Cile: le Presidenziali e la nuova Costituzione

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Una storia di successo?

Il Cile, tra i paesi dell’America Latina, potrebbe rappresentare una storia di successo. Dal 1990, anno in cui grazie un referendum si instaurò un regime democratico, il tasso di crescita medio del PIL si attesta al 7%. Dalla caduta di Pinochet sono state costanti la riduzione delle diseguaglianze e la riduzione della povertà. Dietro questo successo c’è un modello economico basato sulle esportazioni. Il Cile è, infatti, primo esportatore mondiale di rame: dal 2005 si è registrato un vero e proprio boom di esportazioni verso la Cina.

Come si spiega dunque la manifestazione del 25 ottobre 2019 che ha sconvolto l’intero paese?
Tutto comincia il 18 ottobre di quell’anno, quando, per un aumento del biglietto della metro, le studentesse cilene decidono di scavalcare i tornelli e di non pagare: Evadir es otra forma de luchar (non pagare è un’altra forma di lottare) diventa in poco tempo uno slogan.

Partito dagli studenti, il movimento di protesta si diffonde a macchia d’olio. Le nuove generazioni non hanno vissuto la dittatura e sono quindi considerate “senza paura”. In maniera coraggiosa prendono iniziative che i loro genitori non avrebbero pensato possibili.

Il governo risponde imponendo il coprifuoco, ma i giovani cileni decidono di non rispettarlo. Milioni di persone occupano Plaza Italia, ribattezzata da quel momento Plaza de la Dignidad, e danno il via alla marcia más grande de Chile per chiedere un nuovo patto sociale.

La Costituzione del 1980

Il patto sociale contro cui si battono i manifestanti è la Costituzione del 1980. Si tratta della Costituzione imposta dalla dittatura militare di Pinochet e costituisce le fondamenta del moderno modello neoliberista cileno.

In concomitanza alle manifestazioni di Santiago, si diffonde un movimento di protesta in tutto il Paese. Nascono i cabildos, assemblee cittadine, in cui si discute della possibilità di un nuovo patto costituente. Si legge tutti insieme quello dell’80, lo si studia e si vede che cosa cambiare. Questo clima di confronto e di partecipazione politica fa sì che ci sia finalmente terreno fertile per una coalizione sociale.

Si arriva al 15 novembre 2019, quando un Accordo per la pace e la nuova Costituzione viene sottoscritto trasversalmente dai partiti, dando così il via al nuovo processo costituente.

Cittadino credit card

La Costituzione dell’80 è dunque diventata un simbolo: la si vuole cambiare per cambiare il sistema a cui ha dato vita.

Se è vero infatti che dal 1990 le disparità sociali si sono ridotte, il modello che ancora oggi è in piedi è alla base di enormi ingiustizie sociali. Una delle falle del sistema è sicuramente il modello di credito che vige in Cile. Tutti possono accedere ai consumi a credito, così da permettere l’accesso ai beni a chiunque, data la mancanza di sovvenzioni o aiuti statali.
Questo fa sì che il 75% del reddito familiare serva a pagare i debiti che si contraggono (da qui il nome “cittadino credit card”). Molte persone over 65, pur andando in pensione, devono continuare a lavorare perché non possono giovare di alcun servizio pubblico e la pensione è minima.

La disparità tra ricchi e poveri è ancora enorme. L’economista Branko Milanovic ha detto: “I ricchi vivono come i ricchi in Germania, i poveri come i poveri in Mongolia”.
La classe media è frustrata, soprattutto professionisti over 30 che hanno studiato e sono entrati in un mercato del lavoro in cui non c’è posto per loro. Questo gruppo, indebitato fino al collo per pagare gli studi, è diventato la coscienza del movimento insurrezionale. Le nuove leve hanno capito che il motivo del loro fallimento lavorativo non era causato da loro mancanze personali, si tratta piuttosto di un problema di natura sistemica.

I manifestanti

Per quattro mesi convivono in quella piazza tantissimi gruppi diversi di manifestanti. Si organizza quella che viene chiamata “la prima linea”, che protegge il resto dei manifestanti dagli attacchi della polizia, mentre nelle retrovie le iniziative pacifiche sono le più disparate.

