La Bella Morte, ovvero immortalare il Trapasso

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Quando si parla di un argomento come quello che stiamo per affrontare, si ha sempre un po’ di timore reverenziale. Essa è una delle poche cose che accomuna gli esseri umani, un qualcosa di profondamente democratico e, per così dire, sicuro: la Morte.
Questo discorso è stato affrontato nelle maniere più disparate nel corso della storia, tra dolore e pentimento, passando per rassegnazione e impotenza. C’è stato però un momento, segnato dal progresso e della ricerca, che più di altri ha indagato questo fenomeno dal punto di vista scientifico. Fu l’Ottocento l’epoca in cui la morte fu scandagliata da cima a fondo, in ogni suo aspetto. A questa ricerca non rimase estraneo neppure il mondo dell’arte. Furono infatti moltissimi gli artisti che videro nell’atto stesso del morire un qualcosa da ricordare, un momento di lutto in cui immortalare gli ultimi afflati di bellezza che scivolavano via dai corpi esanimi.

Il XIX secolo si stava caratterizzando per essere un’epoca di scoperte, un secolo in cui il progresso tecnologico e scientifico sembrava poter rendere possibile la scomparsa della malattia e del dolore. In tale clima, anche la Morte era vista come un qualcosa di meno temibile e invincibile rispetto al passato. In questo particolare momento l’uomo sembrava quasi poterla accettare.
Non pare allora così impensabile immaginare artisti del calibro di Claude Monet, Silvestro Lega o Ferdinand Hodler sfidare la Triste mietitrice a colpi di pennello e colore. Essi sono solo alcuni dei tantissimi eroi che hanno cercato di strappare dalle grinfie della Morte persone a loro care, fermando per sempre le loro vite e trasformando il loro trapasso in qualcosa di artisticamente seduttivo e meno angosciante. Anche negli ultimi istanti di vita, prima che venga esalato l’ultimo respiro, la bellezza e l’armonia appartengono a quel particolare individuo.

Claude e Camille, la Morte come trasformazione

Tra i pittori che subirono questo fatale ammaliamento per Sorella Morte vi fu anche l’impressionista Claude Monet. Il grande pittore decise di fermare sulla tela gli ultimi istanti della amata moglie Camille Doncieux. Era il 1879 e la coppia si trovava a Vétheuil, un piccolo borgo non molto distante da Parigi. Camille fu una vera e propria musa per Monet: l’artista la ritrasse in diversi suoi capolavori, tra cui la celeberrima Colazione sull’erba. L’anno precedente, Camille aveva dato alla luce il loro secondogenito, un maschietto di nome di Michel. La donna però, nonostante la gioia dell’avvenimento, da quel parto non si riprese più. Gravemente ammalata, forse afflitta da un cancro alle pelvi, spirò la mattina del 5 settembre 1879, a soli 32 anni. Fu lo stesso Monet a scrivere come gli ultimi istanti di vita della moglie suscitarono in lui il desiderio di bloccare quegli attimi, per sempre.

“Un giorno, all’alba mi sono trovato al capezzale del letto di una persona che mi era molto cara e che tale rimarrà sempre. I miei occhi erano rigidamente fissi sulle tragiche tempie e mi sorpresi a seguire la morte nelle ombre del colorito che essa depone sul volto con sfumature graduali. Toni blu, gialli, grigi, che so. A tal punto ero arrivato. Naturalmente si era fatta strada in me il desiderio di fissare l’immagine di colei che ci ha lasciati per sempre. Tuttavia, prima che mi balenasse il pensiero di dipingere i lineamenti a me così cari e familiari, il corpo reagì automaticamente allo choc dei colori.”

– Claude Monet
Claude Monet, Camille sul letto di morte, 1879, Musèe d’Orsay, Parigi

Da corpo a oggetto

Fu il suo essere intrinsecamente pittore a convincere Monet di poter bloccare per l’eternità quel corpo nel suo trasformarsi. La donna ci viene presentata come se stesse per sprofondare in uno spazio indefinito che solo in un secondo momento, per via del taglio dell’opera, ci si presenta come un letto. La sua veste scura si sta per fondere con le pesanti coperte, mentre il suo viso, corrotto dalla malattia, è avvolto in un fazzoletto che si confonde col cuscino. Questo modo di rappresentare Camille ci lascia intuire che alla donna resta poco da vivere, quasi scomparendo all’interno del letto. Viene così recuperato il concetto greco del σῶμα, per cui un corpo privo di vita non rimane persona ma diviene oggetto. L’amore di Claude per la sua Camille è però espresso tramite un piccolo particolare: il cuore che il pittore pone in basso a sinistra, sopra la sua firma.

