendeva scontrarsi con le etnie minoritarie del Paese, ma mirava piuttosto ad un loro assorbimento nel più ampio concetto di “turchi” o, più precisamente, sotto quello di ottomani. Anticipando quella che sarebbe stata una prerogativa della politica estera di Davutoğlu, Özal introdusse nelle relazioni con le ex-province ottomane il sempre maggiore utilizzo del “soft power”. Tuttavia, a differenza di quanto sarà poi fatto dall’AKP, Özal non poté godere di ampi margini di manovra a causa di un’economia non ancora abbastanza forte e affidabile.

La Turchia di Erdoğan

Un processo che, dopo un breve stallo negli anni Novanta, conoscerà le sue tappe più significative nel nuovo millennio sotto la guida di Recep Tayyip Erdoğan e del partito da lui fondato, l’AKP. L’avvento al potere dell’Adalet ve Kalkınma Partisi (AKP) alle elezioni del novembre 2002 ha rappresentato il decisivo punto di rottura della politica turca rispetto al passato. Iniziò ad essere eroso quel principio di laicità, voluto da Kemal Atatürk ed ispirato alla laïcité francese. In questo, il secolarismo appariva ancora ad uno stadio ibrido: elementi rintracciabili nell’anticlericalismo francese si coniugavano ad influenze direttamente riconducibili all’Impero Ottomano

Erdoğan, infatti, partendo dall’esperienza di governo di Erbakan tra il 1995 e il 1997, comprese l’importanza di dare vita ad una formazione politica ibrida, in cui le radici islamiche si incontravano con i tradizionali valori del nazionalismo e con la ferma ambizione di avvicinarsi ulteriormente al mondo occidentale.

Per anni, i principali pericoli all’unità nazionale sono stati identificati con le rivendicazioni separatiste curde e con l’Islam politico, in quanto promotore di uno Stato islamico. La progressiva riabilitazione dell’Islam nella sfera pubblica e in quella politica turca ha gradualmente disinnescato la minaccia rappresentata dall’islamismo radicale e, al tempo stesso, promosso una possibile, seppur improbabile, soluzione alla questione curda. Infatti, il cessate il fuoco con quest’ultimi si è interrotto nel 2015, portando a una rinnovata escalation.

Negli anni Duemila

Il crocevia più importante è rappresentato dall’elezione alla carica di Presidente di Abdullah Gül, primo Presidente islamico della Repubblica (2002-2003), sostituito poi da Erdoğan stesso. Nei suoi primi anni di governo, l’AKP ha saputo utilizzare la spinta, anche popolare, all’adesione all’Unione Europea sia per fugare dubbi e timori occidentali di derive islamiche, sia per accelerare le riforme interne al Paese. Proprio le misure conosciute come “pacchetti di armonizzazione” rispetto alle norme comunitarie hanno liberalizzato ulteriormente l’economia, andando ad intaccare il controllo diretto statale e la politica, limitando ulteriormente l’influenza dei militari.

Spinta poi affievolitasi con la fine del rapporto con Fetullah Gülen, stretto alleato del Presidente Erdoğan fino al 2013. L’alleanza si spezzò dopo lo scandalo riguardante la corruzione: Erdoğan accusò Gülen di essere dietro le accuse di corruzione mosse agli uomini di partito AKP, subito dopo che il governo aveva deciso di chiudere molte delle strutture private d’insegnamento pre-universitario create in Turchia da Gülen.
E ancora prima, a partire dal 2010, Erdoğan è stato responsabile di un processo di arretramento della democrazia in Turchia, aggravato da un alto indice di corruzione.
In seguito alle grandi proteste del 2013 (iniziate in piazza Taksim) ha difatti imposto una crescente censura sulla libertà di stampa e sui social media, autorizzando blocchi su siti come YouTube, Twitter e Wikipedia. Ciò ha definitivamente bloccato i negoziati relativi all’entrata turca nell’Unione Europea.

Le elezioni del 2023

Da allora, ha affrontato la crisi della lira e del debito nazionale, di cui però è stato accusato egli stesso di essere parte del problema, assistendo a un calo significativo della propria popolarità.
Ha subito anche la sconfitta nelle elezioni locali del 2019, in cui il suo partito ha perso il controllo di Ankara e Istanbul per la prima volta in 15 anni. Dopo questa, Erdoğan ha ordinato una rielezione a Istanbul, che però perse nuovamente (con anche un maggior distacco), contro il Partito Popolare Repubblicano (CHP). Queste due sconfitte consecutive sono state viste come un duro colpo per Erdoğan ed egli stesso avrebbe affermato in passato: «Persa Istanbul, avremo perso la Turchia».
Per questi motivi principalmente le elezioni del 2023 sono tutt’altro che scontate.

Quella professata da Erdoğan, quindi, non è in alcun modo un’islamizzazione ma, piuttosto, una sorta di riconciliazione con l’Islam e, al tempo stesso, correzione dell’approccio laico del Kemalismo. Saranno le prossime elezioni a dare una direzione decisiva alla storia della Turchia contemporanea.
Erdoğan sta in tutti i modi cercando di ostacolare i partiti di opposizione (in particolare l’alleanza tra CHP e il filo-curdo HDP) ridisegnando confini elettorali, negando visibilità televisiva e censurando i media.
Nonostante tutto, potrebbe essere l’occasione per terminare la parabola discendente dell’impero ottomano. I.

                                                                                                                                         

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About Author

Claudio Mariani

23 anni, studente di Storia all'università di Bologna. Appassionato di filosofia e cinema. Adoro i film sugli zombie e la musica funky. Ho tanti capelli.

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