Quella del 2019 è una piazza senza bandiere di sindacati o partiti, o di movimenti politici riconosciuti. La bandiera che si vede più spesso è quella Wenufoye, del popolo Mapuche, il popolo indigeno più numeroso del Cile sopravvissuto agli spagnoli. Essa è diventata in poco tempo un simbolo di libertà, un simbolo del nuovo paese che si vuole costruire.

La bandiera Mapuche

Un altro motore fondamentale è stato il movimento femminista. Le femministe del Cile sono le più politicizzate e organizzate del Sud America. Hanno riempito le piazze (anche l’8 marzo del 2020, quando hanno portato 2 milioni di donne a manifestare). Sono riuscite a far sì che l’Assemblea Costituente, a cui è stato chiesto di scrivere la prossima Costituzione, fosse costituita da 50% di donne. Mai nessuno paese ha garantito questi numeri.

Il referendum costituzionale tenutosi il 25 ottobre 2020 ha visto il 70% dei partecipanti votare SI per cambiare costituzione.  Il 15 maggio 2021 si sono tenute le elezioni dei Padri e delle Madri costituenti. È il primo caso nella storia in cui le quote di genere, richieste dal movimento femminista, hanno in realtà tutelato gli uomini, dato che le candidate hanno avuto molti più voti.  

Le elezioni del 15 maggio hanno inoltre visto la bocciatura dei partiti tradizionali. Nell’Assemblea Costituente ci sono persone che non si erano mai avvicinate alla politica per lavoro. Gli indipendenti sono infatti il 64%, una vera e propria redistribuzione del potere.

Lo stesso giorno si è votato anche per sindaci, presidenti di regione e consiglieri. Anche per la scelta di queste figure sono scesi in campo nuovi schieramenti. Basti pensare alla nuova sindaca di Santiago: Irací Hassler, un’economista di 30 anni. Attivista sociale, politica e femminista, militante della Gioventù Comunista del Cile, adesso esponente del Partito Comunista Cileno.

Cosa succede adesso

In Cile adesso esistono, e sono ad armi pari, due sinistre molto diverse tra di loro. Concertacion è una coalizione di partiti di centro e di sinistra che ha governato il Cile dal 1990 al 2010, mentre il Fronte ampio è l’espressione dei nuovi movimenti giovanili, adesso alleato del Partito comunista. La divisione nasce da una frattura generazionale e soprattutto da una diversa visione del passato. I nuovi criticano la cristallizzazione delle diseguaglianze, puntando il dito contro i politici della Concertacion per aver fatto parte del sistema. 

Alla fine del 2022 il testo frutto dei lavori della Costituente verrà sottoposto a referendum confermativo. Prima vi è un appuntamento ancora più importante: le elezioni presidenziali del novembre 2021. Saranno due gli aspiranti con maggiori chances a correre per la presidenza. La coalizione di centrodestra candida Sebastián Sichel, mentre Gabriel Boric è espressione del centrosinistra.

Sebastian Sichel a sinistra a Gabriel Boric a destra

Sichel, avvocato e politico, è stato già presidente della Banca di Stato del Cile e ministro dello Sviluppo sociale e della famiglia. Uscito vincitore alle primarie con il 49% di preferenze, ha sconfitto l’ultraconservatore Joaquín Lavín, considerato da molti il favorito. Più moderato rispetto ai suoi rivali, propone un rafforzamento della libera concorrenza, uno snellimento dello Stato e un incentivo per l’imprenditoria. Considerato il favorito dai mercati finanziari, è sostenuto da figure economiche di rilievo.

Boric, 35 anni, è il più giovane candidato alla presidenza cilena. Figura del movimento studentesco del 2011, è deputato dal 2014. Sostenuto dal Fronte Ampio, di cui è membro dalla fondazione del 2017, ha vinto le primarie di sinistra per le elezioni presidenziali del 2021 contro Daniel Jadue. Il suo programma è incentrato sulla difesa dei diritti dei cittadini e sulle riforme sociali.

Riuscirà il nuovo presidente, di destra o di sinistra, a cavalcare l’onda del rinnovamento del Cile? Con il nuovo patto costituente ci si augura che si riesca ad affermare definitivamente che si, il Cile potrebbe ancora rappresentare una storia di successo.

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About Author

Sara Valentina Natale

Sara Valentina Natale. Laureata in Studi Internazionali, ho scelto un master in lobbying per combattere il sistema dall'interno (sperando che serva a qualcosa). Adoro scrivere, fare polemica e bere Gin. Aspirante femminista, europeista incallita, sportiva occasionale.

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