La Morte segreta di Mazzini

La morte è la più democratica degli avvenimenti, colpisce tutti, ricchi e poveri, eroi e popolani. Deve aver pensato a questo il pittore macchiaiolo Silvestro Lega quando a Pisa, in una stanza di Casa Rosselli, il 10 marzo 1872, vide Giuseppe Mazzini morto da poche ore. Mazzini era giunto in città sotto falso nome in quanto, all’indomani della creazione del Regno d’Italia, il suo essere repubblicano lo fece condannare all’esilio. Nella città toscana si ammalò gravemente di una qualche patologia che già in precedenza lo aveva colpito, questa volta però senza lasciargli scampo. La notizia della sua scomparsa si sparse immediatamente e Silvestro Lega, repubblicano convinto, decise di recarsi a Pisa. Mazzini era adagiato su un elegante letto a baldacchino dove in molti si recarono a rendergli l’estremo omaggio. Silvestro Lega fu tra coloro che accorsero alla camera ardente, riuscendo anche a trarre alcuni disegni, idee per una futura opera.

Silvestro Lega, Studio di testa per Gli ultimi momenti di Giuseppe Mazzini, 1872, Pinacoteca Civica, Modigliana

Tali schizzi furono utilizzati da Lega per realizzare uno studio preparatorio. Il pittore decise di non rappresentare il corpo esanime del patriota ma lo disegnò come se fosse ancora in vita, nei suoi ultimi momenti. Lo studio si concretizzò poi nel dipinto Gli ultimi istanti di Giuseppe Mazzini in cui il protagonista, come analizzò il critico Diego Martelli, “è rappresentato uomo senza attributi di divinità”. L’opera ci mostra un uomo malato che ha trovato nel sonno un valido rimedio per sopportare la sofferenza. Mazzini ha la faccia emaciata e le mani pallide, come se la vita volasse via pian piano dal suo corpo.

Silvestro Lega, Gli ultimi momenti di Giuseppe Mazzini, 1872-1873, Museum of Art, Providence

“Coloro che osservano son costretti a pensare che sul letto di un moribondo resta eterna la solennità della morte e che l’uomo d’ingegno potente è fatto anch’esso a immagine loro”

– Diego Martelli

Monumenti funebri e ultimi istanti

Chi frequenta Bologna sa bene che il Cimitero Monumentale della Certosa racchiude grandi capolavori di arte funeraria. Tra gli oltre 6000 monumenti, spicca per bellezza il Monumento di Raffaele Bisteghi, opera dello scultore Enrico Barbieri. Posto nella Galleria degli Angeli del cimitero bolognese, l’opera fu iniziata nel 1885, quattro anni dopo la morte del committente. La genesi dell’opera durò quasi un decennio: venne infatti terminata solo nel 1891, preceduta da tutta una serie di bozzetti in terracotta e disegni. Ad aiutare Barbieri nelle scelte compositive vi era il pittore Luigi Serra. A questo sono forse imputabili alcune scelte di crudo realismo. Tra Barbieri e Serra c’era un comune intento verista che prendeva le mosse da opere come il Napoleone Morente di Vincenzo Vela o il Monumento alla contessa Zamojoska di Lorenzo Bartolini.

Enrico Barbieri, Monumento funebre di Raffaele Bisteghi, 1885-1891, Cimitero della Certosa, Bologna
Vincenzo Vela, Napoleone morente, 1866, Giardini di Versailles
Lorenzo Bartolini, Monumento funebre della Contessa Sofia Zamoyska (part.), 1837, Basilica di Santa Croce, Firenze

Il monumento si erge solitario al centro della galleria, mentre il piedistallo innalza la scena all’altezza dello spettatore. La prima figura che vediamo è quella dell’angelo della morte che, come appena disceso dal cielo, porge gentile una mano all’infermo, sancendo di fatto la sua fine. Il Cavaliere Raffaele Bisteghi è disteso sul suo letto, con le mani giunte in preghiera. Il suo capo affonda pesantemente nel cuscino, mentre le lenzuola, quasi prefigurazione del sudario, ne enfatizzano le forme del corpo. Il suo volto non lascia nulla all’immaginazione e ci viene presentato in tutta la sua sofferenza, riprendendo di fatto il Mazzini morente di Lega. Molte critiche vennero rivolte alla figura della moglie, inginocchiata ai piedi del letto. La donna veste abiti non più consoni ai tempi e il suo viso pare non in linea con le scelte veriste dell’opera; soluzioni entrambe dovute al volere della committenza.

Enrico Barbieri, Monumento funebre di Raffaele Bisteghi (part.)

Il Declino come Ossessione

Ferdinand Hodler è uno dei più celebri pittori elvetici della fine dell’800. Figlio di quella stessa epoca che vide nella morte un fenomeno da studiare e capire, nel 1915 Hodler dovette assistere al lento e inesorabile declino fisico della propria moglie, Valentine Godé-Darel. Ferdinand e Valentine si incontrarono nel 1908, avevano già 55 e 35 anni e almeno un matrimonio alle spalle. Il loro amore raggiunse l’apice nel 1913 con la nascita della loro unica figlia, Paulette. A rovinare i giorni lieti della famiglia Hodler si insinuò però un nemico silenzioso e meschino: il cancro. Nel gennaio 1914, a soli tre mesi dal parto, Valentine subì un primo intervento, e poi un secondo nel maggio successivo, per cercare di aver salva la vita. Tutto risultò però vano. Sette mesi più tardi, debole e inerme, la donna chiuse gli occhi per sempre.

Ferdinand Hodler, Ritratti della moglie Valentine Godé-Darel, 1914-1915, varie ubicazioni

In questo lasso di tempo Ferdinand Hodler non si separò mai dalla moglie. L’esperienza terribile della malattia e l’impossibilità di arginarla sconvolsero il pittore, che cercò in ogni modo di strappare la donna dalla morte. Iniziò così a dipingerla, documentando l’inesorabile declino dell’amata, come fosse un modo per condividerne il dolore. Dal 1914 Hodler realizzò oltre duecento tra disegni e dipinti, oggi conservati in vari musei in Francia e Svizzera. Questa immensa serie di ritratti ci permette di entrare nella testa dell’artista e di vedere come lui interpretava il rapido spegnersi della amata. La forza iniziale della donna si tramutò velocemente in debolezza fino a quando, il 25 gennaio 1915, trovò la pace eterna. Pure il giorno seguente il pittore le dedicò un dipinto. La ritrasse distesa sul suo letto di morte, in uno stile abbozzato e incompleto che trasmette angoscia e ci fa riflettere sulla transitorietà della vita.

Ferdinand Hodler, Valentine Godé-Darel sul letto di morte, 1915, Metropolitan Museum, New York

Oltre la collina…

Con la Grande Guerra si era di fatto conclusa un’epoca. Le speranze nutrite verso il progresso vennero drasticamente arrestate e la morte e il dolore risultavano elementi ancor più presenti e forti nel mondo contemporaneo. Gli artisti, come è ovvio, iniziarono a vedere il morire e la morte sotto un diverso aspetto, spesso riallacciandosi alla memoria. È questo il caso di uno dei più grandi artisti americani del XX secolo, Andrew Wyeth. Wyeth nel 1944, ancora in piena Seconda Guerra Mondiale, dipinse un quadro per certi versi ancora legato al passato. Mattina di Natale è un’opera incentrata sull’incombenza della morte, creata mediante il richiamo al mondo dei sogni e dell’immaginazione. Il suo è un quadro “dipinto esclusivamente dalla memoria”, come lui stesso affermò. Wyeth volle raffigurare la madre di un suo insegnante, Christian Sanderson, morta la mattina di Natale.

Andrew Wyeth, Mattina di Natale, 1944, Curtis Galleries, Minneapolis

La figura in primo piano, distesa su un letto che si tramuta in neve, è la signora Sanderson. Il suo corpo si va man mano a confondere con la strada innevata che porta all’orizzonte. È come se la vita scivolasse lentamente via dal corpo, tramutandosi in altro e proiettandosi in una dimensione metafisica. È una sorta di cammino spirituale che conduce l’anima della donna a diventare spirito di pura luce e a identificarsi con l’unica stella presente in cielo. Inizialmente, a metà del percorso, doveva comparire l’immagine del figlio Christian che percorreva la strada andandole incontro. Wyeth lo rimosse in un secondo momento per far in modo che la donna guardasse oltre quel punto, verso l’orizzonte infinito. La signora Sanderson sta immaginando le colline e i campi della sua terra, sta dunque creando una sorta di proiezione della memoria dal suo capezzale (in questo senso anche la presenza del figlio).

Andrew Wyeth, Mattina di Natale (part.)

Percezioni a confronto

La percezione della morte è dunque cambiata radicalmente nel corso degli ultimi due secoli. Non più mero fenomeno fisico destinato a terminare ma proiezione dell’animo verso una dimensione infinita ed eterna. Questo cambio di focus, da una dimensione concreta ad una prettamente mentale, è sintomo dei tempi che cambiarono e che, lentamente si trasformarono nella nostra attuale concezione del fenomeno. Il lento deperimento è mutato in riflessione e questa ha sempre il sapore amaro dell’incertezza su ciò che ci si porrà innanzi una volta compiuto il nostro mortale viaggio.

Altre visioni funeree: https://www.sistemacritico.it/2020/04/01/febbre-sangue-e-dolore-larte-al-tempo-delle-pandemie/
Un giro alla Certosa di Bologna: https://www.youtube.com/watch?v=tw6ysfTfXTU

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About Author

Danilo Sanchini

Danilo Sanchini, nato a Pesaro nel 1996. Attualmente studente di Storia dell'Arte presso l'Università degli studi di Firenze. Appassionato di Racconti, Leggende, Storie e ovviamente di Capolavori. Innamorato del bello e di ogni sua sfumatura. Scrivo per Sistema Critico da Maggio 2018.

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